Note alla storia

Questa è la mia storia d'esordio. Tratta un cliché piuttosto usato, soprattutto nel fandom di Harry Potter, il viaggio nel tempo. Spero che vi piaccia lo stesso, nonostante la scarsa originalità.

Cercherò di aggiornare regolarmente.

Vi auguro buona lettura, e recensite! 

DISCLAIMER: Questi personaggi non sono miei, la loro creatrice è la signora Rowling. Non ci guadagno niente.

Note al capitolo

Capitolo introduttivo, questo. Non è molto lungo, ma getta le basi per la storia.

Buona lettura

Il passato è oggi

1° capitolo: Desideri

 

La lezione di Erbologia era finalmente finita - avevano passato le ultime due ore a ridurre in poltiglia una montagna di funghi per nutrire le Mandragole - e gli studenti del 5° anno di Grifondoro e Corvonero si stavano recando, insieme al resto della scuola, in Sala Grande, sentendo già in bocca il sapore della cena.

“Era ora, le mie budella si stavano mangiando da sole*!” commentò Ronald Weasley, assaltando un vassoio di cosce di pollo.

“In effetti, l’ora di Erbologia sembrava non finire mai, oggi” ammise Hermione Granger in risposta, servendosi di purè di patate con molto più contegno di Ron.

Harry Potter era altrettanto stanco, oltre che d’umore decisamente tetro: “E la mia giornata non è ancora finita! ‘Sta sera sono in punizione con la Umbridge…” fece con uno sbuffo. Durante la scorsa, inutile lezione di Difesa contro le Arti Oscure aveva finito per avere l’ennesima discussione con l’insegnante. Molto probabilmente, quella sera sarebbe andato a letto con una scritta del tipo Non devo contraddire la professoressa calcata a sangue sul palmo della mano sinistra. Rimestò nel suo piatto con aria depressa.

Ron inghiottì un boccone immenso. “Puoi consolarti sapendo che tanto l’anno prossimo anche quel rospo si sarà tolto dai piedi, amico.” Fece un’imitazione a dir poco perfetta del consueto Uhm-uhm di Dolores Umbridge, e persino Hermione rise.

***

 

Proprio mentre ne stava salendo una rampa, la scala decise di cambiare, e Harry si aggrappò alla ringhiera per non perdere l’equilibrio. Di solito lo detestava, ma quella volta non gli diede fastidio, ogni pretesto gli andava bene per ritardare anche solo di pochi secondi il suo incontro con la gattinofila maniaca. La scala virò a sinistra, sembrò ripensarci e girò a destra, scese di un piano, salì di due, tornò a sinistra e infine calò di un piano e si fermò.

Il guaio era, però, che così aveva perso il senso dell’orientamento e non sapeva più dove si trovava.

Harry si affrettò a lasciare le scale prima che si muovessero di nuovo, e si guardò attorno: la statua di una donna con i capelli lunghi gli sembrava famigliare, forse era il 3° piano… si avvicinò alla porta più vicina e l’aprì. Nella stanza c’era una tenue luce giallognola e l’aria era tiepida, quasi intorpidita, ma il ragazzo sentì rizzarglisi tutti i peli del petto e delle braccia*. Il suo primo impulso fu di fare dietro front e andarsene, ma era debole e lontano e venne subito soffocato da un secondo più forte, che invece lo attirava all’interno.

Quasi senza rendersene conto, si chiuse la porta alle spalle. Subito vide davanti agli occhi una sorta di nebbia e, quando si diradò, nulla gli parve più reale. Si sentiva leggero e inconsistente come un fantasma. Sentì di avere varcato la soglia di un altro mondo, il mondo che si trova accanto al nostro e che visitiamo nei sogni*. Aveva la vista offuscata e i contorni di quello che lo circondava erano sbavati e confusi. Sentiva nelle orecchie un ronzio basso e morbido, come se fosse sott’acqua.

Voi manderete me al manicomio…” sospirò con una nota scherzosa nel tono una voce che sapeva di conoscere, ma che non riuscì a identificare.

Dopo un tempo indefinibile, quell’atmosfera irreale cessò com’era iniziata, e Harry tornò a percepire il suolo sotto i piedi.

Barcollò per mantenersi in equilibrio, ma cadde in ginocchio, portandosi le mani alle tempie - aveva le vertigini e un mal di testa lancinante.

A poco a poco il malessere si attenuò, sino a scomparire del tutto, e poté rimettersi in piedi, guardandosi attorno sconcertato: si trovava in una stanza dalle pareti di nuda pietra grigia, totalmente vuota; eppure prima, quando si trovava in quella specie di Zona-di-Mezzo, avrebbe giurato di intravedere degli oggetti, dei mobili, anche se in maniera sfocata.

Probabilmente era stata solo un’impressione, macchie di colore davanti agli occhi, come quelle ‘stelle’ che si vedevano prima di svenire. Anche la voce che credeva di aver sentito doveva essere stata frutto della sua immaginazione.

Gli tornò in mente all’improvviso la punizione con la Umbridge e si affrettò alla porta, per bloccarsi quando si accorse che, marchiata a fuoco sul duro legno di mangrovia, c’era una scritta sulla porta, una frase all’altezza dei suoi occhi: Che cosa vuoi? in una grafia tondeggiante. La domanda suonava quasi minacciosa, come se fosse stato sorpreso a violare una proprietà privata, e si sentì innervosito senza motivo; che cosa voleva? Be’, gli sarebbe piaciuto non dover scrivere col suo sangue, tanto per cominciare! E non avrebbe guastato neanche non avere un folle assassino megalomane alle calcagna da quand’era in fasce! Avere una famiglia che non lo considerasse al pari di un escremento di cane rimasto appiccicato sotto una scarpa, magari… scosse la testa e afferrò la maniglia. Dovette fermarsi di nuovo: tutte le luci erano state spente e il Castello buio taceva, come se fossero tutti a letto a dormire, quadri compresi! Ma erano appena le sette, a quell’ora le torce alle pareti erano sempre tutte ancora accese e si potevano sentire le conversazioni sommesse e le risatine degli abitanti dei ritratti… oh, Merlino, ma quanto tempo aveva trascorso in quella strana stanza? Facendosi luce con la bacchetta consultò l’orologio al polso, e strabuzzò gli occhi.

Continua

Note di fine capitolo

Che ne dite? Fatemelo sapere!

(la frase iniziale di Ron con l'asterisco lo presa da un post letto in un contest)

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