Note al capitolo

Ho provato a tradurre in gaelico alcune parole e frasi e sinceramente sono piuttosto soddisfatta di me stessa, anche se ho raggiunto un misto di bretone, irlandese e gaelico del Galles! Vabbè, sempre dal celtico derivano! In ogni modo, gli incantesimi gli ho scritti in gaelico, anche perché credo che siano stati proprio i quattro fondatori a “tradurli”, visto che ormai in Inghilterra non lo si parlava più.
Ma di questo ne tratteremo in seguito nella ff!
Buona lettura e, please, recensioni!
Mor-Bihan , Armorica o Breizh (Bretagna)

Anno Domini 993

Aprilis


“Bealtaine Déan mo Soul isteach an oíche
na réaltaí treoir mo bhealach.
Glory mé an radharc
Mar dorchadais Bíonn an lá.

Chanadh amhrán, amhrán de shaol
made gan brón.
Inis na cinn, na ngaolta mé
riamh orm dearmad
riamh agam dearmad.”

Le parole della malinconica canzone scivolavano dalle labbra del giovinetto come l’acqua di una dolce sorgente, languide e vellutate, narrando del cielo stellato, della vita e della morte e di come tutto ciò glori la vista di chi sapeva cogliere il loro significato recondito, invece di soffermarsi alle apparenze.
Era una notte davvero magnifica e stranamente tiepida per essere solo ad Aibreán (o aprilis), eppure il corpo del giovanissimo cantore era attraversato da piccoli e costanti brividi, costringendolo a portarsi le ginocchia sotto il mento, sfruttando in questo modo il tepore del mantello bianco come la neve. Non era per il freddo che rabbrividiva, oh no, bensì per l’irrequietezza causata dalla lunga attesa, solo, nel mezzo del bosco sacro, dove agli apprendisti druidi era proibito recarsi, senza la compagnia del loro mentore, il mheantóireachta. Per gli audaci che osavano violare tale divieto erano previste severe punizioni.
Il ragazzino tramante era uno di questi. Giovanissimo, aveva sì e no quattordici anni ed era da poco stato presentato alla comunità come maggiorenne, era ormai un adulto. Tuttavia, tutta l’arroganza e l’eccessiva confidenza di sé che i giovani di solito sfoggiano, non appena escono dal loro stato di minori, era sparita dal viso alabastrino del fanciullo e i suoi occhi grigio – violetti vagavano inquieti e rapidi da un posto all’altro, scrutando ogni ombra, ogni singolo e lieve movimento della natura immersa nel sonno che lo circondava.
Una leggera brezza scompigliò quelle ciocche corvine e seriche che facevano capolino da sotto il cappuccio bianco e il ragazzo si strinse ancora di più sotto l’indumento, quasi temesse che fosse un velato rimprovero da parte del bosco per aver infranto la regola.
No, tutto ciò era ridico, pensava, la natura non era loro nemica, erano gli uomini gli unici veri portatori di distruzione. Il fine ultimo di essa era infatti la continua rigenerazione della vita, che passava obbligatoriamente attraverso la morte, per essere subito dopo, però, sostituita da una nuova nascita. Quando gli uomini invece sterminavano, le speranze di un nuovo inizio erano assai più incerte e non sempre ne veniva fuori qualcosa di buono, anche se il suo mheantóireachta sosteneva che pure le opere, giuste o nefande che fossero, compiute dal genere umano appartenevano al progetto continuo ed infinito di Morte e Rigenerazione del mondo. Il ragazzo, però, ancora aveva i suoi dubbi, specie ora che …
“Cad tá á dhéanamh agat anseo, ag an am seo den oíche, ina n-aonar i Grove naofa?”, lo apostrofò severamente una voce femminile.
Il giovinetto scattò in piedi, arrossendo e balbettando confusamente delle scuse. “Logh dom, Morvanna deirfiúr” e abbassò colpevole il cappuccio, ben conscio che era meglio confessare subito il suo crimine. Infatti, se il trasgressore aveva il coraggio di denunciarsi subito, la pena sarebbe stata leggermente più sopportabile, rispetto all’originaria.
Una donna sulla trentina dai lunghi capelli castani, che cozzavano con il candore della sua veste, si fece avanti, seguita dal tintinnio della falce dorata che le pendeva dal fianco. Alzò la bacchetta e mormorò un incantesimo, sprigionando una fioca luce: in questo modo, il ragazzo sarebbe stato costretto ad avvicinarsi a lei, se voleva spiegare le ragioni per quella sua visita.
“Teacht!”, gli ordinò, allungando il braccio, sottolineando così il suo comando.
Deglutendo, il fanciullo obbedì avanzando, esponendosi alla luce.
Il viso di Morvanna, la donna biancovestita, si rilassò un poco, non appena riconobbe i lineamenti del ragazzino, per poi ritornare all’espressione di duro rimprovero di prima.
“Elouen Du, figlio di Neven Du, nonché mio fratello, che ci fai in questo posto, che tu sai essere proibito, per gli apprendisti come te?”
Elouen si umettò le labbra nervosamente, maledicendo il destino che fosse stata proprio sua sorella Morvanna a trovarlo. Se avesse, al contrario, incontrato qualcun altro, forse il suo obiettivo, con cui era partito dal villaggio, sarebbe stato raggiunto.
Ma con Morvanna non ci sarebbe stato nulla da fare: lei era un suo superiore e lui le doveva lo stesso rispetto e la stessa devozione che aveva per il maestro. Inoltre, la donna era particolarmente dispotica nei suoi confronti, forse piccata dal fatto che Elouen, ad appena quattordici anni, già ricoprisse il titolo di assistente, o cúntóir, oltre che quello di apprendista, altresì detto printíseach.
“Sto aspettando, Elouen”, lo incalzava Morvanna, visibilmente spazientita.
“Ecco … io … ero venuto per il mheantóireachta” e si aspettò l’usuale lavata di capo.
Che prontamente arrivò. “Hai usato fin troppo questa scusa, nelle ultime tre settimane. Vedi di cercarne una più convincente!”
“Ma è la verità, Morvanna deirfiúr! Ho sul serio bisogno di parlare con il maestro! E voi non fate che impedirmelo!”
Le labbra della donna assunsero una linea dura. “Mi stai rimproverando, piccolo Du?”
Il giovinetto scosse il capo con foga. No, non voleva dire quello! Solo, che tutte le volte, duranti le quali lui voleva vedere il maestro, lei lo fermava, ecco tutto. Non era un rimprovero il suo. Era una constatazione.
Che Morvanna non sembrò gradire, a giudicare dal suo cipiglio. In ogni modo, gli domandò: “Parlare con il mheantóireachta? E perché? Che hai da riferirgli di così urgente, tanto da venire a disturbarlo qui, nel cuore della notte e per giunta in un posto nel quale tu non hai diritto di entrare?”
Le guance di Elouen si tinsero di scarlatto. “Sono cose personali tra il maestro e me! Eppoi, io sono un suo cúntóir, anch’io posso entrare!”, non era del tutto vero, ma neppure interamente falso.
“Certo, se un tuo superiore te lo concede …”, lo corresse dolcemente Morvanna.
Elouen trattenne il fiato, sperando che per una volta la donna gli dimostrasse un segno di comprensione.
Non fu fortunato.
“Concessione che ti nego!”, concluse severa “Ora tornate a casa, Elouen. I nostri genitori si staranno già chiedendo dove tu possa essere finito” e con un gesto della bacchetta, alte fiamme comparvero, che lasciavano però illeso il legno degli alberi, indicando al giovane il sentiero per il villaggio.
“Ma io …”, protestò Elouen, di certo non contento di vedersi rifiutato per l’ennesima volta un colloquio con il suo maestro.
“Silenzio! Osi mettere in discussione un tuo superiore?”
“No, ma …”
“Cosa?”
“Io devo vedere il maestro è urgente! Per favore! Más é do thoil é !”, la supplicò, la sua giovane voce incrinata da un’acuta nota d’ansia.
Morvanna non disse nulla, si limitò ad abbassare il capo. “Tu lo sai che il maestro è molto impegnato con gli altri apprendisti e che non può trascurarli per delle sciocchezze …”
“Ma …”
“Lasciami finire. Tuttavia, se lui ti ha voluto come assistente ad una così giovane età, evidentemente ti considera una persona assennata. Di conseguenza, non ti ritengo capace di disturbare il maestro per futili motivi …”
Il ragazzino ascoltava attentissimo, speranzoso.
Morvanna sospirò. “Fra una settimana, recati alla spiaggia. Vedrò di organizzarti un incontro con lui.”
Gli occhi grigio – violetti di Elouen s’illuminarono per la contentezza e il giovinetto iniziò a ringraziare ferventemente la sorella, la quale, però, lo intimò di non dire a nessuno del loro accordo, altrimenti ciò avrebbe suscitato l’invidia e la gelosia da parte degli altri allievi. Avere, infatti, un colloquio a tu per tu con il mheantóireachta era un raro privilegio, giacché tutto doveva essere discusso tra di loro, senza segreti. Fiducia era la parola chiave e avere segreti non l’aiutava; tuttavia se c’era qualcosa di veramente urgente di cui parlare, allora si poteva fare uno strappo alla regola.
E in quel momento, Elouen Du aveva qualcosa di serio su cui discutere.
“Mantieni il silenzio, eh?”, si raccomandò Morvanna, mentre Elouen s’avviava annuendo vigorosamente verso il villaggio, non notando lo strano luccichio brillare negli occhi della sorella.

***

Il villaggio dove Elouen Du viveva era l’ultimo campione della fiorente e ricca civiltà dei Veneti che un tempo abitava l’Armorica o Breizh, come s’incominciava a chiamarla da parte degli Eile, gli Altri, che si trovavano fuori dal loro territorio.
Dopo la conquista della Gallia da parte di Giulio Cesare, i Veneti o furono o catturati e ridotti in schiavitù o riuscirono a fuggire, rifugiandosi in Britannia. Altri, invece, guidati da veri druidi- maghi, restarono, nascondendo la loro esistenza al mondo grazie alla loro magia, sopravvivendo agli sconvolgimenti della storia, sicuri e protetti. Ma ormai, quei cinque villaggi di superstiti si erano ridotti ad un unico, abitato da neppure cinquecento anime. Il più grande tabù era quello di uscire dai confini del loro territorio, anche perché una volti nel Mondo di Fuori, Domhan Lasmuigh, la magia non li avrebbe più difesi, sarebbero stati vulnerabili. L’unica eccezione era il matrimonio. Non essendo numerosi e per evitare quindi unioni tra consanguinei, quando il capo accordava ad un giovane di sposarsi, egli si recava nel Domhan Lasmuigh e si sceglieva una ragazza che più gli piaceva. Ebbene sì, o la rapiva o la seduceva, in ogni modo la convinceva a seguirlo e una volta là, alla ragazza venivano cancellati tutti i ricordi della sua vita precedente, sostituendoli con degli altri, affinché in lei non sorgesse mai il desiderio di ritornare a casa.
A praticare questo rito era ovviamente il druido. In effetti, il villaggio non era composto solo da maghi, anzi, loro non erano che un quarto della popolazione. E tuttavia, nessuno se ne lamentava: non essendo il cristianesimo giunto a loro, essi adoravano ancora gli dei della religione dei loro antenati, considerando quindi la magia come un dono della dea Rejtija, la più amata del pantheon. Di conseguenza, coloro che potevano praticare la magia, la vera magia, erano considerati da lei benedetti e venivano iniziati dai druidi del villaggio. L’apprendistato era lungo e faticoso, non c’erano libri scritti su cui imparare, tutto doveva essere custodito nella memoria. L’unica consolazione era vedere l’espressione di ammirazione e rispetto nel volto degli abitanti, non appena scorgevano la veste bianchissima del druido, quando quest’ultimo si recava al villaggio.
Così era accaduto anche per Elouen. Ancora non era un druido, ma il suo maestro gli ricordava spesso che, se avesse mantenuto la costanza e la passione negli studi, un giorno la sarebbe divenuto presto. Nel frattempo, il ragazzino, una volta divenuto maggiorenne, era stato scelto come uno dei suoi tre assistenti. Ciò aveva portato immensa gioia e orgoglio alla sua famiglia, già di suo importante, in quanto imparentata con il capo del villaggio (la madre di Elouen ne era la sorella). E tuttavia, aveva anche instillato nel cuore della gente, specie tra gli apprendisti stessi, una sottile e persistente invidia nei confronti dei Du, in particolar modo nel più piccolo della famiglia, Elouen appunto.
Il ragazzino, ancora ingenuo e appena sfiorato dalla vita, non riusciva a capire il perché di tutto quell’astio da parte loro. Suo padre gli aveva insegnato che quando si ferisce o s’insulta qualcuno, era naturale che la persona gli portasse rancore. Eppure, lui non si ricordava di aver offeso in qualche modo chicchessia.
Specie Morvanna, sua sorella maggiore. A dire il vero, era la sua sorellastra, ma Elouen non aveva mai badato a quella sottigliezza, le voleva comunque bene e non si capacitava come mai lei, al contrario, fosse così fredda e distaccata nei suoi confronti. Ad ogni tentativo di avvicinarla, mostrandole ad esempio come avesse imparato un nuovo incantesimo, ella o scrollava le spalle spazientita o si arrabbiava, accusandolo di non essere altro che un mimo da taverna.
Gli aveva poi imposto di darle sempre del voi e quella forse era l’unica cosa cui il fratello minore fosse stato in grado di comprenderne il motivo: essendo lei più anziana rispetto a lui e per di più una sua superiore, era naturale che lui le dovesse portare rispetto.
Ora, però, per la prima volta dopo anni, Morvanna si era dimostrata gentile nei suoi confronti, insomma, gli aveva promesso di farlo incontrare con il maestro. Che si fosse ricreduta sul suo conto?
Un violento ceffone lo distolse dai suoi pensieri e Elouen si fece piccolo piccolo dinanzi all’arrabbiatissima figura del padre.
“Figlio degenere! …”, incominciò, rimproverandolo di quanto fossero stati in pensiero per lui; di quanto lui fosse disobbediente e irresponsabile; ecc, ecc. Il tutto condito con il ritornello: “Che male ho commesso, perché Rejtija mi punisca con un tale delinquente per figlio?”
Elouen abbassò il capo, vergognoso dei suoi gesti. “E ora fila a dormire. Per stavolta non lo dirò a tua madre, ma se t’azzardi ancora a sparire così, io ti …” e un violento e molto eloquente gesto aiutò a capire al ragazzo quale sarebbe stata la sua futura punizione.
Sospirando di sollievo, l’ira di sua madre non era affare da prendere sottogamba, Elouen si coricò, sprofondando in un sonno assai profondo.

***
La brezza marina gli scompigliava i capelli neri come l’ala di un corvo, costringendo Elouen a scostarsi le ciocche dal viso, mentre respirava a pieni polmoni l’aria salata del mare, seduto su uno scoglio.
Stava aspettando qualcuno, anche se il ragazzo stesso non sapeva dire chi. Eppure, il suo cuore non faceva altro che gridare: “Vieni! Vieni!”
E intanto che chiamava questo fantomatico ospite, due enormi serpenti, lunghi come una nave e larghi come due persone messe assieme, emersero dal mare, gli occhi rossi fissi sul giovane e le lingue sottili sibilare, vibrando veloci.
A parte le loro gigantesche dimensioni, ciò che colpì Elouen fu il colore peculiare della pelle dei serpenti: uno era nero come la notte, l’altro bianco latte. Si muovevano sinuosamente, intrecciandosi l’uno con l’altro, puntando dritto verso di lui.
Lanciando un grido di spavento, Elouen balzò in piedi, indietreggiando di qualche passo. Tuttavia, troppo tardi si accorse che dietro a lui stava un cervo con le corna abbassate, pronto a caricarlo. E così avvenne. Con un violento colpo, Elouen venne spinto giù dallo scoglio, direttamente dentro alle fauci spalancate del serpente nero, che si rituffò tra le onde.
Quando poi la bestia lo risputò, il giovane si trovò dinanzi ad una strana costruzione, quella che il suo maestro nominava “Castello” e che si trovava spesso nel Mondo di Fuori.
Il castello era vecchio, in rovina, lo si poteva notare dalle parti mancanti e dall’edera che cresceva rigogliosa tra i muri marci e preda delle violente manifestazioni della natura.
All’improvviso, un enorme uccello di fuoco volò sulla torre più alta del rudere, scrutando il ragazzo con i suoi occhi scintillanti. Poi, con un acuto grido, l’uccello fu avvolto dalle fiamme e il castello con esso, lasciando nient’altro che cenere dietro di sé.
Ma ecco che da esse spuntò timida la testolina di un pulcino, che iniziò velocemente a crescere, fino a ritornare alla maestosa forma originale. I due serpenti, allora, si fusero prima in uno, recandosi successivamente verso l’uccello, avvolgendolo tra le sue spire bianche e nere. Inoltre, il serpente si morse senza preavviso alcuno la coda, formando una catena sul corpo dell’uccello, il quale, ignaro della presenza dell’altro animale, continuava a cantare felice sulla torre più alta di una castello più imponente e magnifico di com’era in precedenza.

“Bealtaine Déan mo Soul isteach an oíche
na réaltaí treoir mo bhealach.
Glory mé an radharc
Mar dorchadais Bíonn an lá.

Chanadh amhrán, amhrán de shaol
made gan brón.
Inis na cinn, na ngaolta mé
riamh orm dearmad
riamh agam dearmad.”

E con la canzone dell’uccello di fuoco che risuonava ancora nelle sue giovani orecchie, Elouen si svegliava, ogni volta sempre più confuso e spaventato. Era da un mese che il sogno lo tormentava e nonostante si fosse sforzato di comprenderlo, ricorrendo a tutte le sue conoscenze circa l’arte dell’interpretare i sogni, niente, si ritrovava sempre ad un punto morto.
Aveva provato a chiedere a sua nonna, la quale era conosciuta nel villaggio come un’ottima veggente, ma neppure lei aveva trovato un significato preciso per il sogno; l’unica conclusione cui entrambi erano giunti, era che qualsiasi cosa esso volesse dire, essa avrebbe portato grandi cambiamenti.
Quella notte non fece eccezione ed Elouen si destò di soprassalto, il corpo bagnato di sudore, il respiro veloce e irregolare. Stropicciandosi gli occhi, il ragazzino si alzò dal giaciglio per recarsi nella dispensa per bere un sorso d’acqua.
Si fermò all’improvviso, nascondendosi nell’ombra, quando si accorse che nella parte comune della capanna, utilizzata come luogo d’incontro, c’erano i suoi genitori con il capo del villaggio, dei nobili e due stranieri, anche se Elouen notò che parlavano correttamente la sua lingua.
E c’era il maestro con loro, assieme alla sorella e all’altro assistente, Tehen.
Parlavano concitatamente tra di loro, a voce bassa, con fare quasi cospiratorio. Incuriosito, il giovane tese le orecchie, cercando di captare qualche parola, ma tutto ciò che udì fu: “Scuola … quattro temerari … malcontento … agire ora …”
Di che cosa stavano parlando? Scuola? E dove? Non c’erano scuole nel villaggio!
Quattro temerari, chi erano costoro?
E soprattutto, che cosa avevano combinato di così grave, da costringere quei due stranieri, senza dubbio provenienti o da Kembre o da Bro Saoz, a venire a discuterne? Con il maestro, poi!
Scuotendo la chioma corvina, Elouen se ne ritornò quatto quatto al suo giaciglio, annoverando quella strana conversazione tra le cose che avrebbe chiesto fra una settimana al maestro.

***
“Elouen, mo nia, áit a bhfuil tú ag dul anois?”, lo rimbeccò la nonna Gwennaïg, pizzicando il nipote, mentre sgattaiolava via dalla capanna. Che la donna fosse a conoscenza delle tendenze vagabonde del giovane era fatto risaputo, ma mai lui si era allontanato in modo tanto circospetto: sembrava quasi che stesse nascondendo qualcosa.
Infatti era così. La settimana d’attesa era trascorsa e ora il giovane apprendista si stava recando al luogo nel quale sua sorella Morvanna gli aveva promesso un incontro con il maestro.
“Dove stai andando, nipote mio?”, inquisì la donna, afferrando il polso sottile del ragazzo, costringendolo a voltarsi e a guardarla negli occhi. Sguardo che il giovinetto evitò, temendo che la bugia che stava per dire fosse tradita dai suoi occhi.
“Vado in riva al mare per raccogliere delle conchiglie, nonna. Vorrei fare un braccialetto per mia madre …”, non un granché di scusa, Elouen era sempre stato molto sincero e quelle poche volte che mentiva, veniva subito sbugiardato.
Tuttavia, riuscì ad essere abbastanza convincente, tanto che la donna lasciò la presa al polso, nonostante un’espressione preoccupata le si fosse dipinta sul volto. “Elouen, resta a casa per oggi. Questa notte ho fatto un sogno che ti riguardava e mi ha molto turbata. Se vuoi, ci andrai domani alla spiaggia, ma rimani qui per oggi!”
Il ragazzo s’umettò le labbra a disagio: non poteva mancare all’appuntamento, era troppo importante! Una seconda occasione non si sarebbe più potuta ripresentare! Incominciò, quindi, a protestare prima con un tono assai sostenuto, poi sempre più disperatamente, arrivando infine quasi a supplicare la nonna di lasciarlo partire.
“Per favore, nonna!”
“Perché?”
“Nonna, io devo andare! Per favore!”, pigolò il nipote.
Dopo un lungo sospiro, la donna si arrese e baciandolo sulla fronte, lo salutò. E mentre osservava la figuretta bianca allontanarsi, un’inaspettata preghiera le scivolò dalle labbra: “Oh somma Rejtija, proteggetelo voi!”

***

“Dov’è il maestro?”, fu la prima domanda che Elouen si pose una volta giunto al luogo fissato per l’incontro, scoraggiato dalla mancanza della familiare figura biancovestita del suo mentore.
Forse, qualche impegno imprevisto lo aveva trattenuto, sì, quella doveva essere la spiegazione più logica. Il ragazzo decise allora di mettersi ad aspettare l’uomo, raccogliendo nel frattempo qualche conchiglia per confermare il suo alibi davanti alla nonna per quando sarebbe tornato a casa. Alzandosi un poco la veste candida, il giovane s’immerse nell’acqua fredda, canticchiando fra sé e sé la sua canzone preferita.
Il sole raggiunse il suo zenit, ma del maestro ancora nessuna traccia. Quando infine incominciarono a calare le prime tenebre della sera, Elouen temette che il maestro si fosse dimenticato dell’incontro. O peggio: che Morvanna gli avesse giocato un brutto scherzo, facendolo passare per uno stupido.
In ogni modo, l’uomo non sarebbe arrivato e, sbuffando, Elouen s’incamminò verso casa. Quand’ecco che, saltellando da uno scoglio all’altro, mise male un piede e cadde in avanti, sbucciandosi le mani e le ginocchia. Ma fu la vista della sua bacchetta a qualche spanna dalla pigra superficie del mare a preoccuparlo maggiormente. Sporgendosi un poco, Elouen tese il braccio per afferrarla … ancora un poco … c’era quasi …
“Teacht!”, comandò una voce e la bacchetta volò via dalle dita del giovane per finire nelle mani di …
… Morvanna?!?
“Sorella!”, esclamò Elouen spaventato dalla sua improvvisa comparsa e soprattutto dallo strano luccichio negli occhi. “Mi avete fatto venire un bello spavento!” e sorrise a fatica, “E il maestro? Dov’è? Perché non è venuto?”
Sua sorella non rispose, si limitava a fissarlo inquietante e silenziosa. Elouen deglutì: per la prima volta in vita sua, aveva paura di Morvanna. Che fosse una persona noiosa, un po’ burbera e severa, lo sapeva, ma mai le aveva visto in faccia quell’espressione, che annunciava solo cattiverie.
Sorridendo malignamente, Morvanna stese il braccio, puntando il dito in direzione del mare. Il fratello lo seguì con lo sguardo e i suoi occhi grigio- violetti si spalancarono quando intravidero una nave stagliarsi all’orizzonte.
“Pirati …”, sussurrò incredulo Elouen, avendo riconosciuto la foggia diversa rispetto alle navi bretoni. Si voltò quindi verso la sorella, chiedendole concitatamente: “Morvanna, dobbiamo andarcene via di qui, non vedi che stanno attraccando?”
La donna non rispose, si limitò a rigirare la bacchetta tra le dita. Spazientito, Elouen s’avvicinò per trascinarla via, quando la sorella gli puntò la sua bacchetta contro la gola.
Il cuore del ragazzo smise di battere per un secondo, per poi riprendere furiosamente: che stava facendo Morvanna? Era divenuta folle? Perché si ostinava a rimanere sulla spiaggia, con i pirati vichinghi che si avvicinavano ogni minuto di più?
La ferocia di quei barbari era conosciuta da tutti i porti del nord; le loro sfortunate vittime se li incrociavano, si sarebbero trovate caricate nelle loro veloci navi prima che potessero gridare “Aiuto!”, pronte per essere poi vendute in qualche mercato di terre straniere, non senza che quelle bestie si fossero divertite un poco con loro, ovviamente.
“Su, andiamo! O ci cattureranno!”, la intimò il fratello, la voce più alta di un’ottava per la paura.
Morvanna lo guardò placida. “Non lo faranno. Perché sono stata io a chiamarli, usando prima l’incantesimo Aigne a Léamh (Legimency ndr) e poi, quando verranno qui …”
E puntò la bacchetta dietro a quei quattro uomini alle spalle di Elouen, il quale, per lo shock della rivelazione, non si era accorto dello sbarco della nave vichinga.
“… Ordú!” e scagliò loro contro una delle tre più temibili maledizioni, quella che controllava il corpo e l’anima di una persona.
L’espressione dei quattro vichinghi divenne ebete, confusa, quasi non sapessero né chi fossero né da dove venissero.
Alla vista di tutto ciò, Elouen era impallidito di quel tanto da farlo sembrare simile ad un cadavere. Tutta la situazione era grottesca: il finto appuntamento, il sorriso malevolo della sorella, i pirati … che diavolo significava?
“Morvanna, se questo è uno scherzo, io …”, incominciò debolmente il suo rimprovero.
La donna lo fulminò con lo sguardo. “Scherzo? Ti pare che io stia scherzando, fratellino? Questa è la tua punizione!”
“La mia … non capisco, che cosa vi ho fatto di male?”, balbettò incredulo il ragazzo.
“Tutto! A partire dal fatto che tu respiri, che tu viva, che … che … tu esista! Sin dal giorno della tua nascita non mi hai creato che fastidi, tu e la tua precocità nella magia della malora! Per vent’anni ho dovuto sgobbare come una matta per divenire la prima assistente del maestro, ho sacrificato tutto: la mia infanzia, la mia giovinezza, la mia vita! Ed ero ad passo tanto così da essere nominata la prossima druidessa, quand’ecco che spunti tu, bravo in ogni cosa, dice il maestro, che a neppure quattordici anni sei già il suo assistente. Ma lo scorno finale è stato quello di sentire il maestro esprimere il suo desiderio di designarti quale suo successore! Non posso permetterlo! Io ho ogni priorità su di te! Ma tu, piccolo demonio, invece di metterti da parte, hai persistito nel vantarti e metterti in mostra, rendendomi oggetto di scherno. Sta bene. Vorrà dire che da schiavo capirai il vero significato della parola “umiliazione”.”
Elouen ascoltava la confessione della donna senza riuscire a ribattere, essendoglisi seccata la gola. Si limitava solamente a scuotere il capo con energia, cercando di negare le pesanti accuse della sorella, specie quando udì la parola schiavo.
“Morvanna, vi scongiuro nel nome della sacra Rejtija, ditemi che è tutto uno scherzo!”
“No, è la verità. Tu mi hai rovinato la vita. E ora pagherai.”
“Non vi ho fatto niente, niente!”
“Addio, Elouen”, mormorò dolcemente Morvanna, spezzandogli in due la bacchetta.
Il fratello strabuzzò gli occhi, pietrificato dal gesto. All’improvviso, sentì un acuto dolore ai polsi e due serpenti, uno bianco sulla mano sinistra e uno nero sulla destra, gli comparvero sotto la pelle, come un tatuaggio.
“Essere venduto come schiavo è solo la prima parte della tua punizione. La seconda è la seguente: li riconosci quei due serpenti, vero?”
Il corpo di Elouen iniziò a tremare. Non di paura, non più.
Rabbia.
Una collera infinita e distruttrice percorreva le membra del ragazzo, il cui respiro era divenuto rapido e irregolare, mentre stringeva i pugni fino a far sanguinare i palmi.
“Maledetta …”, sibilò. Di tutte le atrocità che uno poteva aspettarsi da un mago, quella era la più terribile: il Sigillo.
Esso era un incantesimo della Magia Antica e solo coloro che avevano una grande esperienza e abilità potevano eseguirlo, giacché, se evocato scorrettamente, esso aveva l’effetto opposto del suo scopo originario: sigillare i poteri di un mago, affinché egli non fosse più capace di usarli.
“Uf! Chissà come te la caverai ora che sei come un qualsiasi banale ragazzino di quattordici anni! È inutile che tu speri di rompere il sigillo o di trovare un mago che te lo possa spezzare: ho usato la sua forma più potente, solo uno veramente capace, te lo può annullare. Ma, se fossi in te, mi rassegnerei all’idea di vivere senza la magia per il resto della vita.”
“Perché piuttosto non mi avete ucciso, maledetta, se mi odiate talmente tanto?”
“La morte è un dolce oblio, non si soffre più. Invece, voglio che tu provi sulla tua pelle le mille umiliazioni cui la tua sconsiderata condotta mi ha sottoposta!”
Poi, rivolgendosi agli uomini- burattini. “Portatevelo via!” e immediatamente, quattro paia di ruvide e callose mani s’avventarono sulla delicata figura di Elouen, spingendolo a viva forza versa la nave, mentre il ragazzo si sgolava urlando: “Che Rejtija ti maledica per questa tua nefandezza! Credi di esserti liberata di me? Avresti fatto meglio ad uccidermi! Ridi pure ora, ma sappi che ritornerò per la mia vendetta! Sì, troverò un mago abbastanza potente da spezzare il Sigillo e allora verrò a cercarti! E t’ammazzerò, hai capito? T’ucciderò come la cagna che sei!”
Morvanna non si scompose, continuò a sogghignare tranquilla, sussurrando: “Se tornerai, fratellastro!”
E osservava soddisfatta le nave riprendere il largo, il vento crudelmente in poppa, quasi anche lui fosse complice dell’orribile azione compiuta.

***
Una volta spinto di malagrazia a bordo della nave, ad Elouen furono poco cerimoniosamente sottratti la falce d’oro, il suo braccialetto d’argento (dono per la raggiunta della maturità) e la tunica bianca, lasciandolo solo con le brache e le scarpe di pelle.
I pirati vichinghi iniziarono poi a sbraitargli contro qualcosa che lui non riusciva ad afferrare, che volevano da lui? Spazientiti dalla poca collaborazione da parte del ragazzo, uno di loro, un energumeno di quasi nove piedi (due metri ca. ndr) l’afferrò per i capelli e lo spinse giù all’interno della nave, dove, una volta legatogli mani, piedi e il collo con un’unica corda, lo gettò tra una piccola folla eterogenea composta dalla più grande varietà di gente di ogni dove, età e d’ambo i sessi.
Il vichingo urlò ancora qualcosa d’incomprensibile alle orecchie d’Elouen e poi si allontanò con una risata simile al muggito di un toro.
“Ha detto”, gli venne in aiuto un vecchio, bretone anche lui, ma non appartenente al villaggio del ragazzo, un Eile, dunque. “Ha detto che riempiranno ancora le stive con qualche altro prigioniero; poi andremo a Baile Atha Cliath per rifornimenti e infine ci venderanno.”
Elouen rabbrividì inconsciamente. “Dove?”, chiese, la voce roca dal tanto urlare e dalla sete che aveva incominciato a tormentarlo.
“Dove ci saranno ancora mercati disposti a comprare gli schiavi. Ma soprattutto a Bro Saoz.”
“Bro Saoz?”, s’informò debolmente il ragazzo, tremando all’idea di essere venduto al mercato degli schiavi.
“Altresì nota come Anglesland”, confermò cupo l’uomo.
Appoggiando la fronte sulle ginocchia, Elouen strinse le palpebre per non piangere e pregò la dea Rejtija di sorreggerlo in quel difficile momento.

Note di fine capitolo

Uf! Che parto! Che sorella, eh?
A proposito, Kembre = Galles e Baile Atha Cliath = Dublino.

Prossimamente …
Capitolo 2°: Lutto
“[…] nessuno sapeva con precisione le dinamiche della tragedia, l’unica cosa certa era che la castellana fu ritrovata morta annegata sotto la sottile lastra di ghiaccio del fiume, in un nuvoloso giorno di Ianuarius […] Ma ciò che gli dava più fastidio, che lo tormentava senza dargli requie, era il fatto che chiunque fosse stato, se lei stessa o un assassino, a causa sua Maëlenn non apparteneva più al mondo dei vivi […] e con lei la creatura che cresceva nel suo grembo.”

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