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Note al capitolo:

Il primo incontro di Remus con il piccolo Teddy, dopo sei anni di lontananza.

Tonks diede una lieve spinta di incoraggiamento al bambino. “Avanti, Teddy, prendi il pupazzo che ti dà Rem…”
Remus, la mano artigliata per il nervosismo all’imbottitura dell’orsetto che stava allungando al figlio, alzò lo sguardo sulla donna quel tanto che bastava da vederla strizzare gli occhi, mentre inghiottiva a vuoto un singhiozzo.
“Che ti dà… papà”, la sentì correggersi infine, sforzandosi di non rendere evidente il suo stato d’animo al piccolo.
Ma il bambino, per nulla rassicurato, non si mosse.
“Teddy, su, fa' il bravo”, lo incitò nuovamente, con dolcezza.
Remus provò un violento moto d’affetto nei confronti di Tonks. Malgrado quello che le aveva fatto - l’aveva abbandonata, con un bimbo da crescere! – si stava prodigando affinché Teddy lo accogliesse gentilmente.
Un padre che non aveva mai visto prima d’allora, che non si era mai degnato di rispondere neppure ai suoi gufi, limitandosi a spedire alla sua mamma tutto il denaro di cui poteva privarsi. Non era molto… ma si augurava fosse stato sufficiente almeno per coprire le spese per gli acquisti di prima necessità.
Tonks accennò un passo nella sua direzione, spingendo Teddy davanti a sé.
Quanta sofferenza poteva vedere nei suoi gesti abbandonati a metà: una mano sollevata verso il suo viso, mai arrivata a lambire la sua guancia in forma di carezza, ma ridotta a un pugno lasciato cadere con evidente frustrazione lungo il fianco.
Gli occhi scuri che avevano indugiato a lungo fissi nei suoi, in una muta accusa a cui non aveva ancora osato dar voce.
Remus si inginocchiò davanti a Teddy tirando un profondo sospiro, per cercare di rallentare i battiti del cuore che gli martellava furiosamente nel petto.
Era la prima volta che poteva vederlo così da vicino, che poteva sentire il suo profumo di bimbo, che poteva parlargli.
Quando Teddy e Tonks lo avevano raggiunto nell’ufficio di lei al Ministero della Magia, luogo “neutrale” scelto per l’incontro, era stato certo di essere sul punto di perdere i sensi.
La testa gli era diventata incredibilmente leggera, in netto contrasto con il suo stomaco che si era tramutato in un pesante e doloroso macigno, a cui si era aggrappato per rimanere ancorato alla realtà.
Il bimbo sembrava spaventato da lui, lo guardava timidamente cercando la vicinanza rassicurante della madre.
Aveva ereditato da lei il faccino a forma di cuore e anche i suoi poteri, come gli suggerivano i capelli, che da quando era arrivato avevano cambiato colore almeno una decina di volte.
Ma gli occhi… gli occhi erano i suoi. Così strani, il taglio obliquo, orientale, ma grandi e che abbinati al suo viso e ai capelli variopinti gli davano un’aria allegra, da monello.
E mentre se ne stava inginocchiato davanti a lui capì di amarlo già alla follia.
Il desiderio di attirarlo a sé si fece straziante, Merlino, quanto avrebbe voluto stringerlo forte tra le braccia, per donargli un poco di quell’affetto che gli aveva sempre negato. Quell’affetto che non aveva mai potuto dimostrargli, ma che provava fin da quando Tonks gli aveva annunciato, piena di speranza e di gioia, che aspettavano un bambino.
Ma sapeva bene che un abbraccio da parte sua non sarebbe stata una buona idea. Teddy non era pronto per un contatto del genere, non con un uomo che gli era stato presentato come il suo papà, ma che per lui era solo un estraneo.
Si impose di concentrarsi di nuovo sul proprio respiro, determinato a darsi una calmata, premessa necessaria per mostrarsi sereno. Teddy era già fin troppo scosso a causa sua.
“Scusami, piccolo…” esordì, felice di sentire la propria voce risultare pacata. Non aveva perso la capacità di celare ad arte le proprie emozioni, chiudendole a doppia mandata in un angolino dentro di sé. Angolo ora molto stipato, doveva ammettere. “Lo so che questo orsetto non è molto bello, che non è uguale a quello dei ritagli di giornale che mi hai spedito via gufo, ma…”
Che scelta stravagante, quella di Teddy. Da bimbo Babbano.
I piccoli maghi di solito facevano i capricci per ottenere peluches a forma di drago, o di grifone…
Il bimbo ora fissava il peluches con aria apertamente delusa.
“Non parla”, squittì, con la voce più tenera che Remus avesse mai udito, per poi prendere coraggio e con un gesto repentino sottrargli l’orso, gettandogli un’occhiata fugace prima di passarlo velocemente alla mamma.
Remus si rialzò, dispiaciuto per non essere riuscito ad accontentarlo, ma non sorpreso. Si era aspettato una reazione simile da parte sua.
D’altro canto lui non poteva permettersi di meglio, e il giocattolo scelto da suo figlio era molto costoso: era stregato in modo da parlare, ignorava per dire cosa…
“È tutto quello che hai da dargli?” gli chiese svelta Tonks, come se volesse trattenerlo ancora un po’, impaurita dall’idea che lui stesse per scappare via.
Con il peluches di Teddy stretto al petto e gli occhi lucidi, gli fece una tenerezza infinita.
Ma… “Dove sono finiti i tuoi capelli rosa?” pensò, senza azzardarsi ad aprir bocca.
Il rosa era stato sostituito da un biondo ordinario, simile al colore di capelli che aveva avuto Ted, suo padre. Forse quello era semplicemente il vero colore dei suoi capelli, ereditato dal papà.
Remus guardò nuovamente gli occhi del figlio, così simili ai suoi. Doveva esserne sicuro, voleva una prova certa.
Infilò una mano nella tasca del mantello logoro, e ne estrasse una scatolina blu. Se la rigirò combattuto tra le mano, prima di consegnarla, spaurito, a quella che era ancora sua moglie.
Lei l’aprì cautamente.
Conteneva una catenina, l’avevano acquistata i suoi genitori per lui quando era piccolo, pochi giorni prima che Greyback lo attaccasse.
“Lui può indossarla, vero?” la sua fu più una supplica che una domanda. “Dimmi che può.”
Tonks aggrottò appena la fronte. “È d’argento?”
Remus ebbe un fremito e poi rispose, flebilmente: “Sì.”
Lei, senza proferir parola, si piegò sul piccolo, agganciandogli con gesti maldestri la catenina al collo. “Un altro regalo di papà”, gli disse, con forzata allegria.
A Remus fu necessario appoggiarsi alla parete dietro di lui, il sollievo provato era stato così forte da fargli cedere le ginocchia.
Tonks si accorse subito del suo mancamento.
“Remus, hai qualcuno che si prende cura di te?” chiese con apparente noncuranza, ma senza riuscire a nascondere del tutto l’apprensione che trapelava dal tono della sua voce.
Scosse la testa. “Non ho bisogno che qualc…”
“Beh, si vede,” l’interruppe subito lei, corrucciata. “Hai un aspetto davvero tremendo.”
Eccola: la solita Tonks! Così sfacciata, così sincera. Così… Tonks!
Con la sua osservazione le riuscì di strappargli l’ombra di un sorriso e notò, stupito, che Teddy lo imitava immediatamente, regalandogliene uno dolce, grandissimo, stupendo.