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Note alla storia:
Avevo iniziato questa fan fiction per passare il tempo, perché non avevo nulla da fare ed avevo appena finito di leggere l’ultimo pargolo di Mamma Rowling. Avevo scritto solo il primo capitolo e non sapevo come mandare avanti la storia. Poi mi è venuta un’idea... non so quanto possa piacervi la mia reinterpretazione dalla saga ma io ci sto mettendo davvero l’anima a scrivere questa storia e spero che almeno sia un po’ gradita. Non è un AU: i miei personaggi arrivano a Hogwarts nell’anno in cui anche Harry, Ron ed Hermione scoprono la camera dei segreti. Susan e Roddy sono semplicemente due dei tanti studenti mai conosciuti da Harry e Co. e di cui la Rowling non ha mai parlato. Buona lettura.
Note al capitolo:
L'inizio della mia prima fan fiction sul mondo di Harry Potter. È forse un'idea un po' strana ma spero che possiate apprezzarla... buona lettura!


Ho sempre amato la nebbia.
Dove abitavo io, a Cavenburg, la nebbia era ovunque, faceva lei da padrona e fu tutto quello che vidi per i miei primi 11 anni. All’epoca ero una bambina smunta e pallida con capelli arancione e ricci che mi facevano somigliare ad un clown un po’ stinto. Mia madre scherzando mi diceva che mi ero scolorita per l’umidità e forse aveva anche ragione.
Quando uscivo dalla mia piccola casetta appena un po’ in periferia, mi ritrovavo persa in quel nulla bagnaticcio e freddo a me così familiare. Avevo dovuto imparare a memoria, per non perdermi, il percorso da fare: casa, pub, casa. Mia madre possedeva l’unica osteria del nostro piccolo paesino dove io lavoravo come cameriera. Dentro, i nostri clienti, perlopiù minatori e rari camionisti, sfuggivano alla nebbia per riscaldarsi corpo e anima con i liquori preparati in casa.
Nella mia infanzia ho visto sfilare centinaia di personaggi con una storia da raccontare: ex preti missionari, uomini che avevano perduto tutto al gioco, donne senza più voglia di sperare o contadini in cerca di fortuna. Alcuni di loro tornavano periodicamente con nuovi aneddoti della loro straordinaria vita, altri si fermavano quasi per caso ma bastava un birra perché cominciassero a raccontare anche i più nascosti segreti.
Amavo lavorare lì proprio per poter sentire questi racconti.
Mia madre, una donna affascinante più simile ad una fata che ad un’umana, preparava i suoi formidabili drink mentre io li portavo ai tavoli fermandomi spesso a giocare a carte perdendo così la mia paga settimanale.
Nonostante la vita fosse piuttosto monotona stavo bene a Cavenburg. Passavo le giornate a leggere i libri che alcuni vecchi clienti mi portavano dai loro viaggi; amavo soprattutto i fantasy, le storie popolate da elfi, streghe e maghi, capaci di tutto e che vivevano continuamente avventure emozionanti. Passavo ore ad immaginare avventure in cui io ero la protagonista e combattevo contro troll e malvagie creature finché mia madre non mi chiamava per la cena.
La stagione più dura dell’anno era certamente l’inverno: la nebbia, se possibile, diventava ancora più fitta e premeva in modo opprimente alle finestre del pub.
Una sera dovemmo accendere tutte le luci per sconfiggere l’oscurità sempre più fitta e anche il grande camino scoppiettava allegramente in un angolo della sala; nonostante tutto ciò l’aria era tesa e fredda. Tutti osservavano apprensivi le finestre come in attesa di una catastrofe e io ne aprofittavo per rubacchiare qualche soldo da un tavolino da gioco. Continuavo a servire da bere ma i clienti si limitavano a guardare fuori sorseggiando distrattamente la loro birra.

- Ehi guardate, guardate là! – gridò ad un certo punto un omaccione baffuto indicando la finestra davanti a lui. Tutti si girarono ad osservare una sagoma scura stava uscendo dalla nebbia avvicinandosi al vetro. Mia madre smise di asciugare un grosso boccale e si mise anche lei in osservazione, apprensiva. L’ombra si avvicinava sempre di più e tutti, nessuno escluso, trattennero il respiro fino a che la misteriosa presenza non si rivelò.
Si trattava solamente di un gufo.
Qualcuno incominciò a ridacchiare sommessamente e in pochi secondi l’atmosfera tornò calda e gioviale come al solito.
Il piccolo “incidente” rimise di buon umore tutti che cominciarono a bere e a chiacchierare allegramente.
Solo io continuavo ad osservare, ricambiata, l’animale.
Ci misi qualche minuto ad accorgermi che nel becco stringeva qualcosa: una busta un po’ sbiadita per l’umidità ma ancora perfettamente leggibile:

“Per miss Susan O’Connor. Taverna di Cavenburg, Ireland.”



E a fianco un grande timbro verde con un nome strano ed affascinante “Hogwarts”.
Note di fine capitolo:
Più che un capitolo vero e proprio questo capitolo sarebbe da definire un Prologo della storia vera e propria, un capitolo molto corto per introdurre uno dei due personaggi originali e per darvi un idea dell'atmosfera quasi irreale in cui Susan ha sempre vissuto.