Ho sempre amato la nebbia.
Dove abitavo io, a Cavenburg, la nebbia era ovunque, faceva lei da padrona e fu tutto quello che vidi per i miei primi 11 anni. All’epoca ero una bambina smunta e pallida con capelli arancione e ricci che mi facevano somigliare ad un clown un po’ stinto. Mia madre scherzando mi diceva che mi ero scolorita per l’umidità e forse aveva anche ragione.
Quando uscivo dalla mia piccola casetta appena un po’ in periferia, mi ritrovavo persa in quel nulla bagnaticcio e freddo a me così familiare. Avevo dovuto imparare a memoria, per non perdermi, il percorso da fare: casa, pub, casa. Mia madre possedeva l’unica osteria del nostro piccolo paesino dove io lavoravo come cameriera. Dentro, i nostri clienti, perlopiù minatori e rari camionisti, sfuggivano alla nebbia per riscaldarsi corpo e anima con i liquori preparati in casa.
Nella mia infanzia ho visto sfilare centinaia di personaggi con una storia da raccontare: ex preti missionari, uomini che avevano perduto tutto al gioco, donne senza più voglia di sperare o contadini in cerca di fortuna. Alcuni di loro tornavano periodicamente con nuovi aneddoti della loro straordinaria vita, altri si fermavano quasi per caso ma bastava un birra perché cominciassero a raccontare anche i più nascosti segreti.
Amavo lavorare lì proprio per poter sentire questi racconti.
Mia madre, una donna affascinante più simile ad una fata che ad un’umana, preparava i suoi formidabili drink mentre io li portavo ai tavoli fermandomi spesso a giocare a carte perdendo così la mia paga settimanale.
Nonostante la vita fosse piuttosto monotona stavo bene a Cavenburg. Passavo le giornate a leggere i libri che alcuni vecchi clienti mi portavano dai loro viaggi; amavo soprattutto i fantasy, le storie popolate da elfi, streghe e maghi, capaci di tutto e che vivevano continuamente avventure emozionanti. Passavo ore ad immaginare avventure in cui io ero la protagonista e combattevo contro troll e malvagie creature finché mia madre non mi chiamava per la cena.
La stagione più dura dell’anno era certamente l’inverno: la nebbia, se possibile, diventava ancora più fitta e premeva in modo opprimente alle finestre del pub.
Una sera dovemmo accendere tutte le luci per sconfiggere l’oscurità sempre più fitta e anche il grande camino scoppiettava allegramente in un angolo della sala; nonostante tutto ciò l’aria era tesa e fredda. Tutti osservavano apprensivi le finestre come in attesa di una catastrofe e io ne aprofittavo per rubacchiare qualche soldo da un tavolino da gioco. Continuavo a servire da bere ma i clienti si limitavano a guardare fuori sorseggiando distrattamente la loro birra.
- Ehi guardate, guardate là! – gridò ad un certo punto un omaccione baffuto indicando la finestra davanti a lui. Tutti si girarono ad osservare una sagoma scura stava uscendo dalla nebbia avvicinandosi al vetro. Mia madre smise di asciugare un grosso boccale e si mise anche lei in osservazione, apprensiva. L’ombra si avvicinava sempre di più e tutti, nessuno escluso, trattennero il respiro fino a che la misteriosa presenza non si rivelò.
Si trattava solamente di un gufo.
Qualcuno incominciò a ridacchiare sommessamente e in pochi secondi l’atmosfera tornò calda e gioviale come al solito.
Il piccolo “incidente” rimise di buon umore tutti che cominciarono a bere e a chiacchierare allegramente.
Solo io continuavo ad osservare, ricambiata, l’animale.
Ci misi qualche minuto ad accorgermi che nel becco stringeva qualcosa: una busta un po’ sbiadita per l’umidità ma ancora perfettamente leggibile:
“Per miss Susan O’Connor. Taverna di Cavenburg, Ireland.”
E a fianco un grande timbro verde con un nome strano ed affascinante “Hogwarts”.
