Death and Doom
La battaglia che si stava combattendo nel parco della Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts era di proporzioni che Ron non si sarebbe mai aspettato.
Durante le sue avventure con Harry ed Hermione, il ragazzo aveva sempre partecipato a scontri di poche persone mentre quel giorno, tra Auror, studenti, membri dell'Ordine della Fenice e Centauri da una parte e Mangiamorte, Dissennatori, Giganti e altri mostri dall'altra, sul campo c'era qualcosa come un migliaio di combattenti.
Era ovvio che, in una situazione del genere, non poteva esere messa in atto una vera strategia... se vedevi un nemico lo Schiantavi, se vedevi un amico lo aiutavi.
Ciononostante il giovane Weasley cercava sempre di non lasciare gli amici, così da garantire loro copertura quando necessario.
Giusto un minuto prima aveva lanciato una Fattura Gambemolli su di un Mangiamorte che stava per colpire suo fratello Gerorge e, subito dopo, Ginny aveva impedito ad un Dissennatore di avvicinarsi a lui abbastanza da somministrargli il suo letale Bacio.
In tutto quel trambusto gli si avvicinò Hermione. La ragazza aveva riportato alcune lievi ferite, più che altro dovute ad incantesimi ad area da cui si era protetta all'ultimo istante, ma sembrava stare abbastanza bene.
Urlando per sovrastare le grida disumane di un gigante ferito a morte, la Grifondoro indicò una zona dove sembrava esserci una calma irreale.
Purtroppo Ron non riuscì a capire tutte le parole, ma comprese quelle essenziali "Laggiù... Voldemort... aiutare Harry!"
Il rosso fece un cenno affermativo per dire di aver capito e mosse un passo verso la ragazza quando, con la coda dell'occhio, notò una figura scura che puntava la bacchetta verso di loro.
Si trattò di un solo istante.
In meno di un secondo il cervello di Ron individuò un fiotto di luce viola che solcava l'aria ed individuò il bersaglio più probabile: Hermione.
La sua Hermione.
"Hermione, attenta!" gridò, mentre le sue gambe lo spingevano il più velocemente possibile verso di lei.
Ma non poteva fare in tempo.
Il Grifondoro si trovava ancora a due metri di distanza quando il lampo viola detonò contro il ventre della compagna che, attratta dalla sua voce, si era voltata verso di lui.
“No!" gridò il ragazzo, vedendo la persona di cui era innamorato accasciarsi al suolo in una pozza di sangue.
Quando la raggiunse, Hermione era a terra, con la schiena appoggiata ad una parete del Castello e gli occhi chiusi.
Il ventre e le gambe erano già rossi del sangue che, copiosamente, sgorgava dalla profonda ferita infertale dalla Maledizione del Mangiamorte.
"Hermione, dimmi qualcosa!" gridò Ron, chinandosi nella pozza di sangue e dandole dei buffetti sulla guancia con la mano sinistra, mentre con la destra muoveva rapidamente la bacchetta sulla ferita tentando di rimarginarla.
La ragazza sembrò riscuotersi al suono di quelle parole e, debolmente, aprì gli occhi.
Notando lo sguardo vacuo dell'altra, il giovane mago capì che doveva essere in stato di schock e la sua preoccupazione non fece che aumentare quando, con una voce che pareva provenire dalla tomba, lei disse "R...Ron, sei tu? C...che succede? Non riesco a vedere nulla..."
C'era del panico in quella debole voce. Anche Ron era nel panico, poiché sapeva che la cecità di Hermione dipendeva dalla fortissima emorragia che non riusciva ad arrestare. Comunque, facendo appello a riserve di coraggio che non sapeva neppure di avere, il rosso cercò di suonare rassicurante mentre diceva "Lo so... un Mangiamorte ti ha colpita con una specie di Incantesimo Offuscante, ma me ne sto occupando... non preoccuparti, tra un minuto sarai come nuova!"
Era una bugia... una pessima bugia. Ron non era mai stato bravo come bugiardo e, purtroppo, neppure come Guaritore.
"Non è vero..." disse lei, mentre dalla bocca le usciva un rivolo di sangue "gli Incantesimi Offuscanti non permettono di vedere nulla, mentre io vedo un grigio indistinto e delle forme sfocate..."
La bacchetta del ragazzo smise di muoversi inutilmente, mentre lui veniva colpito da quella frase che sembrava troppo lucida per un momento del genere.
"Sto morendo, Ron..." disse allora lei, e nella sua voce c'era la stessa sicurezza di quando affermava qualcosa che aveva letto su di un libro.
Il ragazzo fissò le lacrime che inumidivano quegli occhi nocciola e, afferrandole una mano, disse "Assolutamente no... non dire sciocchezze!"
"Non sei capace di mentire..." disse allora lei, mentre la bocca si distendeva in un sorriso.
Ci fu un momento di silenzio, poi la giovane continuò "C'é una cosa che..."
Ron le si avvicinò ancora di più e le gridò "Hermione, non lasciarmi, resta con me!"
"C'é una cosa che devo dirti..." ripeté cocciutamente lei "io... io ti amo! Volevo solo che lo sapessi..."
Ron si morse le labbra per non piangere mentre, con voce rotta rispondeva "Anch'io, Hermione... é una vita che ti amo..."
Ma la ragazza non aveva finito di parlare. Dopo avere tossito sangue, riprese più debolmente "Ron...io..."
"Mi dispiace," la interruppe lui, senza riuscire più a trattenere il pianto "avrei voluto..."
"Baciami..." gli chiese lei e l'urgenza nella sua voce dette a quella richiesta la forza di un ultimo desiderio di un moribondo.
Senza neppure pensare, Ron si chinò su di lei fino a sfiorarle le labbra con un tocco lieve.
Il bacio fu molto dolce ed al ragazzo parve che, mentre i due sugellavano con quel gesto il loro sfortunato amore, il tempo si fermasse.
Ron si rese conto che qualcosa non andava solo dopo diversi secondi. Quando le fredde labbra di Hermione si erano fermate, il ragazzo dai capelli rossi aveva pensato che cio dipendesse dal fatto che la Grifondoro avesse esalato l'ultimo respiro e - distrutto dall'idea - interruppe il bacio e le si gettò al collo piangendo senza più ritegno.
Fu solo quando il suo cervello registrò l'assenza dei suoni - di ogni suono - che sciolse l'abbraccio e si guardò intorno.
Ciò che vide lo lasciò di stucco in quanto, con l'eccezione dei suoi abiti - che erano in più punti macchiati dal sangue di Hermione - il mondo intero sembrava avere perso ogni colore, come se fosse finito dentro uno dei ricordi scoloriti che Harry aveva vissuto nel pensatoio di Silente un anno prima.
E non solo. Il motivo per cui non sentiva suoni era che tutto, attorno a lui, sembrava essersi paralizzato.
Il Mangiamorte che aveva ferito a morte la sua amata, ad esempio, era immobile a mezz'aria, come se qualcuno lo avesse paralizzato mentre cadeva a terra Schiantato.
"Ma che cav...?" fu la prima cosa che il ragazzo riuscì a dire, ma si interruppe quando notò che non proprio tutto era immobile ed in bianco e nero.
Dal folto della battaglia, infatti, una figura minuta avvolta in un lungo abito nero con cappuccio si stava facendo avanti verso di lui.
Temendo che si trattasse di un Mangiamorte, il Grifondoro sollevò la bacchetta e si preparò a colpire.
"Quella non funziona qui." lo avvertì poco dopo la voce melodiosa della figura mentre, con entrambe le pallide mani, si abbassava il cappuccio rivelando un volto stupendo ed una cascata di lunghi capelli corvini.
"Che significa? Dove ci troviamo? Perché la magia non dovrebbe funzionare?" domandò il rosso, frapponendosi istintivamente tra il corpo immobile di Hermione e la nuova venuta.
"Ci troviamo fuori dal tempo..." gli spiegò pazientemente la donna, facendo qualche altro passo verso di lui "diciamo che siamo fermi tra il tic ed il tac dell'orologio e - naturalmente - essendo al di fuori dal normale scorrere del tempo, anche la magia perde il proprio potere."
"Non ho mai sentito nessuno parlare di un incantesimo del genere!" ribatté lui, sentendo però che l'altra gli aveva detto la verità. Non riusciva infatti a percepire quella particolare sensazione che aveva sempre provato stringendo la propria bacchetta.
"Perché non si tratta di un incantesimo..." spiegò semplicemente la donna, rivolgendogli un sorriso "nessun mago può muoversi al di fuori del tempo. È solo grazie al mio potere se ti trovi qui..."
"E tu chi saresti scusa?" chiese allora Ron, mettendo via la bacchetta ma non abbassando la guardia. Forse la donna gli stava dicendo la verità, o forse no. Quello che era indubbio, però, è che si trattava di qualcuno di potente e pericoloso "E, soprattutto, perché sei qui?"
"Io sono colei davanti a cui tutti sono uguali." rispose misteriosamente la donna nerovestita "Quanto al perché sono qui... diciamo che devo svolgere il mio lavoro, ma prima volevo farti le mie scuse."
"Scuse?" ripeté perplesso il mago poi, riflettendo sulle parole della sconosciuta, aggiunse "Colei davanti a cui tutti sono uguali. Dove ho già sentito queste parole? Era una specie di filastrocca..."
E, all'improvviso, sbiancò ancora di più.
"Tu..." disse quasi balbettando "tu sei... la Morte!"
La donna gli rivolse un sorriso di una tristezza infinita prima di rispondere "Sì, hai ragione... sono la Morte, e sono qui per scusarmi con te."
"Perché?" chiese lui, riducendo la distanza che lo separava dal corpo di Hermione... se due più due faceva quattro anche al di fuori del tempo, infatti, temeva di sapere quali sarebbero state le prossime parole della donna in nero.
"Ho assistito a quanto è accaduto a quella ragazza... e mi ha colpito la vostra dichiarazione. Vedi, essere la Morte significa questo, significa assistere agli ultimi momenti di vita della gente e poi venire a prenderla per portarla oltre..."
"Quindi... quindi Hermione non è ancora morta!" concluse Ron, che si sentiva sopraffatto dalla disperazione ma aveva deciso di tentare il tutto per tutto "Tu non l'hai ancora presa con te."
"Questo è l'istante prima della sua dipartita." confermò la Morte, facendo alcuni passi nella direzione dei due studenti "Ma te l'ho detto, prima di prenderla volevo chiederti perdono. Non lo faccio sempre, ma quando vedo una scena che mi commuove, a volte scambio due parole con le persone a cui il mio operato farà più male..."
Ron rimase in silenzio. Quella personificazione della Morte sembrava un essere sensibile, quindi provò a chiedere "Ma scusa... Non potresti risparmiarla? Cosa ha fatto di male per meritarsi di morire ora?"
Se possibile, il sorriso della Morte divenne ancora più triste mentre rispondeva "Mi dispiace, ma non posso farlo. Anche se sono un essere onnipotente non è mio compito scegliere chi muore e chi vive... questo «onore» spetta solo al Destino."
"Capisco." disse Ron con voce tetra, mentre sollevava i pugni davanti a sé "In questo caso ti chiedo scusa. Tu sei molto più gentile di quanto avrei mai creduto possibile, ma io mi batterò con te per impedirti di prendere Hermione. Se vuoi portare a termine il tuo compito, dovrai uccidere prima me!"
Il Grifondoro si aspettava che la donna in nero si arrabbiasse e lo incenerisse con uno sguardo, ma così non fu. Dopo avergli lanciato un'occhiata pienda di rispetto, gli disse "Ciò che mi chiedi è coraggioso, ma non posso permetterti di morire per proteggere lei... Non é questo il tuo momento."
"Allora direi che siamo in una situazione di stallo," bluffò il mago "perché io di qui non mi sposto!"
"E' ridicolo!" esclamò una terza voce, intromettendosi nella discussione con tono perentorio "Morte, rimetti questo umano nel suo flusso temporale e finisci il tuo lavoro!"
Sia Ron che la Morte si voltarono per fissare il nuovo venuto. Si trattava di un uomo, apparentemente sui quarant'anni, con capelli bianchi come la neve ed occhi di un azzurro talmente simile al ghiaccio al confronto dei quali quelli di Draco Malfoy sembravano caldi e colorati.
Il nuovo venuto avanzava con passo sicuro, lasciando svolazzare in un vento inesistente il suo ampio mantello verde e reggendo con entrambe le mani un grosso librone con la copertina di pelle nera.
Il ragazzo era ancora perso a fissare l'uomo quando la Morte si assunse il compito di fare le presentazioni "Ron, questo Imbecille Pomposo è il Destino. Imbecille Pomposo, questo è Ron Weasley, il ragazzo innamorato della persona che hai deciso di uccidere all'età di soli diciotto anni."
"Sai che odio quando mi dai questi nomignoli..." commentò offeso il Destino, ma non poté continuare perché Ron gli si era già avventato contro.
"Tu, brutto bastardo!" gridò il ragazzo, dimezzando la distanza che li separava nel tempo che impiegarono le sue orecchie a diventare della stessa tonalità dei capelli. Evidentemente doveva avere dimenticato di trovarsi di fronto non ad un uomo ma ad un essere onnipotente sotto forma umana, perché lo afferrò per il colletto del mantello e lo scosse veementemente urlandogli praticamente in faccia "Sei tu che hai deciso di uccidere Hermione!"
Con poco più di un cenno, il Destino si liberò di Ron scaraventandolo a terra poi, con voce irritata, disse alla sua simile "Ecco, Morte... ora capisci perché sono seccato all'idea di dover interagire direttamente con gli esseri viventi? Non potremmo evitare tutto questo?"
Ma la Morte sembrava essere di un'altra opinione. Mentre Ron si rialzava dal suolo polveroso, infatti, rispose in tono calmo ma perentorio "No, dato che ti sei degnato di mostrare la tua brutta faccia, ora gli spieghi tutto..."
Sbuffando come qualcuno costretto a scegliere il minore tra due mali, il Destino si rivolse direttamente al giovane dai capelli rossi e gli disse "Temo ci sia stato un fraintendimento sulla mia posizione rispetto alla incresciosa fine della signorina Granger..."
"Fraintendimento?" ripeté Ron assai stupito da quelle parole, mentre una piccola parte del suo cervello registrava le strane dinamiche che intercorrevano tra i due esseri onnipotenti.
"Sì, esattamente." confermò il Destino "Tu credi che io abbia di mia volontà deciso che la vita della tua ragazza finisse oggi, ma non è così. Vedi, il corso degli eventi di tutti gli esseri viventi è scritto qui dentro..." e colpì con affeto il librone che teneva aperto.
"Ogni pagina di questo Libro del Destino è un istante di vita dell'intero Creato e vi è narrato ciò che accadrà ad ogni cosa ed essere vivente." concluse l'uomo dal mantello verde.
"E questo non significa che è colpa tua se Hermione morirà ora anziché tra un milione di pagine?" chiese Ron, mentre un audace piano si formava nella sua mente. Cioè, «piano» - magari - era una parola grossa, perché un piano prevede sempre una qualche probabilità di successo, mentre il suo praticamente non ne aveva. Ma, d'altronde, se la Morte non si opponeva...
"Assolutamente no!" esclamò, quasi offeso, l'essere che personificava il Destino "Il Libro del Destino esiste già completamente scritto da quando è nato il Creato... io non lo ho scritto, io sono solamente una personificazione di questo libro e non ho il compito di decidere gli eventi, ma di dare loro voce."
"E il libero arbitrio dove lo metti? Possibile che noi umani non possiamo decidere del nostro destino?" lo provocò il giovane mago per prendere tempo mentre, a cauti passetti, si avvicinava all'essere onnipotente.
"Al contrario!" esclamò il Destino, infervorandosi in quella discussione e quasi dimenticando di parlare con un essere inferiore "Il Libro del Destino è la massima espressione del vostro libero arbitrio. Tutti gli eventi che narra nascono dalla somma delle vostre scelte, unite alla totalità degli eventi che voi considerate casuali ma che, in realtà, dipendono unicamente dall'insieme di regole fisiche che regge l'universo..."
"Quindi, se ho capito bene, Hermione morirà oggi perché l'insieme delle decisioni di tutti gli esseri viventi del Creato, più tutte le leggi fisiche dell'Universo, hanno portato a ciò..." concluse il rosso, con i muscoli tesi allo spasimo e pronti a scattare.
Il Destino fece un cenno d'assenso, lieto che l'altro avesse capito e, in risposta, Ron gli pose un'altra domanda "Voglio sentire ciò che il Libro del Destino ha da dire sulla morte di Hermione!"
Il Destino sbuffò poi, intercettando lo sguardo della Morte capì dai suoi occhi divertiti che la donna non gli avrebbe permesso di sottrarsi a quella lettura, quindi capitolò.
Inforcando un paio di occhialini da lettura con la montatura in argento, l'essere col mantello si schiarì la gola e cominciò a leggere "«Eric Patterson si accorse solo allora della presenza di due avversari alla sua sinistra. Erano troppo giovani per essere Auror o membri dell'Ordine della Fenice, ciononostante aveva intravisto la ragazza Schiantare un suo compagno, così decise di attaccare. Tra i due, il bersaglio più facile era la ragazza che, in quel momento...»"
Ma non poté terminare la frase, perché, approfittando della sua distrazione, Ron gli era corso incontro e gli aveva tirato un pugno in piena faccia.
Per quanto si trattasse di un essere superiore, il Destino aveva assunto un aspetto umano e quindi, quando venne colpito dal pugno di un ragazzo di diciotto anni alto un metro e novanta per ottantacinque chili, si comportò come qualunque altro essere umano: lasciò cadere il libro che teneva in mano e finì col sedere per terra.
"Ma che cavolo stai facendo?" protestò il Destino, piuttosto infuriato.
"Quello che posso per salvare Hermione!" gli rispose il ragazzo, afferrando il Libro del Destino "Ecco le condizioni..."
"Condizioni?" ripeté l'uomo, mentre la Morte era sul punto di scoppiare a ridere e guardava il suo compagno con due occhi che sembravano promettergli che gli avrebbero rinfacciato questi momenti per parecchie migliaia di anni.
"Sì, o impedisci ad Hermione di morire o faccio a pezzi questo libro!" disse convinto Ron, spostandosi nel contempo dietro la Morte, così da tenerla tra sé ed il Destino. Aveva infatti capito che, per quanto strano sembrasse, la Morte non gli era nemica in quella situazione.
"Sei solo un misero e limitato mortale..." disse però l'uomo dal mantello verde, con tono glaciale "ciò che porti in mano è l'insieme delle volontà di migliaia di miliardi di individui. Credi davvero di poterlo danneggiare tu, con le tue sole forze?"
Punto sul vivo e preoccupato dal passo sicuro ed inesorabile con cui il Destino avanzava verso di lui, il mago dai capelli rossi prese a camminare intorno alla Morte - continuando così ad usarla come scudo - e si accinse a strappare una pagina del libro che teneva in mano.
Come era prevedibile, il Destino non aveva mentito. Per quanto potesse sembrare fragile, la pagina di carta resse facilmente alla torsione impostale da Ron e, anzi, non si spiegazzò neppure.
"Convinto ora?" domandò il Destino fermandosi e fissando il mortale con uno sguardo di superiorità, dopo che questi ebbe effettuato un secondo - infruttuoso - tentativo "Ora ridammi il Libro del Destino, così che io e la Morte possiamo tornare ai nostri compiti..."
Ron si sentiva un inetto. Razionalmente aveva già capito da tempo che confrontarsi con quegli esseri era inutile, ma lui non era il tipo da arrendersi. Ci doveva pur esserci qualcosa da fare per fregare il Destino.
Lui aveva già ampiamente dimostrato di non non poter sconfiggere l'essere col mantello verde, ma...
Fu in quel momento di massima disperazione, quando il Destino lo fissava con aria trionfale e la Morte lo guardava con quegli occhi tristi e rassegnati, che Ron ebbe l'illuminazione della sua vita.
'O la va o la spacca!' si disse poi, tirando fuori un ghigno che avrebbe fatto invidia anche a «Furetto Malfoy» disse "E Va bene, ho capito... Rinuncio!"
"Ottimo!" affermò il Destino, compiaciuto del fatto che quel cocciuto mortale avesse accettato la sua inferiorità di fronte a degli esseri supremi "Ora, da bravo, dammi il Libro del Destino."
"Eccotelo..." affermò Ron, fingendo umiliazione e porgendo il tomo in direzione dell'altro "prenditelo e ricomincia il tuo compito. Immagino che senza avresti fatto fatica a goderti il privilegio di ordinare alla Morte cosa fare e chi colpire..."
L'amo era in acqua, con un bel verme attorcigliato attorno. Ora bisognava solo che il pesce abboccasse!
"Bravo ragazzo!" esclamò il Destino, facendosi avanti per recuperare il tomo di cui era una personificazione "Vedo che, per essere un limitato mortale, capisci in fretta come funzionano le coseee..."
Ma non poté finire la frase perché, mentre Ron sorrideva mentalmente pensando 'Limitati Mortali: 1, Onnipotenti Imbecilli Pomposi: 0!', la morte lo afferrò per una spalla e, facendolo voltare, gli puntò un dito pallido contro il petto.
"Come sarebbe a dire «ordinare»?" chiese la donna al Destino, usando un cipiglio che, se fosse stato rivolto a lui, Ron sarebbe quasi certamente svenuto dalla paura "Stai forse insinuando di essermi superiore?"
"No, io..." il volto del Destino era diventato dello stesso colore dei capelli di Ron, mentre capiva di avere messo un piede in fallo "non volevo dire...cioè..."
"Spiegati, cosa volevi dire?" domandò la Morte con un soffio, e lì il mago fu certo che lo stesso Voldemort - con tutti i suoi Horcrux - se la sarebbe fatta sotto se fosse stato al posto dell'essere onnipotente.
"Oh, insomma!" tentò di svicolare Destino "Morte, sei un essere onnipotente e non ti accorgi che quella... scimmia ti sta usando?"
Ron trattenne il fiato, perché quello era il momento in cui si sarebbe deciso lo scontro. Il ragazzo sapeva, infatti, che il riuscire o meno a salvare Hermione e - a quel punto, almeno a giudicare dall'ira del Destino - anche la sua testa, dipendeva da un elemento: la Morte avrebbe continuato a patteggiare per lui o si sarebbe schierata col suo compagno?
A rigor di logica, il mago sapeva che la seconda possibilità era la più probabile, ma tra i due esseri onnipotenti aveva notato alcune delle dinamiche tipiche delle coppie e, prendendo spunto dalla propria esperienza, aveva capito una cosa... la Morte si comportava con lui come se fosse una specie di figlio piccolo!
"Lascia Ron fuori da questa faccenda!" sibilò infatti la donna, afferrando questa volta per il colletto Destino, come a voler ribadire il concetto che il problema era tra loro due "E' ovvio che, confrontandosi con degli esseri superiori come NOI, cerchi di trarre vantaggio da ogni possibilità. Il problema è un altro: TU CREDI DI ESSERE SUPERIORE A ME?"
"Il problema è un altro: TU CREDI DI ESSERE SUPERIORE A ME?"
La Morte aveva posto questa domanda con un tono che non lasciava dubbio su quale fosse l'unica risposta che avrebbe impedito lo spargimento di parecchi di litri di sangue onnipotente.
Perfino Ron, al quale era stato più volte ripetuto che aveva la sensibilità di un Ippogrifo imbizzarrito e la varietà emozionale di un cucchiaiono da tè, avrebbe saputo rispondere a quella domanda.
A quanto pareva, però, il Destino era ancora meno sensibile di lui...
"Suvvia, Morte, sii ragionevole. Io non dico di esserti superiore dal punto di vista delle capacità," rispose infatti "dico solo che sono io che definisco quando una persona deve morire e tu provvedi..."
'Limitati Mortali: 2, Onnipotenti Imbecilli Pomposi: 0!' commentò tra sé il mago dai capelli rossi, pregustanosi la scenata che ne sarebbe seguita. Si era trovato talmente tante volte al posto del Destino che, se non fosse stato che in quel momento era il suo nemico, avrebbe - probabilmente - provato pietà per lui.
"Quindi TU sei convinto di essere superiore a ME, sottospecie di topo di biblioteca troppo cresciuto!" urlò la Morte, scandendo ogni parola col battito furibondo del suo dito sul petto del Destino.
"Ma ragiona..." tentò di togliersi dai guai lui "è vero o no che se io non esistessi tu non potresti agire? Questo, in un certo senso, fa di me un tuo..."
"Superiore?" domandò la donna vestita di nero e, stavolta, il tono era così funereo che anche il Destino preferì attendere la fine della sfuriata chiuso in un silenzio corucciato piuttosto che aprire bocca e segnare il terzo autogol della giornata.
Ron rimase a rispettosa distanza dal luogo in cui avvenne il totale annichilimento dell'amor proprio del Destino, anche se non poté fare a meno di sentire alcuni degli epiteti poco carini che quest'ultimo si vide affibiare da una Morte particolarmente irritata.
Quando infine la discussione terminò, i due esseri onnipotenti si avvicinarono al ragazzo.
"Sai, ci abbiamo ragionato un po'," affermò la Morte con un sorriso allegro, mentre il suo compagno sembrava particolarmente attratto dalla nobile arte del guardarsi la punta delle scarpe "e siamo giunti alla conclusione che tu ed Hermione sareste una bellissima coppia..."
A quelle parole, il cuore di Ron perse un colpo. Possibile che la donna in nero volesse dire proprio ciò che lui pensava?
"Perciò, all'unanimità," e su questa parola la personificazione della fine di tutte le cose scoccò un'occhiata particolarmente significativa al Destino "abbiamo deciso di far tornare il Libro del Destino indietro di un paio di pagine, tirando una piccola riga sul «non» della frase «e Ronald Weasley non riuscì ad intervenire in tempo»..."
"Io...grazie!"
Il giovane mago sembrava non essere più in grado di articolare una risposta, ma questo non era importante. Con poco più di un gesto casuale, la Morte cancellò ogni ricordo degli eventi avvenuti dopo il momento in cui sarebbe stato corretto il Libro del Destino e lo reinserì nel flusso del tempo.
"Hermione, attenta!" gridò, mentre le sue gambe lo spingevano il più velocemente possibile verso di lei.
Il Grifondoro si avventò sulla ragazza con una rapidità sorprendente e la spinse a terra con forza proprio un attimo prima che il lampo viola detonasse contro il muro alle spalle della compagna, scavando un buco profondo parecchi centimetri.
Ancora stesi a terra, i due ragazzi gridarono all'unisono "Stupeficium!" e, un attimo dopo, il Mangiamorte venne centrato da due dardi magici e cadde a terra svenuto.
"Io...grazie Ron." disse allora Hermione, sentendosi piuttosto imbarazzata nel trovarsi sdraiata sotto il corpo del ragazzo di cui era innamorata da parecchio tempo.
"Di nulla..." rispose lui. Il rosso era altrettanto imbarazzato, ma per un qualche motivo sentiva di non potersi separare da lei così, senza chiarire ciò che da troppo tempo esisteva tra loro.
Per qualche secondo tentennò, incerto su cosa dire poi, vedendo che la strega stava cominciando a dare segni di impazienza, la baciò.
"Non voglio perderti!" disse poco dopo - a mo di spiegazione - quando le loro labbra si furono, a malincuore, separate.
"Neppure io," gli rispose lei, passandogli una mano tra i capelli incrostati di polvere poi, rialzandosi, aggiunse "ma avremo tempo di parlarne. Ora muoviamoci, Harry ha bisogno di noi."
Era stata una giornata estenuante, ma Hermione era felice come mai prima. Vestita nel suo abito di seta bianco, la ragazza era in piedi vicino ad un tavolo sommerso di regali e fissava il piccolo anello d'oro che le cingeva l'anulare sinistro.
Era così intenta a rimirare il simbolo di amore che lei e Ron si erano scambiati poche ore prima che non si accorse della presenza di qualcuno finché non le fu praticamente alle spalle.
Voltandosi, la ragazza vide una donna vestita completamente di nero, con in mano un piccolo cofanetto di legno intarsiato.
"Ci conosciamo?" chiese, non ricordando affatto quella donna, i cui capelli scuri come la notte coprivano appena un volto pallido e sorridente. Non che il fatto di non conoscere la persona davanti a lei la preoccupasse, visto che tra parenti, amici e personalità gli invitati al matrimonio erano più di trecento, ma in quella figura in nero c'era un che di inquietante.
"No, non abbiamo ancora avuto modo di farlo," rispose lei enigmatica, porgendo nel contempo alla sposa il cofanetto "ma in futuro chissà. Comunque, spero sia tra molto tempo."
Un po' incuriosita da quella strana risposta, la Grifondoro fece scattare la levetta che teneva chiuso il coperchio del cofanetto, rivelandone il contenuto.
Quando sollevò perplessa lo sguardo dal regalo, però, Hermione constatò che la donna in nero sembrava essersi dissolta nel nulla.
"Tutto a posto, piccola?" domandò Ron, avvicinandosi a lei e vedendole uno sguardo perplesso sul bel viso.
"Sì, tutto bene." rispose lei al marito poi, gettando una nuova occhiata al contenuto del cofanetto aggiunse "E' appena venuta una strana donna e mi ha regalato questo..."
Ron infilò una mano nel contenitore di legno e ne estrasse una bellissima spazzola* d'argento finemente intarsiata e dall'aspetto antico.
"Beh, è un bell'oggetto... magari un po' particolare come regalo di matrimonio, ma bello."
"Vieni," disse all'improvviso la sposa, afferrando la mano della persona con cui aveva promesso di dividere tutta la propria vita "non é il momento di porsi troppe domande. Andiamo a ballare..."
*La spazzola (brush in inglese) è un riferimento al modo di dire inglese «Have a brush with the Death» che può essere tradotto con «sfiorare la morte».
