La casa dei Potter emanava una sorta di muta accoglienza, era questa l’impressione che dava a chi vi entrava. Hermione era sicura che non dipendesse dalla casa in sé, ma dal fatto che ci abitavano loro, Harry e Ginny. Non aveva mai visto due persone più felici!
Invidiava la loro capacità di vivere alla giornata, di godere di ogni momento senza pensare al futuro. Era assurdo, ma tutto questo dipendeva proprio da quella guerra che, con sollievo di tutti, era finita ormai da due anni. Quei due non avevano voluto sentire ragioni: chi se ne frega dei M.A.G.O., chi se ne frega del lavoro: si erano sposati subito. E al diavolo le formalità!
A Hermione ancora non sembrava vero. Osservava Harry spignattare in cucina, mentre Ginny dormiva placida sul divano. Da qualche mese le dava fastidio cucinare: le faceva venire la nausea. Il ventre di Ginny chiariva bene perché Harry, comunque, non sembrasse affatto dispiaciuto di mettersi ai fornelli – nonostante fosse anche il suo compleanno.
Vederli così le provocò una visione: improvvisamente, la casa non era più loro, ma era sua… sì, e nel divano c’era lei, mentre ai fornelli c’era…
« Ron! »
Hermione si voltò di scatto, come una bambina sorpresa a fare una cosa vietata.
Ginny si stava alzando a fatica dal divano per andare incontro al fratello, appena uscito dal camino. Le lingue di fuoco verdi guizzavano ancora dietro di lui. Hermione cercò di concentrarsi sulle fiamme per non dover guardare in faccia Ron.
Lui parve non accorgersene: disse un “ciao” generico e ad abbracciò la sorella. Con una stretta al cuore, Hermione vide con quanta cautela la toccava, come se fosse un fragile oggetto… ricordava bene il tocco delle sue mani su di lei.
Ron salutò Harry e gli fece gli auguri, depositò il suo regalo a fianco a quelli già presenti e poi si sedette nel divano. A Hermione sembrava così strano vederlo lì: lavoravano nello stesso ufficio da quasi un anno… eppure era come se non si vedessero da una vita. Si sedette nella poltrona di fianco a lui e gli lanciò un’occhiata nervosa: era cambiato. Lo notava solo in quel momento, ma il suo volto, pur essendo sempre lo stesso, sembrava più stanco: un ragazzo diventato uomo di colpo, contro la sua volontà.
Ginny era andata in cucina a vedere cosa combinava Harry, e lei stava diventando molto nervosa, perché prima o poi avrebbe dovuto parlare con Ron. E la cosa non le andava – non quando erano soli, per lo meno. Cercò di riportare alla memoria l’ultima volta in cui si erano parlati a tu per tu, ma il ricordo non fece che peggiorare il suo umore.
« Abbiamo sbagliato. »
« Che dici?! È una vita che lo desideravamo, Hermione! »
« No, Ron… dovevamo pensarci prima, siamo stati avventati. »
« Sei la solita: non hai il coraggio di ammettere che ho ragione e questo ti dà fastidio. »
« Ma non è questo il punto, Ron, lo sai anche tu! Il fatto che lo desiderassimo da una vita non è un buon motivo per continuare. Non lo vedi che litighiamo i continuo? È… è quasi peggio di prima! »
« Tu… ma che ti prende?! Il fatto che ci amiamo non è una buona ragione? E allora quale dovrebbe essere, secondo te, una buona ragione?! »
« Non è così semplice, lo sai… »
« No, Hermione, per me è molto semplice: tu preferisci scappare piuttosto che affrontare una realtà che non è perfetta come vorresti. »
« Sì, forse hai ragione… e questo dimostra che non può funzionare. »
« Lo sapevo… mi aspettavo che… era troppo bello per essere vero. »
Da allora, da quel giorno di quasi un anno fa, Hermione cercava di tenere Ron il più possibile lontano. Era una cosa che la faceva star male da impazzire – soprattutto perché doveva vederlo tutti i giorni. Ma ci aveva pensato a lungo e non c’era nient’altro da fare: quella era l’unica soluzione logica, l’unica per non mandare a monte anche quella debole amicizia che era rimasta.
« È pronto! »
La voce di Harry la riscosse dai suoi pensieri. Ron era già andato nella sala da pranzo.
« Allora, – disse con esagerata allegria mentre si sedeva al tavolo – cosa ci ha preparato il Prescelto? »
La cena andò avanti senza intoppi. Harry e Ginny furono bravi a tenere vivo il discorso, senza mai toccare punti dolenti.
Dopo cena, Ginny disse che era troppo stanca per restare ancora in piedi. Lei e Harry diedero la buonanotte e andarono a dormire, lasciando Hermione e Ron da soli – una mossa che lei giudicò del tutto studiata.
Dopo un momento di pesante silenzio, Hermione pensò che era ridicolo stare lì, muti come due statue.
« Vado a dormire anch’io… – disse piano, alzandosi dalla poltrona – è stata una giornata pesante. »
Ron non rispose subito, ma prima che lei sparisse su per le scale lo sentì parlare.
« Un tempo, quando litigavamo, facevamo finta che tutto andasse bene. – disse in tono mesto – Ma all’epoca Harry aveva bisogno noi, no? Ora che la vita è tornata alla normalità, non c’è nemmeno bisogno di fingere. »
Hermione deglutì. Un freddo terribile si era impossessato di lei, come se un Dissennatore le fosse passato vicino.
« Cosa ci è rimasto? Avevi detto che era meglio non rovinare la nostra amicizia, ma questa si può chiamare amicizia? » concluse lui.
Hermione sentì in naso pizzicarle e le lacrime bruciarle gli occhi. Ron aveva maledettamente ragione. Fuggì su per le scale, vile come mai si era sentita in vita sua.
La verità – rifletteva mentre si infilava a letto – era che aveva paura di sé stessa. Temeva di commettere degli errori, di rovinare irrimediabilmente il rapporto con Ron. Si sentiva una vigliacca, ma preferiva rinunciare a lui, piuttosto che rischiare.
Era quello il mantra che si ripeteva praticamente ogni giorno, nel tentativo di mettersi l’anima in pace. Ma era un tentativo sempre più vano. Soprattutto quella sera, pareva davvero non funzionare: per quanto si sforzasse, il senso di colpa non cessava.
E come avrebbe potuto distrarsi da quella logorante tristezza, sapendo che la causa di tutto era in quella stessa casa? Poi si ricordò di ciò che le diceva l’analista: « Se il dolore è troppo, non cercare di reprimerlo, ma fallo uscire fuori: qualsiasi mezzo è lecito. »
Qualsiasi mezzo…
Non poteva mettersi ad urlare in casa dei Potter nel cuore della notte, né prendere a calci i mobili E il sacco da box e i guantoni che usava per sfogarsi, li aveva ovviamente lasciati a casa.
Lo sguardo le cadde su un rotolo di pergamena che spuntava dalla sua borsa.
Avrebbe scritto. Sì, avrebbe tirato fuori tutti i suoi pensieri e li avrebbe messi su quella pergamena, come per travasare il contenuto dalla sua testa confusa in un contenitore più appropriato.
Si alzò, accese una candela e tirò fuori pergamena, penna e calamaio. Per qualche secondo si rosicchiò un’unghia, riflettendo su come cominciare. Poi imprecò mentalmente: ma che al diavolo di problemi si faceva?! Non doveva mica pubblicare un romanzo!
Si mise a scrivere di getto. Tutto quello che le passava per la mente lo riversò lì, quella notte, alla luce della candela. Senza badare agli errori d’orografia o alla sintassi spesso azzardata.
Si fermò solo una volta: quando capì di aver finito, di aver tirato davvero fuori tutto. Allora – e solo allora – si rese conto con stupore che aveva scritto come se fosse stata una lettera indirizzata a Ron.
E lei, che non credeva affatto nel destino, per una volta dovette ravvedersi. Lui era lì, che dormiva aldilà del muro… se avesse letto ciò che lei aveva scritto, il loro rapporto avrebbe potuto salvarsi? Avrebbe potuto addirittura tornare come prima?
Il pensiero, ora concreto, la fece tremare dall’emozione. Mentre scriveva, una sola certezza era emersa: non poteva vivere senza Ron. Forse, valeva la pena rischiare di rompere definitivamente. Forse, quella “lettera” avrebbe cambiato le loro vite – in meglio o peggio non sapeva, ma comunque non potevano andare avanti così. Forse…
Mentre ripiegava la pergamena, si fermò un attimo, indecisa se rileggerla prima di dargliela. Ma poi scosse la testa: un minuto in più e avrebbe certamente cambiato idea. E quello non era il momento di cambiare idea: doveva lasciar fare all’istinto.
.:°:.
Ron, steso nel letto della sua stanza, era sicuro che quella notte non sarebbe riuscito a dormire.
Vedeva Hermione tutti i santi giorni, eppure l’incontro di quella sera l’aveva particolarmente turbato. Perché? Probabilmente perché non c’era il rassicurante ambiente del lavoro a formalizzare i loro rapporti.
Era stato duro con lei prima, e si era pentito di quelle parole: non facevano altro che riaprire vecchie ferite. Ma da un lato si sentiva del tutto in diritto di dire quello che gli pareva. Anche se il pensiero di farla soffrire, di farla sentire in colpa – come se non avesse saputo che lei già si sentiva così – non gli dava quel sollievo che si era illuso di poter sentire.
E poi, incontrarla a casa dei Potter… era come se il suo peggiore incubo si fosse realizzato. Ecco la vera, dannata ragione del suo turbamento! Finché cercavano di ignorarsi, poteva illudersi che Hermione fosse una semplice conoscente, che quello che c’era stato tra loro non contasse niente… dimenticare tutti quegli anni passati insieme. Ma quel giorno, vedendola lì, con Harry e Ginny, tutti i vecchi ricordi erano riaffiorati prepotentemente. E infine gli avevano lasciato un gran vuoto dentro, non appena la realtà si era fatta chiara e lampante: non sarebbero stati mai più insieme.
Quel pensiero – unito al fatto che in un futuro Hermione avrebbe potuto trovare l’amore in altro uomo – gli faceva aggrovigliare lo stomaco.
Stava riflettendo su quanto la vita potesse essere assurdamente cinica, quando sentì un fruscio. Si voltò e vide che qualcuno aveva fatto passare una pergamena sotto la porta. Si alzò dal letto e la raccolse, perplesso. Aprì la porta per vedere chi fosse stato, ma non il corridoio era buio e silenzioso.
Poi si diede mentalmente del demente: di certo Harry e Ginny non stavano pensando a scrivergli lettere in quel momento, dunque…
Miseriaccia!
Non poteva che essere di Hermione. Ron sentì il cuore martellargli violentemente in petto. Era dai tempi in cui andavano a Hogwarts che non gli scriveva una lettera… nemmeno quando stavano insieme l’aveva fatto. L’aprì, con mani tremanti: non c’erano dubbi, era la sua scrittura.
Fece un respiro profondo, per cercare – inutilmente – di calmarsi. Accese la bacchetta e si stese sul letto per leggerla.
Lo fece talmente velocemente che, una volta finita, nonostante la notevole lunghezza, si stupì. E si stupì ancora di più quando notò che le ultime righe della pergamena erano macchiate da lacrime: ma non erano di Hermione. Si portò una mano agli occhi: stava piangendo come un bambino.
Comunque, era ancora incredulo. Perché gli aveva scritto una cosa del genere? Era un modo per dirgli che dopo tutti quei mesi aveva capito che… no, non voleva nemmeno pensarlo: era troppo, troppo bello. Temeva che si dissolvesse in una bolla di sapone, com’era già successo.
Ed ora… cosa doveva fare? Doveva andare da lei? Ma sarà stata ancora sveglia?
Che idiota… certo che è sveglia!
Con un balzo, si catapultò giù dal letto e poi fuori dalla camera. Solo quando si trovò davanti alla porta della camera di Hermione si fermò, la lettera ancora stretta in mano.
Calmati… respira, inspira… respira, inspira… oh, al diavolo!
Bussò. La luce che filtrava da sotto la porta proiettò un’ombra. Ron trattenne il respiro quando la porta si aprì di uno spiraglio, senza far rumore.
« Oh… cosa ci fai ancora in piedi? » balbettò Hermione nervosa.
Ron la guardò impacciato, e invece di risponderle le mostrò semplicemente la pergamena. Hermione arrossì furiosamente.
« Credevo che l’avresti letta domattina. » gli disse, abbassando lo sguardo.
Ron si poggiò allo stipite e la guardò, trattenendo un sorriso: vederla così vulnerabile gli metteva addosso una tenerezza sconfinata, un desiderio di proteggerla quasi brutale.
« Posso entrare? » le chiese tranquillamente.
Hermione non rispose, ma aprì la porta e si scostò. La richiuse velocemente, quando lui fu entrato, e andò alla scrivania a riordinare le cose che aveva lasciato in giro: faceva di tutto per non doverlo guardare.
« Hermione. »
La voce di Ron era pacata, quasi un appello.
« Hermione. »
No, più che un appello era una dolce richiesta, piena di cose non dette.
« Hermione… »
Stavolta lei si bloccò. La voce di Ron era diventata un sussurro e lui era così vicino. Le aveva preso una mano.
Hermione vide la lettera sulla scrivania e notò le macchie lasciate dalle lacrime.
Ha pianto… oh, per Morgana… ha pianto…
Alzò lo sguardo su di lui. Gli occhi Ron – quanto le erano mancati? – portavano i segni del pianto, ma ora erano asciutti. E la tenerezza con cui la guardavano era inverosimile.
« Ron… »
Ma lui la interruppe, posandole un dito sulle labbra.
« Prima ti devo chiedere una cosa. » le disse dolcemente.
Hermione annuì, sentendo che presto la commozione l’avrebbe sopraffatta.
« Non facevi prima a scrivere semplicemente “Ron, ti amo”? » le chiese in tono serio.
Lei batté le palpebre, confusa.
« Come? » disse con un filo voce.
Per un attimo rimase a guardarlo, convinta di aver capito male, ma poi vide un grande sorriso aprirsi sul suo volto.
« Metri di pergamena sprecata… » fece lui scotendo la testa.
Lei aprì la bocca, allibita.
« Ron?! » esclamò.
Ma lui non sembrava badare alle sue proteste, né all’espressione minacciosa che cominciava ad offuscarle il viso.
« Per non parlare dell’inchiostro! – continuava a dire – Ci hai rimesso… quante? Tre boccette? »
Hermione boccheggiò, paonazza. Quel suo modo di scherzare era enormemente offensivo.
« Tu sei un… » sibilò, senza però trovare un aggettivo adatto a descriverlo.
« E quanto ti sei lambiccata il cervello per trovare tutte queste perifrasi? » incalzò Ron.
Hermione strine i pugni tanto da fare diventare le nocche bianche: aveva una tracotanza così irritante!
« Smettila subito, o io… »
« O tu… cosa? – la interruppe lui, insolente – Cosa farai per farmi stare zitto? »
« Io… »
« Mhm? »
« Non lo so, ma sicuramente sei uno stupido! »
« Davvero? »
« Hai la sensibilità di un cucchiaino! »
« Questa mi pare di averla già sentita. »
« Allora piantala, o ritratto tutto e ti Schianto assieme a quella stupida lettera! »
« Ok, sto zitto. »
« E non guardarmi! »
« Va bene. »
Dopo quel veloce scambio di battute, calò un attimo di silenzio.
Hermione fissava la parete davanti a sé, le braccia conserte, le guance più rosse dei capelli di Ron. E lui si guardava i piedi, ma con un’espressione così sfacciatamente ilare, che lei gliel’avrebbe volentieri cancellata con un pugno.
« Io… ti servo i miei sentimenti, così… su un piatto d’argento… capisci? E tu? Mi prendi in giro! Sei così… così… oh, insomma…! » disse confusamente, sull’orlo di una crisi.
« Se non lo facevo, scoppiavo di nuovo a piangere. » disse lui con voce soffocata.
Hermione lo guardò e fu sicura che questa volta non la stava prendendo in giro, perché vi lesse solo sincerità. Ma il suo sguardo doveva sembrare diffidente, perché per ribadire il concetto, Ron le prese il viso fra le mani e la baciò.
Hermione fu colta di sorpresa – anche se non l’avrebbe certo fermato.
Si godettero quel bacio, fino in fondo. Non pensavano a niente, per una volta. Volevano sono ritrovarsi, dopo tutto quel tempo sprecato, e perdersi, come amavano fare una volta.
Dopo un tempo indefinito, a Hermione venne in mente una cosa…
« Però… – disse separandosi a fatica da lui – non facevi prima a dirmi “anch’io ti amo, Hermione”? »
L’espressione di Ron passò dalla beatitudine all’incredulità, per poi stabilizzarsi nel divertimento.
« Quanti metri di lingua sprecati... » continuò lei scotendo la testa.
« Be’, questa… ! » fece lui, con le orecchie che diventavano rosse.
« Per non parlare del respiro: potevi anche fermarti, sai? – gli disse con espressione seria – Non c’era bisogno di farti collassare un polmone! »
Ron sospirò, rassegnato: « Mhm… dovevo aspettarmelo, immagino. »
« E quante energie hai sprecato per tenere a bada le mani? » gli chiese maliziosa.
Ron inarcò le sopracciglia.
« Se ti dà fastidio non lo faccio più. » le disse, facendo scivolare una mano sul suo sedere.
Hermione alzò gli occhi al cielo: « Oh, stai zitto e baciami! »
« Era quello che stavo facendo prima che tu… »
Ron non riuscì a finire la frase: chissà come, Hermione si era ricordata che un modo c’era per farlo stare zitto.
