“Grazie.” sussurra. Afferra il boccale posato sul tavolo sporco con entrambe le mani tremanti, lo porta alle labbra e beve un lungo sorso. Non ha mai assaggiato nulla di simile. Il gusto è aspro e l'odore pungente. Però non è cattiva quella bevanda, anzi. Poi è calda, molto calda, e questo al momento la rende quanto di meglio egli possa desiderare. Posa il boccale sul tavolo continuando a stringerlo, cercando di sottrarne il calore. Alza gli occhi fissando per un attimo l'uomo seduto di fronte a sé ma li riabbassa subito. Tenta di parlare ma tutto ciò che viene fuori dalla bocca è un gorgoglio roco. Arrossisce, si schiarisce la gola, quindi ritenta e questa volta, pur tremula, la voce esce.
“Volevo...” La lingua passa rapida a cercare di portare conforto alle labbra secche. “...ringraziarla per poco fa.”
L'uomo non risponde. Nemmeno lo guarda. Pare si sia dimenticato di lui. Non fa altro che guardarsi attorno nervosamente. Fa così da quando sono entrati nel locale.
Decide di provare di nuovo. “Se non fosse stato per lei...”
“Staresti arrancando verso Hogwarts mezzo nudo rischiando di prenderti un accidente.” Conclude bruscamente l'uomo, l'attenzione sempre rivolta altrove.
Quelle parole sono come uno schiaffo. Il ragazzo si accascia sulla sedia che geme la propria protesta in un lungo scricchiolio. Gli ci vuole uno sforzo di non poca volontà per riuscire a parlare di nuovo e sibilare uno stentato “Mi dispiace.”
L'uomo si volta di scatto e adesso tutta la sua attenzione è per il ragazzo. “Cosa hai detto?” esclama. Sputa la domanda con impeto mentre lo fissa con occhi ridotti a fessure. Le mani sul tavolo si serrano a pugno. Poi una di esse scatta e afferra l'avambraccio del giovane che tenta di sottrarsi, parte del liquido caldo si rovescia dal boccale. Il ragazzo è terrorizzato, vorrebbe fuggire eppure lo sguardo dell'uomo lo inchioda al suo posto più efficacemente di quanto possa fare la stretta al braccio. Già, perché l'uomo è più piccolo del ragazzo, più basso e se il giovane volesse darsi alla fuga potrebbe farlo senza che nulla glielo possa impedire. Eppure il giovane non si muove, non accenna a scappare. Si limita a guardare spaurito la mano dalle unghie lunghe, sporche e malridotte, che lo artiglia.
“Tu ti scusi?” esclama l'uomo, con la voce arrochita in cui vibrano stupore e sdegno.
Il ragazzo annuisce, troppo impaurito per parlare ormai.
L'uomo sogghigna. Un sogghigno giallo. “E dimmi, ti scusi per essere stato aggredito da quattro imbecilli senza cervello, convinti che fare assiderare un loro compagno rubandogli il cappotto e il maglione in una giornata gelida come questa sia un modo divertente per passare il tempo? Oppure ti scusi per non essere stato in grado, tu da solo, di impedire agli stessi quattro imbecilli di mettere in atto il loro scherzo idiota? O magari ti vuoi scusare per il labbro rotto che ti hanno lasciato come premio per aver cercato di reagire? E ti scuserai anche per coloro che hanno assistito a tutto e invece di aiutarti ridevano?” Ad ogni domanda la presa dell'uomo sul ragazzo aumenta diventando più dolorosa, ma lui non fiata, non osa dire nulla, troppo spaventato per parlare.
“Dimmi, allora, per cosa vuoi scusarti, ragazzo?” L'uomo lascia la presa e allarga le braccia. “Ti ascolto.”
Il ragazzo stringe le mani, le unghie affondano nella carne. “Non volevo dire questo. Non volevo scusarmi per questo.” I pensieri sono confusi. Tanti, troppi pensieri. “Volevo solo scusarmi per il disturbo che sto dando.” La vista si annebbia pericolosamente. Lacrime, ma il ragazzo le ricaccia indietro con rabbia. Non piangerà, non adesso.
“Beh, allora tieni per te le tue scuse. Non mi hai chiesto tu di aiutarti, è stata una mia scelta. E' sempre una questione di scelta.” L'uomo torna a guardarsi attorno, poi parla di nuovo e aggiunge con la voce che ha perso un po' della sua rudezza, “Non c'è nulla di cui tu debba ringraziarmi. Credimi.”
Il ragazzo si rilassa un po' sentendo la voce dell'uomo farsi meno dura. Apre le mani e osserva i segni lasciati dalle unghie, piccoli sorrisi sanguinanti. Cerca di raddrizzarsi, di mettersi a sedere mantenendo un minimo di contegno ma si sente goffo, fuori posto perfino in quel sordido locale sporco, fumoso e buio. E' sempre così che si sente il ragazzo, fuori posto.
“Perché eri da solo?” La testa del giovane si alza di scatto a fissare la figura trasandata del suo salvatore. Lo sta fissando di nuovo. Sul viso appuntito ha una espressione di sincera curiosità. “Tutti gli studenti girano in gruppi, qualcuno in coppia, ma nessuno è da solo. Perché tu si? Che gusto c'è a visitare Hogsmeade da solo?”
“Non ero da solo, ero con i miei amici ma ci siamo persi di vista.” Mentre parla il suo sguardo sfugge il contatto degli occhi piccoli, ravvicinati, sospettosi dell'uomo.
L'uomo sbuffa. “Vuoi dire che tu li hai persi di vista, e che loro non si sono minimamente curati del fatto che tu non ci fossi più. Probabilmente nemmeno si erano accorti che ti eri unito a loro.” Di nuovo quel sogghigno, di nuovo quei denti gialli, storti.
Il ragazzo scuote la testa, nega. “Non è vero. Certo che sapevano che ero con loro, sono miei amici. E solo che li ho persi di vista da Zonko e poi non sono più riuscito a trovarli.”
L'uomo scuote la testa e sbuffa. “Sì, certo. Sono sicuro che è come dici tu.”
Il ragazzo lo sente emettere un suono strano, sibilante. Gli sembra che fatichi a respirare e lo osserva preoccupato poi però vede le spalle dell'uomo sussultare e il sorriso di scherno. Quel verso raschiante è una risata. L'uomo sta ridendo di lui. Per il ragazzo è troppo. Si alza e fa per andarsene.
Non compie nemmeno un passo, “Scusa. Sono stato sgarbato. Siediti per favore.” Dalla voce dell'uomo è scomparsa ogni traccia di ironia. Sembra davvero dispiaciuto. Il ragazzo si risiede, tutto sommato ben felice di non dover ancora affrontare il gelo che lo aspetta là fuori. Però rivolge all'uomo uno sguardo accusatore che questi incassa senza dare segno di disagio mente si stringe nelle spalle “Mi sono scusato. Non ti basta? Vuoi che mi metta in ginocchio, ti farebbe sentire meglio?” Di nuovo quel tono di dileggio. Ma è solo un momento e subito la voce torna neutra.
“Comunque non ho visto nessuno venire a cercarti qui. Non lo trovi singolare? Questo villaggio non è così grande. Dovrebbero avere già cercato in ogni altro posto. Strano non trovi?” domanda.
“Non è strano. Questo posto lo lasceranno sicuramente per ultimo. Sanno che non mi piace. Questo locale non ha una buona nomea. C'è gente poco raccomandabile.”
L'uomo sorride e questa volta è un sorriso vero, non di scherno. “Io non mi farei sentir dire dal proprietario che “Alla Testa di Porco” non è un locale dal buon nome. E' molto suscettibile.”
Il ragazzo osserva l'uomo calvo dietro al bancone. Grande e grosso, con uno stomaco prominente, le braccia possenti. Meglio non trovarsi a tiro di quelle braccia, pensa il ragazzo. Come se avesse colto i suoi pensieri il locandiere volta lo sguardo su di lui, uno straccio lurido gettato sulle spalle mentre lava in modo approssimativo dei bicchieri. Il ragazzo si affretta a guardare altrove, in basso, improvvisamente attratto dalla punta delle sue scarpe.
“Non sei un cuor di leone, vero ragazzo?” lo apostrofa l'uomo. Il ragazzo arrossisce, silenzioso.
“Ti capisco. Nemmeno io sono mai stato un coraggioso, sai?” di nuovo la voce dell'uomo assume un tono veritiero. Il ragazzo lo guarda e nel suo sguardo, sempre così sfuggente, questa volta gli sembra di cogliere davvero una sincerità senza sotterfugi. Trova il coraggio di replicare, “Io vorrei esserlo, vorrei dimostrarmi all'altezza degli altri. E solo che...” non sa come proseguire, spiegare.
“Solo che non te lo permettono. Nessuno ti crede all'altezza, nessuno ti da fiducia. E così fallisci.” conclude l'uomo con amarezza. Il ragazzo non può fare altro che annuire.
“Già. Proprio così. Inutile ogni sforzo. Ogni tentativo. Nessuna possibilità di riuscire anche solo una volta ad essere meglio di loro.” L'uomo osserva il suo boccale. E' pieno, non lo ha portato alle labbra nemmeno una volta.
“Sì.” Sussurra il ragazzo.
“Lo studio, la fatica, resistere allo scherno dei nemici e, peggio di tutto, degli amici.” Aggiunge l'uomo. “Trovano divertenti le loro battute su di te. Perfino tu ne ridi, vorresti urlare e invece ridi. Le trovano divertenti. Da morire dal ridere.”
Il ragazzo china la testa. “Già.” Sussurra.
“Già.” Ripete l'uomo. “Era lo stesso anche per me.” Gioca distrattamente con il boccale. “Anche io avevo degli amici così. Non perdevano occasione di ricordarmi quanto loro fossero in gamba e quanto idiota fossi io. Non permettevano che dimenticassi nemmeno per un attimo quanto fossi fortunato che avessero deciso di essermi amici, nonostante io fossi un tale imbecille.” Mentre parla corruga la fronte, perso per un attimo in ricordi lontani. Quando riprende a parlare, il tono di voce è distante, svagato, non sta parlando con altri che con se stesso. “C'erano giorni magnifici. Non era tutto così pessimo. C'erano avventure e divertimento. C'era la sensazione di sentirsi protetto, sicuro.” Osserva il ragazzo di fronte a se con occhi velati di nostalgia mentre parla, poi l'attimo passa. L'espressione torna quella disincantata di prima. Osserva fuori, attraverso i vetri luridi. “Ha smesso di nevicare. Credo che tu possa tornare alla scuola senza grossi problemi adesso.”
Il ragazzo osserva a sua volta l'esterno. E' vero, ha smesso di nevicare. La luce del giorno si sta offuscando, il pomeriggio volge al termine.
L'uomo si alza e va verso il bancone. Il ragazzo lo vede estrarre del denaro dalla tasca e pagare il proprietario, quindi avviarsi verso l'uscita, facendogli un cenno per farsi seguire. Il ragazzo si fa strada tra lo stretto spazio lasciato libero dagli avventori ai tavoli e, goffamente, lo raggiunge all'esterno.
“Allora , è una mia impressione o quasi tutti gli studenti sono già rientrati alla scuola?” Il tono è di nuovo di scherno. “I tuoi amici devono averti cercato ovunque tranne che qui. Che sfortuna, davvero.”
Il ragazzo china la testa a corto di argomenti con cui replicare. Stringe le braccia attorno al corpo per proteggersi, anche se ha smesso di nevicare fa comunque molto freddo.
L'uomo lo guarda per qualche attimo poi, scuotendo la testa, si toglie il cappotto liso e glielo porge.
Il ragazzo lo osserva senza muoversi, ammutolito.
“Allora?” Esclama l'uomo. “Che ti prende? Lo vuoi indossare, si o no? Diventerai un pezzo di ghiaccio prima di essere arrivato a meta strada dalla scuola se vai in giro solo con quella camicia!”
“Ma... Ma lei come farà senza?” Domanda il ragazzo. Però mentre parla si affretta ad indossare l'indumento. E' decisamente malridotto, oltre che essere di un paio di taglie troppo piccolo per lui, però è caldo.
“Non ti preoccupare per me.”
“Glielo lo farò riavere, basta che lei mi dica dove abita e io glielo riporterò.”
“Non sono di queste parti. Un tempo forse, ma ora non appartengo più a questi luoghi. Diciamo che oggi ho voluto fare una rimpatriata. Respirare l'atmosfera dei bei tempi andati. Tienilo quello straccio. Oppure brucialo. Fanne ciò che vuoi. ”
L'uomo affonda le mani nelle tasche e si volta incamminandosi lungo la strada.
“Aspetti!” Gli urla il ragazzo.
L'uomo ha fatto solo pochi passi, si volta. “Che vuoi?”
“Io mi chiamo Neville. Neville Paciock.”
L'uomo scrolla le spalle. “Sì. È allora? Non mi pare di avertelo chiesto.”
“Volevo solo sapere chi devo ringraziare.”
“Non credo che ci rivedremo di nuovo, quindi che importa che tu sappia come mi chiamo? Poi, come ti ho già detto, non mi importa dei tuoi ringraziamenti ne delle tue scuse. Non so che farmene.” Di nuovo si volta e fa per andarsene.
“Aspetti!” Urla di nuovo il ragazzo.
Questa volta l'uomo si volta di scatto, innervosito. “Si può sapere che cosa vuoi adesso, impiastro?” esclama.
Il ragazzo sussulta come se fosse stato colpito. Apre e chiude la bocca due, tre volte prima di trovare il coraggio di parlare di nuovo. “Come posso fare?”
L'uomo sa bene a cosa si riferisca. “Non lo so. Dipende da te. Solo da te.”
“Lei ci è riuscito? E riuscito a fare in modo che la considerassero in modo diverso?”
“Sì, alla fine ci sono riuscito.”
“Come, come ha fatto?”
“Ho scelto. È sempre e solo una questione di scelta.” Detto ciò l'uomo si incammina a passo deciso, poi svolta un angolo e sparisce alla vista.
Neville dopo un attimo di esitazione lo rincorre. Quando svolta l'angolo però vede solo la strada deserta. Le impronte dell'uomo proseguono ancora per qualche passo e poi si interrompono. Poco più avanti, radente il muro, un topo sembra osservare incuriosito il ragazzo che si muove impacciato, costretto in un cappotto troppo stretto per lui. Solo qualche istante e l'animale guizza via.

Posta una recensione

Devi fare il login (registrati) per recensire.