
L'Uroboro è il simbolo della natura ciclica delle cose: per formare un mondo nuovo, è necessario che quello vecchio prima muoia. Così quattro giovani maghi, orfani del loro magister, ultimo custode della Magia Antica, decidono di fondare una scuola, dando inizio ad una nuova epoca per il mondo magico.
Categoria: Post-DH Personaggi: Godric Grifondoro, Priscilla Corvonero, Salazar Serpeverde, Tosca Tassorosso, [+] Nuovi personaggi
Era: Fondatori e pre-Fondatori (1000 circa)
Generi: Generale
Lunghezza: A Capitoli
Pairing: Altro
Avvertimenti: AU (Alternate Universe), Nomi Originali, OC (Personaggio Originale), OOC (Fuori Canon), Slash
Sfide: Nessuno
Series: Nessuno
Capitoli: 5
Completa: No
Parole: 26091
Read: 50715
Pubblicata: 15/12/09
Aggiornata: 06/03/10
Note alla storia:
Sinceramente, questa ff è stata la più inaspettata di tutte quelle che ho scritto. Voglio dire, ero in biblioteca (non a fare il Library Quiz …) e tutt’ad un tratto mi alzo, vado nella sala al computer e incomincio a scrivere il prologo di questa storia. E con i fondatori, poi!Mah!
A proposito due warnings: primo, i nomi sono in originale! Io vi ho avvertito …
Secondo: signori, siamo nell’Alto Medioevo, oh yeah! Le aspettative di vita erano sui quarant’anni circa se si era moooooolto fortunati. I maschi divenivano maggiorenni a 14 anni e le femmine a 12. Ciuòdetto, se nel corso della ff si parlerà di spose- bambine e madri appena adolescenti NON ve la prendete con la sottoscritta, prendetevela con i medievali. Semplicemente, cerco di essere il più fedele possibile al contesto storico.
Buona lettura!
Hoel, a cui fanno sempre piacere le recensioni!
1. Prologo: 981 A.D. di Hoel
2. Elouen Du di Hoel
3. Lutto d'Inverno di Hoel
4. Lo Schiavo Armoricano di Hoel
5. L'Uroboro si è mosso di Hoel
Prologo: 981 A.D. di Hoel
Note dell'autore:
Voilà il prologo, per scriverlo ho dovuto riprendere in mano il libro di storia inglese! Lol!
A proposito delle invasioni dei Sassoni, King Arthur è una bufala storica: a nord c'erano gli Scoti, i Pitti, i Caledoni, non i Sassoni!
“When shall we meet again?
In thunder, lightning, or in rain?
When the hurlyburly's done,
When the battle’s lost and won.
[…]
Fair is foul, and foul is fair:
Hover through the fog and filthy air.”
Macbeth, scena I, W. Shakespeare
Anglesland
Anno Domini 981
Molti secoli erano ormai passati, da quando i Romani avevano lasciato la Britannia. Da allora, essa non aveva conosciuto che invasioni dai popoli a nord del Vallo, quali gli Scoti, i Caledoni e i Pitti. Per difendersi, i Britanni chiesero aiuto alle tribù germaniche d’Europa: gli Juti, gli Angli e i Sassoni. Tuttavia, una volta lì giunti, queste tribù decisero di rimanere, creando, nel giro di pochi anni, la cosiddetta eptarchia anglosassone, formata da sette nuovi regni: Kent, Essex, Sussex, Wessex, Northumbria, Anglia Orientale e Mercia.
I Britanni, resisi conto della gravità della loro scelta, si opposero a quest’invasione, rifugiandosi verso il Galles.
Nel frattempo, i sette regni lottavano per la supremazia di uno sull’altro e fu il Wessex a uscirne vincitore, anche se, l’unico vero sconfitto fu il popolo, stremato da guerre, pestilenze, carestie e dalle razzie compiute dai pirati vichinghi, i quali battevano le coste come lupi affamati, saccheggiando, uccidendo e portandosi via uomini, donne, vecchi e bambini per venderli poi come schiavi.
Nel X secolo, tuttavia il re Atelstano del Wessex compì una campagna d’espansione, costruendo forti e edilizi, portando a termine l’opera iniziata da suo padre Edoardo il Vecchio, figlio di Alfredo il Grande. Il re, inoltre, sconfisse le armate scozzesi e vichinghe nella Battaglia di Brunanburh, compiendo in questo modo il primo passo verso la nascita di un unico regno: Anglesland.
Il suo successore, re Edgardo il Pacifico, si adoperò a consolidare la neonata Anglesland, rendendola più forte e sicura, impedendo soprattutto ogni possibilità che essa si potesse dividere ancora. Gli successe il figlio Edoardo il Martire, il quale, difendendo la Chiesa e i monasteri dalle razzie compiute da parte dei nobili, a causa di una terribile carestia, fu avvelenato dalla matrigna per favorire l’ascesa al trono del giovanissimo fratellastro, che divenne poi Etereldo II detto l’Inetto. Costui dovette affrontare le nuove mire espansionistiche degli scandinavi, avendo essi, infatti, rinnovato il loro interesse verso la fertile Anglesland.
Ed è in questo periodo buio e oscuro, dominato dall’incertezza, dalla miseria e dalla guerra, che incomincia la nostra storia.
***
Il vento mugghiava furioso giù per la brughiera infinita, venata dai raggi rosso scuro del crepuscolo. E tuttavia, la valle era stranamente silenziosa, non si scorgeva un’anima viva ivi vagabondare. Solo un folle, infatti, avrebbe osato avventurarsi nella brughiera al calare delle tenebre, specie con la minaccia dei danesi che incombeva sul giovane regno di Anglesland.
A quanto pareva, però, uno pazzo c’era e si presentava nelle sembianze di un giovane uomo di diciassette anni, i cui occhi grigi come l’argento riflettevano una maturità poco comune per quell’età e un’intelligenza vivace e arrogante. Il ragazzo vestiva una tunica da cavallerizzo verde e argento, coperto da un mantello di lana verde anch’esso, cui si stringeva come un naufrago a un pezzo di legno. Il vento terribile lo faceva rabbrividire, non aveva mai amato il duro clima del nord e se le circostanze non fossero state così urgenti, mai il ragazzo si sarebbe sognato di lasciare il suo castello nell’Oxfordshire. Inoltre, il mostruoso ritardo di coloro che stava aspettando non aiutava di certo a migliorare il suo umore già nero per il lungo e spossante viaggio.
Che il suo messaggio non fosse loro giunto? O che qualcosa li avesse trattenuti?
Sbuffando, il giovane alzò il cappuccio del suo mantello, coprendosi la chioma nera come l’ala di un corvo, un retaggio delle origini arabe di sua madre, assieme alla pelle leggermente olivastra, che, messa a confronto con il pallore latteo degli abitanti dell’Anglesland, lo contraddistingueva da tutti i suoi coetanei del regno.
Una voce chiara e profonda attirò all’improvviso l’attenzione del ragazzo, che si voltò di scatto, la mano corsa, nel frattempo, veloce all’interno del suo mantello, quasi stesse frugando in cerca di qualcosa e agli occhi di un ignaro spettatore, ciò dovette sicuramente contribuire ad accrescere l’aura di stranezza che già circondava il giovane: come sperava di difendersi con un bastoncino, quando dal suo fianco pendeva una magnifica spada?
“Chi va là?”, chiese autoritariamente il ragazzo, anche se il sogghigno che si stava allargando sul viso significava che non c’era alcun pericolo imminente che minacciasse la sua persona.
Un giovane uomo sui vent’anni gli venne incontro, calandosi il cappuccio del mantello scarlatto, liberando un’arruffata zazzera rossa alla mercé del vento del nord. I suoi vivaci occhi nocciola, venati da pagliuzze dorate, esprimevano un immenso piacere alla vista del giovane vestito di verde.
“Hail, Salazar Slytherin, figlio di Kerwick Slytherin. Non sapevo fossi così pauroso!”, lo canzonò giocosamente.
Salazar, questo era il nome del ragazzo, abbassò la bacchetta. “Hail a te, Godric Gryffindor, figlio di Wulfgar Gryffindor. Vorrei vedere come reagiresti te, se fossi stato costretto come un babbeo ad aspettare cinque giri di clessidra dopo il vespro, nella brughiera poi! Ancora un poco, e mi ritrovavi morto congelato!”
Godric rise, gettando indietro il capo divertito. “Ah, Salazar, grande mago per niente! Accenderti un fuoco no?” e ricevette una fulminata da parte degli occhi grigi del giovane mago.
“Con i danesi alle porte? O con i briganti in giro? No, l’oscurità mi è alleata, Godric. Inoltre, non sono così scavezzacollo da cercare il pericolo quando non ce n’è bisogno!”
“Una dozzina di Muggles, che vuoi che siano?”, ribatté per nulla colpito Gryffindor, costringendo Salazar a levare gli occhi al cielo, sospirando: a volte il giovane non sapeva spiegarsi se Godric fosse o davvero coraggioso o estremamente incosciente. Slytherin era giunto alla conclusione che l’amico fosse entrambi. Usando la logica e ponderando attentamente i pro e i contro, spesso il coraggio compariva a fatica. E alle sarcastiche frecciatine di Godric circa onore, cavalleria e magnanimità, Salazar replicava con Aristotele: “Primum vivere, deinde philosophari”, prima si pensa a sopravvivere, poi si può filosofare di questo e di quello, cosa assai difficile da morti, no?
Inoltre, Godric aveva la brutta tendenza innanzitutto di fidarsi troppo della gente e in secondo luogo, di sottovalutare l’avversario, lusso che Salazar non si prendeva mai. Perfino l’ultimo dei servi della gleba, colto da uno di quei vapori malefici che sconvolgevano la mente annebbiandola, poteva arrivare a infilzarlo alle spalle con la falce.
“Esatto, se vuoi attirare ulteriormente l’attenzione dei Muggles su di noi! Tre risse nell’arco di una settimana, Godric! E quali erano i motivi, stavolta? Avevano pestato la coda a un cane? O avevano calpestato una formica?”
“Dei balordi avevano costretto un povero saltimbanco, che se ne stava tranquillo per i fatti suoi a bere la sua birra, a ballare come un orso su per il tavolo, minacciandolo con delle torce!”
“Commuovente”, commentò Slytherin, anche se il tono della voce mostrava che più di tanto la cosa non lo toccava.
“In ogni modo, non ho usato la magia, bensì questa” e batté la mano sul fianco sinistro, da cui pendeva una preziosa spada d’argento con l’elsa incastonata di rubini.
“Piuttosto, dimmi il motivo della tua inaspettata visita. Non credo che tu abbia lasciato il sud per venire a farmi la predica!”
Il volto di Salazar divenne improvvisamente serio. “Ammetto che c’è qualcosa di cui amerei discutere con te e con le altre due nostre amiche, le quali, da vere femmine, conoscono bene l’arte di farsi aspettare…”
“… così che il loro spasimante sia doppiamente felice di vederle!”, terminò alle sua spalle Rowena Ravenclaw, una giovane di appena sedici anni dai lunghi capelli castano scuro e da uno sguardo acuto e penetrante.
A farle compagnia, vi era una florida donna sui venticinque anni circa, la quale, invece, aveva i capelli biondo – rossicci e i suoi occhi azzurri riflettevano un dolcezza di carattere fuori dalla norma. Il suo nome era Helga Hufflepuff, moglie di Brendan Hufflepuff, il quale l’aveva lasciata di recente vedova e questo spiegava l’abito nero che la donna portava, anche se non aveva rinunciato alla civetteria femminile preferendo al posto di un mantello sobrio e dello stesso colore uno di un giallo vivace.
“Mie signore”, la salutarono i due uomini, chinando il capo in segno di rispetto; gesto cui le donne risposero inchinandosi leggermente.
“Salazar”, riprese Rowena, famosa in tutta la comunità magica per la sua mente fine e agile “abbiamo ricevuto il tuo messaggio, in cui ci intimavi di riunirci qui al più presto. Che cosa è accaduto di così grave da costringerti ad attraversare tutta l’Anglesland, specie in questo momento, con la guerra incombente?”
Slytherin abbassò la testa, grato dell’oscurità che lo avvolgeva, poiché non desiderava che gli altri suoi amici notassero i suoi umidi e rossi da lacrime non sparse.
“Il magister”, incominciò cercando di mantenere la voce più ferma possibile “è… è morto.”
Helga si portò la mano guantata alla bocca, soffocando un gridolino; Rowena sbatté incredula le palpebre e Godric strinse inconsciamente l’elsa della spada.
“Il magister? Morto? Come? Quando?”, lo tempestarono subito di domande, cui Salazar non si sottrasse.
“Tre giorni fa. Assassinato nel sonno. Non ha neppure avuto il tempo di difendersi”, fu la sua spiegazione.
“Cani! Codardi!”, ringhiò Gryffindor, le nocche bianche per la stretta all’elsa. “Solo i ladri e i vigliacchi agiscono così!”
“Erano… maghi? Intendo, gente come noi?”
Un sorriso amaro si dipinse sul volto di Salazar. “No, Muggles!” e pronunciò l’ultima parola quasi sputandola. “Si erano insospettiti di lui. Non stregoneria, no, non è stato quello che li ha allarmati all’inizio. Credevano che lui indugiasse nei peccati della carne con i giovani cui insegnava.”
“Ma non è vero! Il magister era l’integrità morale fatta persona!”, protestò Helga con vivacità “Non avrebbe mai osato approfittare della nostra buonafede in lui! Mai!”
“E per questo l’hanno ucciso?”
“Uno degli allievi, messo sotto torchio dai genitori, ha parlato. Stregoneria, ha detto. È stata la condanna a morte del magister e degli altri suoi cinque studenti. Inutile aggiungervi che l’uccello canterino era un Nato- Muggle…”
“Salazar…”
“Non sono mie opinioni, Godric! Sono fatti quelli che ti sto portando. Ed è per questo che vi ho chiesto di incontrarci. La morte del magister mi ha spinto a prendere una grande e importante decisione. Ma ho bisogno anche del vostro aiuto.”
Rowena lo guardò con attenzione, i suoi occhi neri lo scrutavano attentissimi: il suo istinto le diceva che qualsiasi fosse stata l’idea si Slytherin, essa avrebbe influenzato la loro vita.
“Voi tutti sapete che la magia fino ai giorni nostri è stata tramandata oralmente, da maestro a discepolo, di generazione in generazione. Un mago colto e abile prendeva con sé cinque o sei allievi e li educava, infondendo in loro tutto il suo sapere. Così è successo anche per noi. Ora, il problema qual è? La mancanza di maghi abbastanza capaci da insegnare. Il magister era l’ultimo rimasto. Noi stessi siamo gli ultimi rimasti. Dopo di noi, chi ci sarà?”
“In poche parole, tu ci staresti suggerendo di costruire una scuola?”, lo interruppe Godric incredulo “E di mettere per iscritto gli incantesimi e le pozioni insegnateci dal magister?”
Salazar annuì. “Sarà come nei monasteri Muggles. Non possiamo correre lo stesso rischio del magister. Oggigiorno, perfino i maghi stessi sono sospettosi riguardo al metodo d’insegnamento della magia. Costruendo, invece, un ambiente più neutro…”
“Ma Salazar, è… è troppo periglioso! E gli incantesimi per costruire e nascondere agli occhi dei Muggles questo posto, potrebbero costarci tutta la nostra magia! Se non la vita! Noi non abbiamo l’esperienza del magister, né le sue incredibili conoscenze!”, sottolineò Helga, per nulla convinta dalla proposta del giovane.
“Dobbiamo correre il rischio! I Muggles, la cui ferocia e avidità non conoscono limiti, pian piano stanno distruggendo tutto ciò che c’era di magico in questa terra! Spero che ti sovvenga, Helga, quanto difficile fu anche per noi apprendere la magia con guerre, pestilenze e carestie! O hai dimenticato la razzia compiuta al monastero in cui vivevamo con il magister nell’anno della carestia sotto il re Edoardo il Martire? Inoltre, il cristianesimo ha messo a tacere gli dei della religione tradizionale e la magia con essa: la gente ha smesso di crederci, la guarda addirittura come sinonimo del male! I maghi stessi la stanno abiurando, giacché sono intimoriti delle pene ultraterrene per coloro accusati di stregoneria! Andando avanti di questo passo, non ci saranno più allievi, la magia finirà con la nostra morte, poiché nessun incantesimo è stato mai messo per iscritto! Il nostro mondo finirà nell’oblio, dimenticato! E noi con esso!”
I tre amici lo ascoltavano silenziosi. Poi Rowena prese la parola: “Ciò che ti dici è vero, Salazar: noi siamo gli ultimi esponenti di un mondo che sta morendo. Amico mio, tutto cambia. È triste, ma la natura è fatta così, non si può fermare il suo ciclo. Non puoi spezzare il cerchio dell’Uroboro!”
“Rowena ha ragione. Per formare un nuovo mondo, il vecchio deve prima morire”, aggiunse Godric “E con la morte del magister, posso ben affermare che lo è! Salazar ha ragione, dannazione! Non accetterò passivamente tutto ciò! Ci opporremo e combatteremo per la nostra sopravvivenza!” e appoggiò la mano sulla spalla di Slytherin, che gli sorrise grato per l’appoggio.
“Helga?”, fece supplice Salazar “Per noi. Per le future generazioni. Per il magister!”
La donna si morse il labbro inferiore, dilaniata da sentimenti contrastanti: che fare? I rischi erano numerosi e il prezzo altissimo, avessero dovuto fallire!
Almeno, però, ci avevano provato e non avrebbero avuto rimpianti.
“Sono dei vostri”, dichiarò infine.
Sospirando, anche Rowena Ravenclaw si unì all’ardita e ambiziosa impresa.
Come poteva essere altrimenti? Erano troppo giovani, troppo inesperti! Ma la situazione era troppo disperata: Aodren del Kent era stato l’ultimo vero magister di magia dell’Anglesland, giacché ormai le famiglie di maghi preferivano educare presso di loro i propri figli. Sempre meno giovani venivano iniziati alla magia, anche perché i suoi principi cozzavano con le prediche dei preti alla domenica, che condannavano ad atroci ed eterne pene coloro che si macchiavano del peccato di stregoneria.
Finché c’era stato il cristianesimo celtico, queste perplessità non sorsero: San Patrizio stesso proibì che delle persone fossero condannate per aver praticato della magia e i maghi (quelli veri) avevano allora sospirato di sollievo. Ma in Anglesland, il cristianesimo celtico fu rimpiazzato da quello cattolico e così si ricominciò daccapo.
Anche perché da secoli, ormai, i maghi avevano abiurato la fede tradizionale per abbracciare la nuova religione, venuta di là dal mare. Solo i più estremisti resistevano, praticando piuttosto il cristianesimo celtico, invece di abbandonare del tutto le vecchie credenze: infatti, la croce celtica e Santa Brigida, non erano che una nuova versione camuffata la prima di OIW, l’unico dio, irraggiungibile dalla comprensione umana e che si manifestava secondo una triplice energia, Skiant, Nerz e Karantez; la seconda della dea pagana Brigit, figlia di Dagda, protettrice della cultura e della famiglia.
Pochissimi si ricordavano della Magia Antica, quella dei druidi, quella che anime volonterose come Aodren insegnavano a proprio rischio e pericolo a giovani dotati e brillanti.
La magia stava sul serio morendo, sostituita dalla paura e dalla superstizione.
E toccava ora a quei quattro giovani, orfani del loro ex maestro, aiutarla a sopravvivere e a prosperare tra coloro che si sarebbero dimostrati a lei affini.
Questo fu il loro giuramento sulla semplice tomba del defunto magister Aodren del Kent, su cui sparsero i suoi gigli preferiti.
Gli Hogwarts.
Note finali:
Come al solito, inizio con un'idea e finisco con un'altra. Mi lascio catturare dai miei stessi personaggi! La storia del magister non l'avevo minimamente accarezzata e guarda un po'...
Note dell'autore:
Ho provato a tradurre in gaelico alcune parole e frasi e sinceramente sono piuttosto soddisfatta di me stessa, anche se ho raggiunto un misto di bretone, irlandese e gaelico del Galles! Vabbè, sempre dal celtico derivano! In ogni modo, gli incantesimi gli ho scritti in gaelico, anche perché credo che siano stati proprio i quattro fondatori a “tradurli”, visto che ormai in Inghilterra non lo si parlava più.
Ma di questo ne tratteremo in seguito nella ff!
Buona lettura e, please, recensioni!
Mor-Bihan , Armorica o Breizh (Bretagna)
Anno Domini 993
Aprilis
“Bealtaine Déan mo Soul isteach an oíche
na réaltaí treoir mo bhealach.
Glory mé an radharc
Mar dorchadais Bíonn an lá.
Chanadh amhrán, amhrán de shaol
made gan brón.
Inis na cinn, na ngaolta mé
riamh orm dearmad
riamh agam dearmad.”
Le parole della malinconica canzone scivolavano dalle labbra del giovinetto come l’acqua di una dolce sorgente, languide e vellutate, narrando del cielo stellato, della vita e della morte e di come tutto ciò glori la vista di chi sapeva cogliere il loro significato recondito, invece di soffermarsi alle apparenze.
Era una notte davvero magnifica e stranamente tiepida per essere solo ad Aibreán (o aprilis), eppure il corpo del giovanissimo cantore era attraversato da piccoli e costanti brividi, costringendolo a portarsi le ginocchia sotto il mento, sfruttando in questo modo il tepore del mantello bianco come la neve. Non era per il freddo che rabbrividiva, oh no, bensì per l’irrequietezza causata dalla lunga attesa, solo, nel mezzo del bosco sacro, dove agli apprendisti druidi era proibito recarsi, senza la compagnia del loro mentore, il mheantóireachta. Per gli audaci che osavano violare tale divieto erano previste severe punizioni.
Il ragazzino tramante era uno di questi. Giovanissimo, aveva sì e no quattordici anni ed era da poco stato presentato alla comunità come maggiorenne, era ormai un adulto. Tuttavia, tutta l’arroganza e l’eccessiva confidenza di sé che i giovani di solito sfoggiano, non appena escono dal loro stato di minori, era sparita dal viso alabastrino del fanciullo e i suoi occhi grigio – violetti vagavano inquieti e rapidi da un posto all’altro, scrutando ogni ombra, ogni singolo e lieve movimento della natura immersa nel sonno che lo circondava.
Una leggera brezza scompigliò quelle ciocche corvine e seriche che facevano capolino da sotto il cappuccio bianco e il ragazzo si strinse ancora di più sotto l’indumento, quasi temesse che fosse un velato rimprovero da parte del bosco per aver infranto la regola.
No, tutto ciò era ridico, pensava, la natura non era loro nemica, erano gli uomini gli unici veri portatori di distruzione. Il fine ultimo di essa era infatti la continua rigenerazione della vita, che passava obbligatoriamente attraverso la morte, per essere subito dopo, però, sostituita da una nuova nascita. Quando gli uomini invece sterminavano, le speranze di un nuovo inizio erano assai più incerte e non sempre ne veniva fuori qualcosa di buono, anche se il suo mheantóireachta sosteneva che pure le opere, giuste o nefande che fossero, compiute dal genere umano appartenevano al progetto continuo ed infinito di Morte e Rigenerazione del mondo. Il ragazzo, però, ancora aveva i suoi dubbi, specie ora che …
“Cad tá á dhéanamh agat anseo, ag an am seo den oíche, ina n-aonar i Grove naofa?”, lo apostrofò severamente una voce femminile.
Il giovinetto scattò in piedi, arrossendo e balbettando confusamente delle scuse. “Logh dom, Morvanna deirfiúr” e abbassò colpevole il cappuccio, ben conscio che era meglio confessare subito il suo crimine. Infatti, se il trasgressore aveva il coraggio di denunciarsi subito, la pena sarebbe stata leggermente più sopportabile, rispetto all’originaria.
Una donna sulla trentina dai lunghi capelli castani, che cozzavano con il candore della sua veste, si fece avanti, seguita dal tintinnio della falce dorata che le pendeva dal fianco. Alzò la bacchetta e mormorò un incantesimo, sprigionando una fioca luce: in questo modo, il ragazzo sarebbe stato costretto ad avvicinarsi a lei, se voleva spiegare le ragioni per quella sua visita.
“Teacht!”, gli ordinò, allungando il braccio, sottolineando così il suo comando.
Deglutendo, il fanciullo obbedì avanzando, esponendosi alla luce.
Il viso di Morvanna, la donna biancovestita, si rilassò un poco, non appena riconobbe i lineamenti del ragazzino, per poi ritornare all’espressione di duro rimprovero di prima.
“Elouen Du, figlio di Neven Du, nonché mio fratello, che ci fai in questo posto, che tu sai essere proibito, per gli apprendisti come te?”
Elouen si umettò le labbra nervosamente, maledicendo il destino che fosse stata proprio sua sorella Morvanna a trovarlo. Se avesse, al contrario, incontrato qualcun altro, forse il suo obiettivo, con cui era partito dal villaggio, sarebbe stato raggiunto.
Ma con Morvanna non ci sarebbe stato nulla da fare: lei era un suo superiore e lui le doveva lo stesso rispetto e la stessa devozione che aveva per il maestro. Inoltre, la donna era particolarmente dispotica nei suoi confronti, forse piccata dal fatto che Elouen, ad appena quattordici anni, già ricoprisse il titolo di assistente, o cúntóir, oltre che quello di apprendista, altresì detto printíseach.
“Sto aspettando, Elouen”, lo incalzava Morvanna, visibilmente spazientita.
“Ecco … io … ero venuto per il mheantóireachta” e si aspettò l’usuale lavata di capo.
Che prontamente arrivò. “Hai usato fin troppo questa scusa, nelle ultime tre settimane. Vedi di cercarne una più convincente!”
“Ma è la verità, Morvanna deirfiúr! Ho sul serio bisogno di parlare con il maestro! E voi non fate che impedirmelo!”
Le labbra della donna assunsero una linea dura. “Mi stai rimproverando, piccolo Du?”
Il giovinetto scosse il capo con foga. No, non voleva dire quello! Solo, che tutte le volte, duranti le quali lui voleva vedere il maestro, lei lo fermava, ecco tutto. Non era un rimprovero il suo. Era una constatazione.
Che Morvanna non sembrò gradire, a giudicare dal suo cipiglio. In ogni modo, gli domandò: “Parlare con il mheantóireachta? E perché? Che hai da riferirgli di così urgente, tanto da venire a disturbarlo qui, nel cuore della notte e per giunta in un posto nel quale tu non hai diritto di entrare?”
Le guance di Elouen si tinsero di scarlatto. “Sono cose personali tra il maestro e me! Eppoi, io sono un suo cúntóir, anch’io posso entrare!”, non era del tutto vero, ma neppure interamente falso.
“Certo, se un tuo superiore te lo concede …”, lo corresse dolcemente Morvanna.
Elouen trattenne il fiato, sperando che per una volta la donna gli dimostrasse un segno di comprensione.
Non fu fortunato.
“Concessione che ti nego!”, concluse severa “Ora tornate a casa, Elouen. I nostri genitori si staranno già chiedendo dove tu possa essere finito” e con un gesto della bacchetta, alte fiamme comparvero, che lasciavano però illeso il legno degli alberi, indicando al giovane il sentiero per il villaggio.
“Ma io …”, protestò Elouen, di certo non contento di vedersi rifiutato per l’ennesima volta un colloquio con il suo maestro.
“Silenzio! Osi mettere in discussione un tuo superiore?”
“No, ma …”
“Cosa?”
“Io devo vedere il maestro è urgente! Per favore! Más é do thoil é !”, la supplicò, la sua giovane voce incrinata da un’acuta nota d’ansia.
Morvanna non disse nulla, si limitò ad abbassare il capo. “Tu lo sai che il maestro è molto impegnato con gli altri apprendisti e che non può trascurarli per delle sciocchezze …”
“Ma …”
“Lasciami finire. Tuttavia, se lui ti ha voluto come assistente ad una così giovane età, evidentemente ti considera una persona assennata. Di conseguenza, non ti ritengo capace di disturbare il maestro per futili motivi …”
Il ragazzino ascoltava attentissimo, speranzoso.
Morvanna sospirò. “Fra una settimana, recati alla spiaggia. Vedrò di organizzarti un incontro con lui.”
Gli occhi grigio – violetti di Elouen s’illuminarono per la contentezza e il giovinetto iniziò a ringraziare ferventemente la sorella, la quale, però, lo intimò di non dire a nessuno del loro accordo, altrimenti ciò avrebbe suscitato l’invidia e la gelosia da parte degli altri allievi. Avere, infatti, un colloquio a tu per tu con il mheantóireachta era un raro privilegio, giacché tutto doveva essere discusso tra di loro, senza segreti. Fiducia era la parola chiave e avere segreti non l’aiutava; tuttavia se c’era qualcosa di veramente urgente di cui parlare, allora si poteva fare uno strappo alla regola.
E in quel momento, Elouen Du aveva qualcosa di serio su cui discutere.
“Mantieni il silenzio, eh?”, si raccomandò Morvanna, mentre Elouen s’avviava annuendo vigorosamente verso il villaggio, non notando lo strano luccichio brillare negli occhi della sorella.
***
Il villaggio dove Elouen Du viveva era l’ultimo campione della fiorente e ricca civiltà dei Veneti che un tempo abitava l’Armorica o Breizh, come s’incominciava a chiamarla da parte degli Eile, gli Altri, che si trovavano fuori dal loro territorio.
Dopo la conquista della Gallia da parte di Giulio Cesare, i Veneti o furono o catturati e ridotti in schiavitù o riuscirono a fuggire, rifugiandosi in Britannia. Altri, invece, guidati da veri druidi- maghi, restarono, nascondendo la loro esistenza al mondo grazie alla loro magia, sopravvivendo agli sconvolgimenti della storia, sicuri e protetti. Ma ormai, quei cinque villaggi di superstiti si erano ridotti ad un unico, abitato da neppure cinquecento anime. Il più grande tabù era quello di uscire dai confini del loro territorio, anche perché una volti nel Mondo di Fuori, Domhan Lasmuigh, la magia non li avrebbe più difesi, sarebbero stati vulnerabili. L’unica eccezione era il matrimonio. Non essendo numerosi e per evitare quindi unioni tra consanguinei, quando il capo accordava ad un giovane di sposarsi, egli si recava nel Domhan Lasmuigh e si sceglieva una ragazza che più gli piaceva. Ebbene sì, o la rapiva o la seduceva, in ogni modo la convinceva a seguirlo e una volta là, alla ragazza venivano cancellati tutti i ricordi della sua vita precedente, sostituendoli con degli altri, affinché in lei non sorgesse mai il desiderio di ritornare a casa.
A praticare questo rito era ovviamente il druido. In effetti, il villaggio non era composto solo da maghi, anzi, loro non erano che un quarto della popolazione. E tuttavia, nessuno se ne lamentava: non essendo il cristianesimo giunto a loro, essi adoravano ancora gli dei della religione dei loro antenati, considerando quindi la magia come un dono della dea Rejtija, la più amata del pantheon. Di conseguenza, coloro che potevano praticare la magia, la vera magia, erano considerati da lei benedetti e venivano iniziati dai druidi del villaggio. L’apprendistato era lungo e faticoso, non c’erano libri scritti su cui imparare, tutto doveva essere custodito nella memoria. L’unica consolazione era vedere l’espressione di ammirazione e rispetto nel volto degli abitanti, non appena scorgevano la veste bianchissima del druido, quando quest’ultimo si recava al villaggio.
Così era accaduto anche per Elouen. Ancora non era un druido, ma il suo maestro gli ricordava spesso che, se avesse mantenuto la costanza e la passione negli studi, un giorno la sarebbe divenuto presto. Nel frattempo, il ragazzino, una volta divenuto maggiorenne, era stato scelto come uno dei suoi tre assistenti. Ciò aveva portato immensa gioia e orgoglio alla sua famiglia, già di suo importante, in quanto imparentata con il capo del villaggio (la madre di Elouen ne era la sorella). E tuttavia, aveva anche instillato nel cuore della gente, specie tra gli apprendisti stessi, una sottile e persistente invidia nei confronti dei Du, in particolar modo nel più piccolo della famiglia, Elouen appunto.
Il ragazzino, ancora ingenuo e appena sfiorato dalla vita, non riusciva a capire il perché di tutto quell’astio da parte loro. Suo padre gli aveva insegnato che quando si ferisce o s’insulta qualcuno, era naturale che la persona gli portasse rancore. Eppure, lui non si ricordava di aver offeso in qualche modo chicchessia.
Specie Morvanna, sua sorella maggiore. A dire il vero, era la sua sorellastra, ma Elouen non aveva mai badato a quella sottigliezza, le voleva comunque bene e non si capacitava come mai lei, al contrario, fosse così fredda e distaccata nei suoi confronti. Ad ogni tentativo di avvicinarla, mostrandole ad esempio come avesse imparato un nuovo incantesimo, ella o scrollava le spalle spazientita o si arrabbiava, accusandolo di non essere altro che un mimo da taverna.
Gli aveva poi imposto di darle sempre del voi e quella forse era l’unica cosa cui il fratello minore fosse stato in grado di comprenderne il motivo: essendo lei più anziana rispetto a lui e per di più una sua superiore, era naturale che lui le dovesse portare rispetto.
Ora, però, per la prima volta dopo anni, Morvanna si era dimostrata gentile nei suoi confronti, insomma, gli aveva promesso di farlo incontrare con il maestro. Che si fosse ricreduta sul suo conto?
Un violento ceffone lo distolse dai suoi pensieri e Elouen si fece piccolo piccolo dinanzi all’arrabbiatissima figura del padre.
“Figlio degenere! …”, incominciò, rimproverandolo di quanto fossero stati in pensiero per lui; di quanto lui fosse disobbediente e irresponsabile; ecc, ecc. Il tutto condito con il ritornello: “Che male ho commesso, perché Rejtija mi punisca con un tale delinquente per figlio?”
Elouen abbassò il capo, vergognoso dei suoi gesti. “E ora fila a dormire. Per stavolta non lo dirò a tua madre, ma se t’azzardi ancora a sparire così, io ti …” e un violento e molto eloquente gesto aiutò a capire al ragazzo quale sarebbe stata la sua futura punizione.
Sospirando di sollievo, l’ira di sua madre non era affare da prendere sottogamba, Elouen si coricò, sprofondando in un sonno assai profondo.
***
La brezza marina gli scompigliava i capelli neri come l’ala di un corvo, costringendo Elouen a scostarsi le ciocche dal viso, mentre respirava a pieni polmoni l’aria salata del mare, seduto su uno scoglio.
Stava aspettando qualcuno, anche se il ragazzo stesso non sapeva dire chi. Eppure, il suo cuore non faceva altro che gridare: “Vieni! Vieni!”
E intanto che chiamava questo fantomatico ospite, due enormi serpenti, lunghi come una nave e larghi come due persone messe assieme, emersero dal mare, gli occhi rossi fissi sul giovane e le lingue sottili sibilare, vibrando veloci.
A parte le loro gigantesche dimensioni, ciò che colpì Elouen fu il colore peculiare della pelle dei serpenti: uno era nero come la notte, l’altro bianco latte. Si muovevano sinuosamente, intrecciandosi l’uno con l’altro, puntando dritto verso di lui.
Lanciando un grido di spavento, Elouen balzò in piedi, indietreggiando di qualche passo. Tuttavia, troppo tardi si accorse che dietro a lui stava un cervo con le corna abbassate, pronto a caricarlo. E così avvenne. Con un violento colpo, Elouen venne spinto giù dallo scoglio, direttamente dentro alle fauci spalancate del serpente nero, che si rituffò tra le onde.
Quando poi la bestia lo risputò, il giovane si trovò dinanzi ad una strana costruzione, quella che il suo maestro nominava “Castello” e che si trovava spesso nel Mondo di Fuori.
Il castello era vecchio, in rovina, lo si poteva notare dalle parti mancanti e dall’edera che cresceva rigogliosa tra i muri marci e preda delle violente manifestazioni della natura.
All’improvviso, un enorme uccello di fuoco volò sulla torre più alta del rudere, scrutando il ragazzo con i suoi occhi scintillanti. Poi, con un acuto grido, l’uccello fu avvolto dalle fiamme e il castello con esso, lasciando nient’altro che cenere dietro di sé.
Ma ecco che da esse spuntò timida la testolina di un pulcino, che iniziò velocemente a crescere, fino a ritornare alla maestosa forma originale. I due serpenti, allora, si fusero prima in uno, recandosi successivamente verso l’uccello, avvolgendolo tra le sue spire bianche e nere. Inoltre, il serpente si morse senza preavviso alcuno la coda, formando una catena sul corpo dell’uccello, il quale, ignaro della presenza dell’altro animale, continuava a cantare felice sulla torre più alta di una castello più imponente e magnifico di com’era in precedenza.
“Bealtaine Déan mo Soul isteach an oíche
na réaltaí treoir mo bhealach.
Glory mé an radharc
Mar dorchadais Bíonn an lá.
Chanadh amhrán, amhrán de shaol
made gan brón.
Inis na cinn, na ngaolta mé
riamh orm dearmad
riamh agam dearmad.”
E con la canzone dell’uccello di fuoco che risuonava ancora nelle sue giovani orecchie, Elouen si svegliava, ogni volta sempre più confuso e spaventato. Era da un mese che il sogno lo tormentava e nonostante si fosse sforzato di comprenderlo, ricorrendo a tutte le sue conoscenze circa l’arte dell’interpretare i sogni, niente, si ritrovava sempre ad un punto morto.
Aveva provato a chiedere a sua nonna, la quale era conosciuta nel villaggio come un’ottima veggente, ma neppure lei aveva trovato un significato preciso per il sogno; l’unica conclusione cui entrambi erano giunti, era che qualsiasi cosa esso volesse dire, essa avrebbe portato grandi cambiamenti.
Quella notte non fece eccezione ed Elouen si destò di soprassalto, il corpo bagnato di sudore, il respiro veloce e irregolare. Stropicciandosi gli occhi, il ragazzino si alzò dal giaciglio per recarsi nella dispensa per bere un sorso d’acqua.
Si fermò all’improvviso, nascondendosi nell’ombra, quando si accorse che nella parte comune della capanna, utilizzata come luogo d’incontro, c’erano i suoi genitori con il capo del villaggio, dei nobili e due stranieri, anche se Elouen notò che parlavano correttamente la sua lingua.
E c’era il maestro con loro, assieme alla sorella e all’altro assistente, Tehen.
Parlavano concitatamente tra di loro, a voce bassa, con fare quasi cospiratorio. Incuriosito, il giovane tese le orecchie, cercando di captare qualche parola, ma tutto ciò che udì fu: “Scuola … quattro temerari … malcontento … agire ora …”
Di che cosa stavano parlando? Scuola? E dove? Non c’erano scuole nel villaggio!
Quattro temerari, chi erano costoro?
E soprattutto, che cosa avevano combinato di così grave, da costringere quei due stranieri, senza dubbio provenienti o da Kembre o da Bro Saoz, a venire a discuterne? Con il maestro, poi!
Scuotendo la chioma corvina, Elouen se ne ritornò quatto quatto al suo giaciglio, annoverando quella strana conversazione tra le cose che avrebbe chiesto fra una settimana al maestro.
***
“Elouen, mo nia, áit a bhfuil tú ag dul anois?”, lo rimbeccò la nonna Gwennaïg, pizzicando il nipote, mentre sgattaiolava via dalla capanna. Che la donna fosse a conoscenza delle tendenze vagabonde del giovane era fatto risaputo, ma mai lui si era allontanato in modo tanto circospetto: sembrava quasi che stesse nascondendo qualcosa.
Infatti era così. La settimana d’attesa era trascorsa e ora il giovane apprendista si stava recando al luogo nel quale sua sorella Morvanna gli aveva promesso un incontro con il maestro.
“Dove stai andando, nipote mio?”, inquisì la donna, afferrando il polso sottile del ragazzo, costringendolo a voltarsi e a guardarla negli occhi. Sguardo che il giovinetto evitò, temendo che la bugia che stava per dire fosse tradita dai suoi occhi.
“Vado in riva al mare per raccogliere delle conchiglie, nonna. Vorrei fare un braccialetto per mia madre …”, non un granché di scusa, Elouen era sempre stato molto sincero e quelle poche volte che mentiva, veniva subito sbugiardato.
Tuttavia, riuscì ad essere abbastanza convincente, tanto che la donna lasciò la presa al polso, nonostante un’espressione preoccupata le si fosse dipinta sul volto. “Elouen, resta a casa per oggi. Questa notte ho fatto un sogno che ti riguardava e mi ha molto turbata. Se vuoi, ci andrai domani alla spiaggia, ma rimani qui per oggi!”
Il ragazzo s’umettò le labbra a disagio: non poteva mancare all’appuntamento, era troppo importante! Una seconda occasione non si sarebbe più potuta ripresentare! Incominciò, quindi, a protestare prima con un tono assai sostenuto, poi sempre più disperatamente, arrivando infine quasi a supplicare la nonna di lasciarlo partire.
“Per favore, nonna!”
“Perché?”
“Nonna, io devo andare! Per favore!”, pigolò il nipote.
Dopo un lungo sospiro, la donna si arrese e baciandolo sulla fronte, lo salutò. E mentre osservava la figuretta bianca allontanarsi, un’inaspettata preghiera le scivolò dalle labbra: “Oh somma Rejtija, proteggetelo voi!”
***
“Dov’è il maestro?”, fu la prima domanda che Elouen si pose una volta giunto al luogo fissato per l’incontro, scoraggiato dalla mancanza della familiare figura biancovestita del suo mentore.
Forse, qualche impegno imprevisto lo aveva trattenuto, sì, quella doveva essere la spiegazione più logica. Il ragazzo decise allora di mettersi ad aspettare l’uomo, raccogliendo nel frattempo qualche conchiglia per confermare il suo alibi davanti alla nonna per quando sarebbe tornato a casa. Alzandosi un poco la veste candida, il giovane s’immerse nell’acqua fredda, canticchiando fra sé e sé la sua canzone preferita.
Il sole raggiunse il suo zenit, ma del maestro ancora nessuna traccia. Quando infine incominciarono a calare le prime tenebre della sera, Elouen temette che il maestro si fosse dimenticato dell’incontro. O peggio: che Morvanna gli avesse giocato un brutto scherzo, facendolo passare per uno stupido.
In ogni modo, l’uomo non sarebbe arrivato e, sbuffando, Elouen s’incamminò verso casa. Quand’ecco che, saltellando da uno scoglio all’altro, mise male un piede e cadde in avanti, sbucciandosi le mani e le ginocchia. Ma fu la vista della sua bacchetta a qualche spanna dalla pigra superficie del mare a preoccuparlo maggiormente. Sporgendosi un poco, Elouen tese il braccio per afferrarla … ancora un poco … c’era quasi …
“Teacht!”, comandò una voce e la bacchetta volò via dalle dita del giovane per finire nelle mani di …
… Morvanna?!?
“Sorella!”, esclamò Elouen spaventato dalla sua improvvisa comparsa e soprattutto dallo strano luccichio negli occhi. “Mi avete fatto venire un bello spavento!” e sorrise a fatica, “E il maestro? Dov’è? Perché non è venuto?”
Sua sorella non rispose, si limitava a fissarlo inquietante e silenziosa. Elouen deglutì: per la prima volta in vita sua, aveva paura di Morvanna. Che fosse una persona noiosa, un po’ burbera e severa, lo sapeva, ma mai le aveva visto in faccia quell’espressione, che annunciava solo cattiverie.
Sorridendo malignamente, Morvanna stese il braccio, puntando il dito in direzione del mare. Il fratello lo seguì con lo sguardo e i suoi occhi grigio- violetti si spalancarono quando intravidero una nave stagliarsi all’orizzonte.
“Pirati …”, sussurrò incredulo Elouen, avendo riconosciuto la foggia diversa rispetto alle navi bretoni. Si voltò quindi verso la sorella, chiedendole concitatamente: “Morvanna, dobbiamo andarcene via di qui, non vedi che stanno attraccando?”
La donna non rispose, si limitò a rigirare la bacchetta tra le dita. Spazientito, Elouen s’avvicinò per trascinarla via, quando la sorella gli puntò la sua bacchetta contro la gola.
Il cuore del ragazzo smise di battere per un secondo, per poi riprendere furiosamente: che stava facendo Morvanna? Era divenuta folle? Perché si ostinava a rimanere sulla spiaggia, con i pirati vichinghi che si avvicinavano ogni minuto di più?
La ferocia di quei barbari era conosciuta da tutti i porti del nord; le loro sfortunate vittime se li incrociavano, si sarebbero trovate caricate nelle loro veloci navi prima che potessero gridare “Aiuto!”, pronte per essere poi vendute in qualche mercato di terre straniere, non senza che quelle bestie si fossero divertite un poco con loro, ovviamente.
“Su, andiamo! O ci cattureranno!”, la intimò il fratello, la voce più alta di un’ottava per la paura.
Morvanna lo guardò placida. “Non lo faranno. Perché sono stata io a chiamarli, usando prima l’incantesimo Aigne a Léamh (Legimency ndr) e poi, quando verranno qui …”
E puntò la bacchetta dietro a quei quattro uomini alle spalle di Elouen, il quale, per lo shock della rivelazione, non si era accorto dello sbarco della nave vichinga.
“… Ordú!” e scagliò loro contro una delle tre più temibili maledizioni, quella che controllava il corpo e l’anima di una persona.
L’espressione dei quattro vichinghi divenne ebete, confusa, quasi non sapessero né chi fossero né da dove venissero.
Alla vista di tutto ciò, Elouen era impallidito di quel tanto da farlo sembrare simile ad un cadavere. Tutta la situazione era grottesca: il finto appuntamento, il sorriso malevolo della sorella, i pirati … che diavolo significava?
“Morvanna, se questo è uno scherzo, io …”, incominciò debolmente il suo rimprovero.
La donna lo fulminò con lo sguardo. “Scherzo? Ti pare che io stia scherzando, fratellino? Questa è la tua punizione!”
“La mia … non capisco, che cosa vi ho fatto di male?”, balbettò incredulo il ragazzo.
“Tutto! A partire dal fatto che tu respiri, che tu viva, che … che … tu esista! Sin dal giorno della tua nascita non mi hai creato che fastidi, tu e la tua precocità nella magia della malora! Per vent’anni ho dovuto sgobbare come una matta per divenire la prima assistente del maestro, ho sacrificato tutto: la mia infanzia, la mia giovinezza, la mia vita! Ed ero ad passo tanto così da essere nominata la prossima druidessa, quand’ecco che spunti tu, bravo in ogni cosa, dice il maestro, che a neppure quattordici anni sei già il suo assistente. Ma lo scorno finale è stato quello di sentire il maestro esprimere il suo desiderio di designarti quale suo successore! Non posso permetterlo! Io ho ogni priorità su di te! Ma tu, piccolo demonio, invece di metterti da parte, hai persistito nel vantarti e metterti in mostra, rendendomi oggetto di scherno. Sta bene. Vorrà dire che da schiavo capirai il vero significato della parola “umiliazione”.”
Elouen ascoltava la confessione della donna senza riuscire a ribattere, essendoglisi seccata la gola. Si limitava solamente a scuotere il capo con energia, cercando di negare le pesanti accuse della sorella, specie quando udì la parola schiavo.
“Morvanna, vi scongiuro nel nome della sacra Rejtija, ditemi che è tutto uno scherzo!”
“No, è la verità. Tu mi hai rovinato la vita. E ora pagherai.”
“Non vi ho fatto niente, niente!”
“Addio, Elouen”, mormorò dolcemente Morvanna, spezzandogli in due la bacchetta.
Il fratello strabuzzò gli occhi, pietrificato dal gesto. All’improvviso, sentì un acuto dolore ai polsi e due serpenti, uno bianco sulla mano sinistra e uno nero sulla destra, gli comparvero sotto la pelle, come un tatuaggio.
“Essere venduto come schiavo è solo la prima parte della tua punizione. La seconda è la seguente: li riconosci quei due serpenti, vero?”
Il corpo di Elouen iniziò a tremare. Non di paura, non più.
Rabbia.
Una collera infinita e distruttrice percorreva le membra del ragazzo, il cui respiro era divenuto rapido e irregolare, mentre stringeva i pugni fino a far sanguinare i palmi.
“Maledetta …”, sibilò. Di tutte le atrocità che uno poteva aspettarsi da un mago, quella era la più terribile: il Sigillo.
Esso era un incantesimo della Magia Antica e solo coloro che avevano una grande esperienza e abilità potevano eseguirlo, giacché, se evocato scorrettamente, esso aveva l’effetto opposto del suo scopo originario: sigillare i poteri di un mago, affinché egli non fosse più capace di usarli.
“Uf! Chissà come te la caverai ora che sei come un qualsiasi banale ragazzino di quattordici anni! È inutile che tu speri di rompere il sigillo o di trovare un mago che te lo possa spezzare: ho usato la sua forma più potente, solo uno veramente capace, te lo può annullare. Ma, se fossi in te, mi rassegnerei all’idea di vivere senza la magia per il resto della vita.”
“Perché piuttosto non mi avete ucciso, maledetta, se mi odiate talmente tanto?”
“La morte è un dolce oblio, non si soffre più. Invece, voglio che tu provi sulla tua pelle le mille umiliazioni cui la tua sconsiderata condotta mi ha sottoposta!”
Poi, rivolgendosi agli uomini- burattini. “Portatevelo via!” e immediatamente, quattro paia di ruvide e callose mani s’avventarono sulla delicata figura di Elouen, spingendolo a viva forza versa la nave, mentre il ragazzo si sgolava urlando: “Che Rejtija ti maledica per questa tua nefandezza! Credi di esserti liberata di me? Avresti fatto meglio ad uccidermi! Ridi pure ora, ma sappi che ritornerò per la mia vendetta! Sì, troverò un mago abbastanza potente da spezzare il Sigillo e allora verrò a cercarti! E t’ammazzerò, hai capito? T’ucciderò come la cagna che sei!”
Morvanna non si scompose, continuò a sogghignare tranquilla, sussurrando: “Se tornerai, fratellastro!”
E osservava soddisfatta le nave riprendere il largo, il vento crudelmente in poppa, quasi anche lui fosse complice dell’orribile azione compiuta.
***
Una volta spinto di malagrazia a bordo della nave, ad Elouen furono poco cerimoniosamente sottratti la falce d’oro, il suo braccialetto d’argento (dono per la raggiunta della maturità) e la tunica bianca, lasciandolo solo con le brache e le scarpe di pelle.
I pirati vichinghi iniziarono poi a sbraitargli contro qualcosa che lui non riusciva ad afferrare, che volevano da lui? Spazientiti dalla poca collaborazione da parte del ragazzo, uno di loro, un energumeno di quasi nove piedi (due metri ca. ndr) l’afferrò per i capelli e lo spinse giù all’interno della nave, dove, una volta legatogli mani, piedi e il collo con un’unica corda, lo gettò tra una piccola folla eterogenea composta dalla più grande varietà di gente di ogni dove, età e d’ambo i sessi.
Il vichingo urlò ancora qualcosa d’incomprensibile alle orecchie d’Elouen e poi si allontanò con una risata simile al muggito di un toro.
“Ha detto”, gli venne in aiuto un vecchio, bretone anche lui, ma non appartenente al villaggio del ragazzo, un Eile, dunque. “Ha detto che riempiranno ancora le stive con qualche altro prigioniero; poi andremo a Baile Atha Cliath per rifornimenti e infine ci venderanno.”
Elouen rabbrividì inconsciamente. “Dove?”, chiese, la voce roca dal tanto urlare e dalla sete che aveva incominciato a tormentarlo.
“Dove ci saranno ancora mercati disposti a comprare gli schiavi. Ma soprattutto a Bro Saoz.”
“Bro Saoz?”, s’informò debolmente il ragazzo, tremando all’idea di essere venduto al mercato degli schiavi.
“Altresì nota come Anglesland”, confermò cupo l’uomo.
Appoggiando la fronte sulle ginocchia, Elouen strinse le palpebre per non piangere e pregò la dea Rejtija di sorreggerlo in quel difficile momento.
Note finali:
Uf! Che parto! Che sorella, eh?
A proposito, Kembre = Galles e Baile Atha Cliath = Dublino.
Prossimamente …
Capitolo 2°: Lutto
“[…] nessuno sapeva con precisione le dinamiche della tragedia, l’unica cosa certa era che la castellana fu ritrovata morta annegata sotto la sottile lastra di ghiaccio del fiume, in un nuvoloso giorno di Ianuarius […] Ma ciò che gli dava più fastidio, che lo tormentava senza dargli requie, era il fatto che chiunque fosse stato, se lei stessa o un assassino, a causa sua Maëlenn non apparteneva più al mondo dei vivi […] e con lei la creatura che cresceva nel suo grembo.”
Note dell'autore:
Buona lettura!
Anglesland
Anno Domini 993
Aprilis
Oxfordshire, Castello Slytherin
Solena osservava preoccupata il fratello giocherellare con la zuppa d’orzo; i suoi occhi grigi, di solito così vivi ed espressivi, erano vuoti e freddi, spia che Salazar Slytherin era altrove con la mente e la sorella sapeva dove: nella cripta della chiesa, dove riposavano le spoglie mortali della sua adorata consorte, Maëlenn Slytherin, la cui morte aveva sconvolto profondamente la mente del marito.
Nessuno sapeva con precisione le dinamiche della tragedia, l’unica cosa certa era che la castellana fu ritrovata morta annegata sotto la sottile lastra di ghiaccio del fiume, in un nuvoloso mattino di Ianuarius. Salazar era ritornato da Hogwarts, la scuola inaugurata solo dall’anno scorso, per assistere la moglie durante l’ultimo mese di gravidanza, preoccupato per l’imminente parto. Per quanto forte e coraggiosa, Maëlenn aveva ventisei anni e non aveva più la stessa energia di quando aveva dato alla luce la primogenita Aislinn.
Giunto al castello, l’uomo rimase sorpreso e turbato allo stesso tempo quando fu informato che la sua signora era uscita per recarsi al vicino santuario, onde pregare la Madonna di assisterla durante il giorno in cui avrebbe donato al marito il loro quinto figlio. Inoltre, la donna sperava di ottenere la grazia che il bimbo sopravvivesse, giacché, dei quattro figli partoriti, solo Aislinn e Selaven erano ancora vivi. Il secondogenito, Annaëg, le era stato portato via a cinque anni da un oscuro e incurabile male, mentre la terzogenita Gwenola, era deceduta dopo solo sei mesi di vita.
A causa di questi lutti atroci per i due genitori, Salazar capiva la necessità di Maëlenn di trovare una qualche sorta di conforto spirituale per affrontare la prova del parto, tuttavia non aveva trovato assennato da parte della moglie di intraprendere quel lungo viaggio nelle sue condizioni, specie con il clima implacabile di Ianuarius. La sua preoccupazione per la sorte di Maëlenn era poi stata alimentata dal calare della sera e dal suo mancato ritorno. Invano la sorella aveva cercato di rassicurarlo, spiegandogli che la strada dal santuario al castello era lunga, Salazar continuava a tormentarsi senza requie, domandandosi il motivo del ritardo della moglie. E a rendergli più amara l’attesa, ci si mise di mezzo una terribile bufera di neve e l’uomo non poté far altro che sperare che Maëlenn avesse saggiamente preferito rimanere nel santuario, ripartendo il giorno seguente.
Tuttavia, il mattino dopo, stufo di aspettare, Salazar stesso partì alla volta del luogo sacro, confidando di trovarvi la moglie. Invece, l’abate gli comunicò che la sua sposa non solo non era lì, ma che aveva lasciato il posto molte ore prima del crepuscolo. In quel momento a Salazar gli si fermò il cuore e come una furia, dopo aver chiamato a raccolta i suoi uomini, si mise alla ricerca di Maëlenn. Setacciarono tutto il bosco, i villaggi lì vicino, niente, nessuno aveva visto Lady Slytherin, né sapeva in che direzione fossa andata. Era come se fosse stata inghiottita dal nulla.
In seguito ad un giorno senza alcun risultato concreto, Salazar inviò un gufo al suo amico e cognato Godric Gryffindor, affinché si unisse a lui nella ricerca. Il fratello di Maëlenn rispose immediatamente all’appello.
Fu solo al terzo giorno che la ritrovarono. La copiosa nevicata aveva, di fatto, ricoperto il terreno con uno spesso strato di neve, così alto poi da rendere indistinguibile i sentieri e i fiumi. Uno dei cinque gruppi formatosi per recuperare la scomparsa castellana stava setacciando la parte ovest del bosco, quand’ecco che uno di loro, all’improvviso, scivolò su una pesante lastra di ghiaccio, incrinandola leggermente. Borbottando contro la malasorte e il dolore al didietro, all’uomo sfuggì un grido di sorpresa intravvedendo una sagoma verde vestita imprigionata nel ghiaccio. Dapprima dubbioso, credendo fossero solo alghe di fiume o un Avvicino, l’uomo scostò con la mano la neve che copriva la strana forma.
Come morso da una tarantola, egli estrasse freneticamente il corno dalla saccoccia, soffiandolo con tutto il fiato che aveva in gola. Nello stesso istante in cui lo suonò, Salazar e Godric apparvero lì, i volti illuminati dalla speranza, la quale morì non appena videro il corpo senza vita di Maëlenn Slytherin, nata Gryffindor, imprigionato nelle acque ghiacciate del fiume, grottesca emulazione di una di quelle sirene raffigurate nelle metope delle chiese.
Nessuna lingua mortale avrebbe mai potuto descrivere l’urlo lacerante che Salazar lanciò: sembrava quasi che una lama gli avesse squarciato in due il petto, estraendovi il cuore, mentre l’anima gli usciva in una nuvola rabbiosa. Godric fu costretto a sostenerlo, poiché suo cognato incominciò a tremare violentemente, come se fosse stato colto da una di quelle improvvise e mortali febbri; inoltre, la sua pelle olivastra aveva assunto un inquietante colorito cadaverico, non dissimile da quello della defunta sposa.
Tre sole volte Salazar Slytherin aveva pianto in vita sua: la prima, ad appena sette anni, quando la sua matrigna gli avvelenò la madre naturale; la seconda, assistendo all’involontario omicidio del suo guardiano da parte dei suoi fratelli, che non vedevano l’ora di levarsi di torno uno scomodo fratellastro per via dell’eredità e la terza era appunto la morte della sua Maëlenn, conosciuta quando lui fu accolto da un cugino di suo padre, Wulfgar Gryffindor, dopo la morte della madre, affinché “riuscisse a cavarne fuori qualcosa, da quel buono a nulla di suo figlio”, come Kerwick Slytherin era solito definirlo.
All’inizio, a Salazar non era piaciuta per niente Maëlenn, la quale era la copia esatta del fratello Godric: troppo invadente, troppo rumorosa, troppo incline al riso, troppo ingenua, troppo ciarliera …
Via via che il tempo passava, quella catena di “troppo”, che Salazar trovava continuamente in lei, si era chiusa con un “troppo carina”, quando, lui appena quindicenne lei dodicenne, si scambiarono il primo scandalosissimo bacio sulla fronte, durante uno dei loro tanti vagabondaggi per la brughiera, dove sorgeva il castello di Gryffindor.
E la famiglia di Maëlenn rimase “troppo” sorpresa, se non addirittura scioccata quando, a diciassette anni, Salazar chiese a Wulfgar la mano di sua figlia. L’anziano signore del castello cadde di peso sulla sedia, la castellana per poco non svenne e Godric era lì lì per decollate Salazar con la sua spada.
Per dodici anni lei era stata la sua sposa, la sua compagna di vita, rimanendogli accanto nel bene e nel male, allontanando da lui quei momenti in cui sentiva la parte più oscura del suo animo farsi largo in lui, retaggio della sua infanzia crudele e dura.
Gli aveva donato quattro figli, anche se Dio era piaciuto riprenderne con Sé due.
Gli aveva fatto amare la vita, insegnandogli che essa non era solamente una gara di sopravvivenza, dove bisognava essere più crudeli degli altri se si voleva vivere, lezione che Salazar aveva ben appreso fin da piccolo.
E ora, lei non c’era più, inghiottita in quella morsa ghiacciata che gliela aveva portata via per sempre; che la religione dicesse quel che voleva, fino a prova contraria, Maëlenn era morta, il suo corpo e la sua mente, da lui tanto amati, non erano né più né meno che cibo per vermi.
Ma ciò che gli dava più fastidio, che lo tormentava senza dargli requie, era il fatto che chiunque fosse stato, se lei stessa o un assassino, a causa sua non solo Maëlenn non apparteneva più al mondo dei vivi, ma con lei la creatura che cresceva nel suo grembo.
Povero piccolo, morto prima ancora che la vita ti sfiorasse!
Delicatamente, spaccarono un parallelepipedo di ghiaccio, avvolgendolo in un largo tessuto e riportandolo al castello, dopo aver spedito un uomo a prendere la slitta.
Per tutto il tempo occorso affinché il ghiaccio si sciogliesse, Salazar non lasciò per un istante la stanza dove avevano depositato la moglie, formulando nel frattempo mille e mille ipotesi sulle dinamiche della sua morte. Solamente quando il corpo venne liberato dal suo sarcofago di ghiaccio, si poté svolgere una breve autopsia.
Il cadavere non presentava né ferite, né segni di maledizioni o incantesimi, almeno a loro conosciuti. Ma una sottile linea bluastra circondava il collo niveo della donna, come una macabra collana.
“Se non è stata l’acqua gelida del fiume a ucciderla”, dichiarò il mago- cerusico del villaggio, “allora sospetto strangolamento!”
All’udire ciò, con un grido di rabbia e dolore, Salazar aveva rovesciato il tavolo, imprecando e passandosi una mano sui capelli corvini, tra i quali, a causa dello shock dovuto alla morte di sua moglie, si era subdolamente inserita una ciocca bianca.
“Loro”, sibilò in Parseltongue, la lingua che sua madre Yasaman gli aveva insegnato prima ancora di quella parlata nell’Anglesland.
“Mio signore, chiedo umilmente il vostro permesso per estrarre la creatura dal ventre di sua madre”, fece il medico- cerusico.
Salazar sbatté smarrito le palpebre. “Perdonate?”
“Il bambino, mio signore. Deve essere battezzato, altrimenti la sua anima finirà all’inferno!”
“Fate come ritenete giusto”, fu la laconica risposta di Slytherin, recandosi poi nella sua camera, che fino a quel momento aveva diviso con Maëlenn.
Il funerale fu anche peggio, perché in quel frangente Salazar doveva mostrare una forza che lui sapeva benissimo di non possedere più. Era, infatti, d’uopo che fossero piuttosto le donne a manifestare il loro dolore piangendo, strappandosi i capelli e percuotendosi il petto, cose che l’uomo avrebbe preferito compiere lui stesso, ma no, non era considerato dignitoso. Inoltre, aveva ora due figli orfani di madre da allevare e non era il caso di lasciarsi andare dallo sconforto.
Ma quando il tonfo sordo del coperchio sigillò per sempre il sarcofago della moglie e del suo bimbo, Salazar non riuscì a trattenersi e furtivamente, si coprì il viso con un lembo del pesante mantello nero.
Veramente ora Maëlenn non sarebbe ritornata più.
Per tre mesi, Salazar non ritornò a Hogwarts, né volle che la giovane figlia Aislinn vi tornasse. Dapprincipio gli altri tre fondatori gli furono solidali nel suo dolore, specie Godric, che aveva perso la sua sorellina preferita. Tuttavia, l’ostinato rifiuto di Slytherin di riprendere la sua attività di magister li aveva preoccupati seriamente, temendo da parte sua qualche gesto azzardato. Ciò che poi spronò Godric a recarsi nell’Oxfordshire, fu il disperato appello di sua suocera Solena.
Figlio mio,
vi scongiuro nel nome di Iddio Onnipotente di venire al più presto al Castello Slytherin non appena ne avrete occasione, anche se spero che possiate subito.
Mio fratello mi fa paura, Godric. Non esce mai dalla sua stanza, borbotta tra sé e sé in quell’infernale lingua insegnatagli da sua madre e beve, beve, non fa altro per tutto il giorno. Oppure prende Dio solo sa cosa di pozioni, che lo rendono peggiore di quando è ubriaco.
Temo che questa incresciosa situazione possa nuocere ad Aislinn e Selaven, specie la più grande, la quale può vantare di serbare il ricordo del viso della madre.
Vi supplico, Godric, parlategli voi. Sono sicura che vi ascolterà, avete sempre avuto un buon ascendente su di lui, come la vostra defunta sorella Maëlenn, che riposi in pace.
Vi aspetto con ansia,
il Signore vi benedica,
Solena Slytherin, vedova Kerrich
La visita di Godric Gryffindor nell’Oxfordshire durò all’incirca un’ora, ma sconvolse appieno il castello Slytherin, dalle fondamenta fino alla punta della torre più alta. Godric, infatti, puntò dritto alla porta della camera di Salazar, prendendola ora a pugni, ora a calci, ora entrambi, intimando il cognato di uscire dalla stanza, invito che l’uomo rifiutò sdegnosamente, nonostante le minacce da parte dell’amico circa un’eventuale irruzione, facendo esplodere la porta.
Dinanzi all’ennesimo rifiuto, Godric vide rosso e, tirando fuori la bacchetta, attuò l’intimidazione con una sonora esplosione, riducendo la ricca porta di mogano intarsiata da eleganti decorazioni in un cumulo di legna pronta per attizzare il fuoco del caminetto.
L’uomo irruppe come un toro inferocito all’interno della stanza, trascinando di viva forza Salazar fuori da essa, emulando il rituale del matrimonio spartano. Inoltre, due o tre ceffoni ben assestati resero un poco più docile il cognato più giovane, anche se Godric, al termine dell’impresa, si ritrovò un bell’occhio nero e i segni di un profondo morso sul polso, favore che egli ricambiò con un gancio alla mascella di Slytherin, buttandolo definitivamente al tappeto. Tutto trionfante, come Ercole con la pelle del Leone di Nemea, Gryffindor scese con Salazar sulle spalle nella sala grande del castello, dove lo aspettava ansiosa la suocera con le giovani cognate, le quali guardarono sconcertate la scena, interrogando l’uomo con occhi increduli e spalancati.
“Mi dispiace davvero per il modo un po’ brusco per farlo uscire, ma qualcuno di mia conoscenza si stava comportando come un bimbo capriccioso e non riuscivo a trovargli una balia!”
Salazar lo infilzò con lo sguardo, mentre si passava sulla mascella offesa la pezza bagnata che Isouda, la quarta delle sue cinque nipoti, gli aveva generosamente offerto.
“Crono è avaro con te, fratello mio: che fine ha fatto il famoso pugno di ferro di Godric Gryffindor?”, lo rimbeccò Slytherin ancora offeso dal modus operandi del cognato, il quale, serafico, si guardò le nocche sbucciate della mano che aveva colpito Salazar.
“Se hai ancora la mascella al suo posto, lo devi a mia moglie Roswitha: dubito che apprezzerebbe che io maciullassi il volto del suo adorato zio! Inoltre, domani ti voglio vedere a Hogwarts, chiaro? Altrimenti, passo alla mascella di sinistra! E non scherzo!”
“Da quando in qua tu mi dai degli ordini? Va’ all’inferno!”, gli urlò dietro Salazar, lanciandogli contro la pezza, ma Godric l’evitò facilmente, limitandosi a reclinare un poco il capo.
“Io non ci torno a Hogwarts, hai capito? Non ci torno! Non ci torno! Non ci torno!”, ripeteva urlando Slytherin, recandosi a grandi falcate fuori dalla sala, molto probabilmente verso le stalle, per sfogarsi con il povero scudiero Bran, capro espiatorio delle sfuriate del suo padrone.
“Ci torna, ci torna”, ribatteva Godric alla sconcertata suocera Solena, la quale non sapeva se trovare la situazione comica o assai imbarazzante.
E Gryffindor disse il vero, giacché, tre giorni dopo, tra lo stupore generale, Salazar Slytherin si ripresentò a Hogwarts con la figlia Aislinn, riprendendo la sua cattedra di magister di pozioni.
Ciò sembrò una buona cura, anche perché teneva occupata la mente ancora turbata dell’uomo, il quale si era chiuso in un’ostinata riservatezza, evitando di parlare se non il minimo indispensabile. Del resto, era abbastanza comprensibile: la perdita così improvvisa dell’adorata moglie era un colpo duro da cui riprendersi. Inoltre, gli altri tre fondatori non rimasero sorpresi davanti al volontario mutismo dell’amico; conoscevano, infatti, quanto poco loquace Salazar potesse essere, quasi fosse stato allevato dai monaci Benedettini.
Tuttavia, alla sorella Solena sembrava che il fratello si fosse spento all’improvviso: solo un anno fa, mai sarebbe stato così docile nei confronti anche solo di un consiglio del cognato, figurarsi di un ordine. Era come se niente gli importasse più.
Una pupa di terracotta, pensava preoccupata la donna. La faceva star male veder conciato in quel modo il suo fratellastro minore, che lei sempre ricordava indistruttibile a ogni avversità, pronto alla lotta per affermare il suo posto nel mondo. Invece, ora appariva fragile e vulnerabile, come quando era bambino.
Era sul serio divenuto l’ombra di se stesso, imprigionato in un freddo e silenzioso mondo di ricordi e apparentemente nulla sembrava smuoverlo.
Ma Solena sapeva essere testarda quanto Salazar e non aveva nessunissima intenzione che il castello cadesse in rovina trascurato, lo doveva alla memoria di Maëlenn. Per di più lei stessa era vedova e aveva molto sofferto per la dipartita del marito, portatole via da una febbre che gli fu fatale. Per l’amore delle sue cinque figlie, la donna era stata costretta a rimboccarsi le mani, educandole mentre crescevano, amministrando nel frattempo le terre donategli dal suo defunto marito come morgengifu, dopo la loro prima notte di matrimonio, e che Solena aveva saggiamente portato sotto la protezione di suo fratello, affinché i parenti del morto non potessero reclamarle per sé. Questo aveva fruttato una cospicua dote alle sue figlie, rendendole appettibili per chiunque cercasse un buon partito. Il matrimonio poi della sua primogenita Roswitha con Godric Gryffindor era il segno che Dio aveva benedetto la sua operosità e dedizione.
Eh sì, il mondo era fatto per i vivi e inoltre questioni terrene assai urgenti premevano in quel momento alla donna, la quale, durante l’assenza del fratello, si era dimostrata un’abile amministratrice, visto che Maëlenn preferiva seguire il marito a Hogwarts, tranne che durante le gravidanze.
Schiarendosi la gola e appoggiando il cucchiaio nel piatto, Solena dichiarò con voce chiara e squillante: “Ho ricevuto stamane una proposta di matrimonio.”
Salazar alzò il sopracciglio. “Per te?”, chiese con un tono che voleva essere canzonatorio.
“Spiritoso. Ormai ho trentun anni, sono vecchia, chi vuoi che mi sposi? No, Lady Halding mi ventilava l’ipotesi di una futura unione fra suo figlio e una delle mie ragazze. Ovviamente, quale unico esponente maschio della casata sta a te decidere quale tra di loro e le clausole del contratto, ma io avevo pensato a Iveta, tu che dici?” e aspettò speranzosa una qualche sorta di reazione da parte sua.
Salazar si passò le mani tra i capelli corvini, sistemandosi la ciocca bianca dietro l’orecchio, prendendo tempo: combinare matrimoni era sempre stata una vera seccatura. Si chiedeva spesso, infatti, il motivo per il quale fossero gli uomini a dover contrattare, mentre al contrario le donne sembravano essere state create apposta per quello. Erano, in effetti, nient’altro che formalità quelle svolte dal parete maschio più anziano, visto che il pollo o la gallinella erano le infaticabili donne del casato che li scovavano, prodigandosi nella loro ricerca con ardore quasi mistico.
“Halding hai detto? Rumori indiscreti mi hanno rivelato due cose: la prima, è che lui sia il candidato più probabile alla guida del Senato per i prossimi dieci anni, non appena scadrà il mandato di Wolnoth; la seconda, che lui non sia altro che un debole idiota.”
Solena alzò le spalle, sorridendo dolcemente. “Un idiota utile, fratello mio. Pensa ai vantaggi che potremmo ricavare da quest’unione attraverso Iveta.”
Salazar lanciò una rapida occhiata alla seconda nipote in ordine d’anzianità. Poi, dubbioso, chiese alla sorella: “E tu credi che Iveta sia capace di tenere Halding a noi legato? Io, personalmente, ho qualche perplessità.”
“Non hai mai amato molto la mia secondogenita, lo so, ma crescendo maturerà …”
“Stessi discorsi che mi facevi quando lei aveva dieci anni e ora che ne ha quattordici non mi pare molto migliorata. Fosse almeno una sciocca umile! No, lei è sciocca, arrogante, piena di arie, una brutta combinazione. Rifiuterò loro Iveta e offrirò al suo posto Maida, è più passabile. Quanti anni ha ora?”
“Tredici in autunno. Tuttavia, Salazar, avevo scelto Iveta per un motivo particolare.”
“Sentiamo”, la incoraggiò il fratello.
“Sai vero quanto siano amiche la giovane Helena Ravenclaw e mia figlia? Inseparabili! E visto che, guarda caso, la madre di Aelfwold Halding è la sorella di Meurig Ravenclaw … fai tu un po’ i tuoi conti.”
“In ogni modo, Iveta è inadatta e Helena non mi piace come sua amica!”
“Helena è solo una bimba un po’ viziata …”
“Perché tu non le insegni! No, c’è un che di ombroso in lei, di sfuggente … Sua sorella minore Hermina, al contrario, è una vera ragazza seria e onesta e se Selaven non avesse due anni, avrei anche considerato … ti hanno chiesto di Iveta in particolare?” aggiunse poi, spezzettando il pane con le lunghe dita.
Solena annuì e Salazar sospirò sconfitto: e va bene, se gli Haldings volevano Iveta a tutti i costi, che l’avessero pure! Almeno, se la sarebbe levata di torno e chissà che magari, grazie alla responsabilità dell’essere moglie, Iveta non maturasse sul serio!
“E quand’è che vorrebbero celebrare le nozze?”
“Verso Maius”, rispose la sorella, soddisfatta per l’approvazione, anche se un poco titubante, del fratello.
“Nossignore, non esiste proprio. La ragazza prima deve finire la scuola, poi si sposerà. A Iunius o meglio ancora a Iulius. Non sopporto quando i genitori ci sottraggono le allieve a metà anno per farle sposare. Già quelle che arrivano alla fine dei cinque anni si contano sulla punta delle dita, se poi ce le levano durante l’anno scolastico, a questo punto perché non escluderle in partenza? Bah! E Helga e Rowena che lo permettono poi! I genitori di queste poveracce non capiscono che quindici è l’età minima per incominciare a sfornare marmocchi senza troppi rischi per la puerpera?”
“Questo lo dicono quei medici pagani …”
Salazar puntò il dito per correggerla. “Musulmani, non pagani. E le loro conoscenze mediche le hanno acquisite dai testi latini e greci, i quali sono stati sequestrati dai monasteri. In ogni modo, le figlie sono loro e me ne lavo le mani, ma non sono proprio d’accordo. Neppure Godric lo è. Del resto, però, non possiamo fronteggiare tutte le famiglie di maghi dell’Anglesland, per trattenere a Hogwarts le loro pupette!” e infilzò con forza la mela con il coltello, tagliandola con ferocia, memore ancora dei litigi tra loro e genitori furenti.
Quando fondarono Hogwarts, il primo problema che sorse fu riguardo al numero degli anni della formazione magica e culturale degli allievi. Dopo molti tira e molla fra i quattro maghi, si giunse al compromesso di cinque anni: lo studente sarebbe entrato a dieci anni, per uscire poi a quindici. Tuttavia, si scontrarono con le leggi allora vigenti, le quali dichiaravano maggiorenni i maschi a quattordici anni e le femmine a dodici. Per i ragazzi, il problema non esisteva, anzi, le famiglie erano più che contente di far studiare i loro figli. No, l’inghippo erano le ragazze, le quali raramente terminavano i cinque anni di studio, in quanto i loro parenti preferivano saperle sposate, piuttosto che educate.
“A proposito”, riprese Solena, guardandosi incerta le dita “Stavo pensando … fra non molto sarà Pasqua e mio genero ci ha invitati a trascorrerla nel suo castello, ti andrebbe di accettare l’invito? Sarebbe molto divertente, anche per le piccole, trascorrerla insieme!”
E controllare il procedere della gravidanza della figlia, concluse Salazar, conoscendo ormai così bene la donna, da comprendere i suoi pensieri senza leggerli attraverso la magia. Del resto, l’uomo era consapevole dell’apprensione materna della sorella: il parto era una faccenda seria e rischiosa ed era naturale che la madre della futura puerpera volesse rimanerle accanto, onde infonderle coraggio e sostegno morale. E avere la soddisfazione di tenere fra le braccia il suo primo nipote.
“Oggi stesso avvertirò Godric del nostro arrivo per le Palme”, le annunciò, sorridendo leggermente dinanzi al lieve sospiro di sollievo di Solena.
“Ti ringrazio e spero che avrai intenzione di richiamare Liliwin, per portarlo con noi!”
Il sorriso morì dalle labbra di Salazar, mentre il suo volto si oscurava minacciosamente. “Il ragazzo sta bene dove sta”, sibilò.
Le guance della sorella si tinsero di scarlatto. “Perché allora non lo rinchiudi direttamente ad Azkaban? Sant’Iddio Onnipotente, mi domando che male ti abbia fatto per meritarsi l’isolamento forzato in quel monastero!”
Nessuno, in realtà, tranne quello di essere uno dei tanti bastardi figliati da quel vecchio satiro, qual era il defunto padre di Solena e Salazar. Quest’ultimo era uno di essi, tuttavia Slytherin si era imposto al padre con le sue capacità e con un pizzico di fortuna, riuscendo a farsi riconoscere dal padre, ottenendone così il cognome. Il giovane Salazar era troppo orgoglioso e ambizioso per rimanere marchiato a vita come un figlio illegittimo; inoltre, il cognome gli avrebbe garantito un saldo appiglio contro i flutti dell’esistenza e l’uomo, fin da bambino, aveva dimostrato una tenacissima voglia di vivere a tutti i costi.
Liliwin, il suo fratellastro appena quindicenne, non ebbe tale fortuna. Nato, infatti, quando il padre era ormai sul viale del tramonto, rimase orfano a un anno di vita sia di madre, morta di parto, sia del vecchio Slytherin, che lo affidò ai suoi figli, ma Salazar li anticipò e reclamò ogni diritto sul piccolo, che sistemò in un monastero a mezza strada tra Oxford e Canterbury, dove sarebbe cresciuto senza l’ansia di morire soffocato nel suo letto a causa dell’avidità e invidia degli altri fratellastri.
Contrariamente a quanto affermassero i maligni, Salazar amava il suo giovanissimo fratellastro. Forse a modo suo, ma sempre gli voleva bene. Aveva pagato la sua educazione presso i monaci senza badare a spese, informandosi, nei periodi duranti i quali il giovane non si recava a Hogwarts, dei suoi progressi. Certo, non che Slytherin godesse nel lasciare suo fratello tra i Muggles, tuttavia sapeva che lì sarebbe stato al sicuro, non solo da attacchi fisici contro la sua persona, ma anche verbali. Se, infatti, Liliwin fosse rimasto nel castello di famiglia, avrebbe ricoperto gli umili ruoli destinati ai bastardi, senza possibilità alcuna di far carriera. Oltre a ciò, si sarebbe aggiunto lo scorno da parte dei suoi compagni di studi a Hogwarts e Salazar avrebbe preferito bere pus di bubotubero puro, piuttosto che vedere un suo parente deriso. Non che degli altri illegittimi seminati di qua e di là da suo padre gliene importasse un granché, ma Liliwin gli stava particolarmente a cuore, forse perché sua madre Armela era stata l’unica a restargli accanto, quando la bella Yasaman fu strappata da questo mondo da una gelosa Lady Slytherin.
“Mio fratello resterà nel monastero, fine dei discorsi e non farmi mai più ritornare sull’argomento!” e si alzò con veemenza, lasciando a grandi falcate la sala, seguito dagli sguardi curiosi della figlia e delle nipoti.
Non era arrabbiato con la sorella, solo si rammaricava del fatto che lei ignorasse l’amarezza causata dall’umiliazione di essere chiamato “bastardo” da gente che se lo meriterebbe, anche se nata legittimamente.
Dispiacere che voleva evitare almeno al giovanissimo fratello.
***
L’intera famiglia Slytherin arrivò il giorno prima della Domenica delle Palme al Castello Gryffindor, annunciata dal corteo, il quale era formato da due spaziosi carri, ove sedevano le dame e da una dozzina di cavalieri armati che li circondavano. A fare da apri fila ve n’erano poi altri due, i quali reggevano ciascuno una bandiera recante lo stemma della casata, onde rendere il corteo riconoscibile da lontano; subito dietro i due cavalieri comparivano Salazar e la giovane figlia Aislinn, la quale trotterellava felice sul suo primo vero cavallo, al posto del pony, sotto lo sguardo sempre vigile del padre.
A qualche miglio dal castello, venne loro incontro Godric Gryffindor, seguito a sua volta da cavalieri, recanti anch’essi le bandiere con gli stemmi.
Con un cenno che intimava ai suoi uomini di fermarsi, Salazar spronò il cavallo, isolandosi dal gruppo. Godric lo imitò e i due uomini ebbero modo di salutarsi, inchinando formalmente il capo. Poi, raggiungendo il corteo del più giovane cognato, Godric si rivolse sorridendo alla nipote, la quale, al vederlo, sorrise mostrando tutti i forti e bianchissimi denti, eredità della nonna egiziana.
“Sempre più bella ogni volta che ti vedo, nipote mia!”, esclamò lo zio e il sorriso di Aislinn si allargò ancora di più, mentre un rossore compiaciuto si faceva largo sul suo volto alabastrino.
“Non prendermi in giro, zio! Sono reduce di tre giorni di viaggio e polvere!”
“Che di sicuro hai amato, maschiaccio!”, scherzò Godric, ridendo assieme alla nipote. Poi, aggiunse: “È il tuo primo cavallo?”
“Basta con i pony! Ho dodici anni, sono vecchia ormai!”, si vantò la ragazzina, gonfiando il petto orgogliosa.
“Quasi dodici”, la corresse il padre “Mia figlia vuole farmi venire una seconda ciocca bianca, Godric. Da quando le ho comprato il cavallo, non smette di cavalcare come una selvaggia per tutto l’Oxfordshire! E ha insistito di percorrere tutto il tragitto dal castello fin qui!” Il tono di Salazar voleva essere di rimprovero, ma era possibile scorgere una vena d’orgoglio per quella figlia, alla quale Slytherin aveva impartito un’educazione, sin dalla tenera età di cinque anni, riservata solo ai maschi.
“Noto che hai portato con te anche il piccolo Selaven. Non sarà stato per un bimbo di due anni troppo faticoso il viaggio?”
“Non mi fido di lasciarlo al castello”, fu la laconica risposta di Salazar, che subito chiese in tono più allegro: “E mia nipote Roswitha come sta?”
Questa volta, fu il turno di Godric d’irrigidirsi. “Bene, è stata una gravidanza piuttosto tranquilla. Per quanto riguarda il parto, siamo nelle mani di Dio.”
Salazar annuì. “Non ti preoccupare, il primo figlio è sempre il più difficile, ma Roswitha è forte e a Dio piacendo ti darà una prole numerosa, così da demolirti il castello con i loro strilli e a renderti canuto anzitempo dalle preoccupazioni!”
“O dagli spasimanti! Ho sentito che molte famiglie di maghi hanno già adocchiato tua figlia”, gli raccontò Godric e Salazar s’incupì d’un tratto.
“Mia figlia prima dovrà finire Hogwarts, poi si vedrà. E comunque il mio futuro genero mi dovrà piacere!”
“E allora perché non lo sposi tu, vecchio?”, gli fece la linguaccia Aislinn, per poi trottare lontano dal giocoso scappellotto del padre, sotto lo sguardo divertito dello zio.
“Tutta suo padre, ha la stessa lingua lunga!”, rideva Godric, rimproverato da un offeso “Tu quoque?” di Salazar.
In effetti, Aislinn Slytherin assomigliava moltissimo al padre e più cresceva, più i lineamenti esotici di Salazar affioravano, addolciti, però, dalla grazia del volto femminile. Aveva i suoi stessi capelli neri come l’ala di un corvo e folti, gli occhi allungati e languidi e denti forti da araba. La sua pelle era però candida come quella della madre e i suoi occhi verde smeraldo, gli occhi dei Slytherin, erano venati da pagliuzze dorate, ricorrenti, invece, nella famiglia dei Gryffindor. E non di rado, a causa di quel colore così insolito, si paragonavano gli occhi della ragazzina a quelli di un gatto.
Suo fratello Selaven, al contrario, sembrava aver ereditato l’aspetto del resto della famiglia: capelli biondi e occhi verdi, come sua zia Solena e le sue cugine. Tranne che per Roswitha, che aveva gli occhi blu del padre, il defunto Lord Kerrich, e Isouda, la quale, oltre che a condividere lo stesso colore delle iridi della sorella, sfoggiava una lunga chioma castano-ramata. Quanto a Iveta, Maida e Haylan, esse erano il ritratto sputato della madre.
Il crepuscolo stava facendo capolino, quando il corteo rosso e verde entrò dentro alle mura del castello, dirigendosi verso la corte interna, dove sorgevano gli appartamenti privati del suo proprietario. Una volta lì giunti, i due uomini scesero da cavallo, aiutando le donne a scendere dai carri. Aislinn volle imitare i gesti del padre e dello zio e si occupò della coetanea cugina Isouda e della più piccola Haylan con la stessa bravura di un paggio devoto, ricevendo in cambio rimbrotti da parte della zia, la quale bofonchiava tra sé e sé: “Un maschio mancato!”
Dopo aver salutato il genero, per Solena, e il cognato, per le altre quattro ragazze, il gruppetto si diresse all’interno dell’edificio, chiacchierando allegramente. Ad aspettarli, davanti all’immenso caminetto, c’era la nuova Lady Gryffindor con le dame di compagnie, intente a ricamare, mentre una di loro leggeva la novella di Amore e Psiche di Apuleio. Non appena le donne si accorsero della presenza dei nuovi arrivati, si alzarono prontamente in segno di rispetto. La giovane castellana, invece, ebbe bisogno del saldo appoggio al braccio prontamente offerto dal marito, visto il suo avanzato stato di gravidanza.
Roswitha Gryffindor si diresse verso lo zio, gli occhi ceruli ridenti e brillanti per la segreta contentezza di una futura madre. La ragazza veleggiava serena verso i diciassette anni e aveva sposato il cognato dello zio solo l’anno scorso, ponendo un definitivo termine alla vedovanza di Godric, che durava da quasi un lustro, dopo la morte della prima moglie Hlynn.
Il primo matrimonio di Gryffindor fu, in effetti, assai sfortunato: la ragazza con cui si sposò a sedici anni non rimase incinta prima del suo ventunesimo autunno e il bimbo cui diede la luce morì nel giro di tre giorni. Il secondo nacque morto e il terzo reclamò la vita di Hlynn, portandosela via con sé nell’oltretomba. Da allora, Godric rifiutò di risposarsi, nonostante le insistenze del padre Wulfgar, che da una parte temeva che l’ostinato lutto di suo figlio conducesse all’estinzione della famiglia (dei nove figli avuti, Godric era l’unico maschio sopravvissuto); dall’altra, il vecchio genitore sperava di tenere tra le braccia il suo primo nipote, prima di andare a conversare amabilmente con San Pietro sui suoi pregi e difetti.
Era quindi naturale che la comparsa di Roswitha fosse per la famiglia una dolce brezza primaverile, portando con sé, oltre che a una buona dote, anche la promessa di una sana e forte discendenza. Gryffindor l’aveva trovata graziosa da subito e aveva cercato di avvicinarla, nonostante l’onnipresente sguardo di Helga e Rowena, incaricate della custodia delle allieve, e soprattutto di Salazar, cui non garbavano le furtive occhiate che i due si lanciavano la domenica, quando maschi e femmine finalmente si riunivano per danzare, suonare, chiacchierare, giocare o leggere ad alta voce qualche gesta eroica di valorosi cavalieri e maghi.
Fu solo grazie all’intercessione della sorella, che a Godric fu concesso di parlare con Roswitha e Salazar dovette arrendersi davanti all’evidente affetto che univa i due, augurando all’amico di trovare la felicità coniugale negatagli dal primo matrimonio.
“Zio!”, esclamò raggiante Roswitha, tendendo le braccia, subito afferrate da Salazar, il quale baciò dolcemente la fronte della nipote, sforzandosi di scacciare il triste pensiero del suo bimbo non nato, morto assieme alla madre Maëlenn.
“Nipote mia, il matrimonio ti fa bene! E dimmi, questo bruto ti tratta con tutti i rispetti?” e indicò con il capo Gryffindor, che sorrise indulgente. “Perché altrimenti, spero che alla rappresentazione della Via Crucis di venerdì lui interpreti Gesù Cristo, così io potrò fare dietro il soldato romano” e imitò il sibilo della frusta tra le risate generali, mentre le donne si recavano negli appartamenti privati della castellana, già immerse nel loro mondo segreto, dove agli uomini erano categoricamente proibito curiosare.
***
Alla solenne Messa di Pasqua, tutte le famiglie dei quattro fondatori di Hogwarts erano lì presenti e le si sarebbero riconosciute dai sgargianti colori dei ricchi abiti, scelti apposta per l’importante occasione. A destra sedevano gli uomini, tra i quali Godric e Salazar, rispettivamente vestiti d’oro e scarlatto il primo, d’argento e smeraldo il secondo, anche se avvolto al braccio destro di Slytherin si notava una lunga fascia nera, simbolo di lutto, che l’uomo avrebbe tenuto, formalmente, per un anno. I due uomini erano accanto inginocchiati, il libro delle preghiere aperto, ma solo Godric sfogliava attento il suo, mentre Salazar era rimasto fermo al Kyrie Eleison, assorto nei suoi pensieri. Dodici anni erano passati da quella ventosa notte, eppure i due amici e cognati non erano cambiati di molto da quei giovanotti idealisti di venti e diciassette anni, non nel carattere, almeno. Scherzosamente, Maëlenn li aveva soprannominati “Rachele e Lia”, associando il carattere saturnino e riflessivo di Salazar alla contemplativa Rachele e l’indole impetuosa e dinamica del fratello all’attiva Lia.
“Voi due siete dei pagliacci”, aveva rivelato una volta Maëlenn, accarezzando il capo corvino di Salazar, riparati dietro ad un’enorme roccia nella brughiera “Due pagliacci che si completano a vicenda: mio fratello ti sprona a metterti in gioco nella battaglia della vita; tu, al contrario, lo trattieni quando conviene usare più la mente che i muscoli.”
Salazar si era messo all’epoca a ridere, scuotendo la testa in diniego, fingendosi offeso. Eppure, ora che i due avevano rispettivamente trentadue e ventinove anni, ancora litigavano come una vecchia coppia.
Dall’altra parte della chiesa stavano inginocchiate le donne. Helga e Solena erano subito riconoscibili dai loro abiti neri di vedove; Helga, tuttavia, aveva scelto di accostarlo con un velo giallo e un mantello dello stesso colore, trattenuto da un’elaborata spilla. Al contrario, Solena vestiva di nero e viola scuro.
Accanto alle due donne vi erano Roswitha, la quale vestiva di rosso, preferendo poi , in onore dell’unione delle due casate, un mantello verde smeraldo e Rowena Ravenclaw, abbigliata con i colori dello stemma del casato: blu e bronzo. Dietro alle matrone, riconoscibili dai lunghi veli fermati da ricchi e preziosi diademi, prendevano posto le figlie nubili, le quali, invece, avevano le chiome libere e scoperte da qualsiasi stoffa o acconciatura.
Tutti gli sguardi, furtivi, dei giovani uomini lì presenti erano per la giovane Helena, la bellissima figlia di Rowena. La ragazza vestiva come la madre, ma il suo portamento leggero e aggraziato e il modo languido con cui voltava le pagine del libro delle preghiere tradivano una civetteria femminile a lungo dimenticata dalla fondatrice. I suoi lucenti capelli castano scuro avevano turbato il sonno di molti studenti e un’anima fortunata era perfino riuscito ad ottenere una ciocca dalla fanciulla, legata da un prezioso nastro. Un solo sguardo di quegli occhi blu riuscivano a far girare il poveretto che l’incrociava nei corridoi di Hogwarts, solo dopo avergli rubato un sospiro simile ad un uomo colpito da un dardo mortale. I ragazzi si sgomitavano per danzare con lei la domenica e la quattordicenne Helena aveva poi la grazia di ammaliare anche qualche cuore adulto e non solo d’adolescente. E il bello era che riusciva simpatica alle altre fanciulle educate nella scuola di magia; l’unico suo irriducibile avversario si trovava, però, a qualche posto lontano da lei e portava il nome di Aislinn Slytherin, la quale in quel momento era impegnata a declinare mentalmente le parole latine delle preghiere e dei salmi, tanto era noioso e lungo il sermone, giocherellando nel frattempo con un medaglione, sul quale era incisa un’elaborata S con dei smeraldi, copia perfetta di quello che si trovava al collo del padre.
Tra le due ragazze si era accesa una forte rivalità, il che poteva apparire inusuale, visto che Aislinn era intrappolata nelle fattezze androgine di chi non aveva ancora conosciuto la pubertà e i suoi capelli lunghi appena da sfiorare le spalle non potevano di certo competere con la cascata di boccoli di Helena.
Il motivo si fondava sulla presunzione della giovane Ravenclaw: quando, infatti, si è costantemente osannati e al centro dell’attenzione, scoccia assai se perfino l’ultimo servo di un miserabile non porge i suoi omaggi. E Aislinn, altera e sarcastica, si era categoricamente rifiutata di adulare Helena. La figlia di Slytherin non era un’attaccabrighe, veh! Adorava, in effetti, starsene per i fatti suoi, persa nelle Metamorfosi di Ovidio o nell’Eneide di Virgilio. O nella Leggenda Aurea, il libro sulle vite dei Santi, che un ragazzo leggeva alla mattina a scuola durante la colazione, a seconda del santo del giorno, per illuminare e ispirare gli allievi. Incredibile ma vero, ai giovani quel libro piaceva da impazzire e non per la morale ivi contenuta o i buoni precetti da seguire, no, erano le vicende avventurose narrate e i supplizi uno più fantasioso dell’altro a solleticare il loro interesse. Anche se maghi, comunque erano Sassoni, popolo guerriero, conosciuto nel continente per la loro smania di menare le mani, tanto da giungere a complicazioni diplomatiche con il re d’Italia Adalberto II per una rissa alla dogana della città mercantile di Pavia, essendosi infatti i mercanti sassoni rifiutati di sottoporre la loro merce ai controlli delle guardie.
Ritornando a Helena e Aislinn, a quest’ultima la giovane Ravenclaw era del tutto indifferente, preferiva, al contrario, la compagnia di Hermina e Isouda, con le quali si commuoveva dinanzi all’infelice sorte della regina Didone, sedotta e abbandonata da quella carogna di Enea. E tuttavia, ciò seccava Helena, che si vedeva soffiate altre due ammiratrici. Così la ragazza aveva incominciato a tormentare Aislinn, ignorando che la piccina era capacissima di rispondere con frecciatine altrettanto velenose.
Finalmente il sospirato “Ite missa est” arrivò e i fedeli uscirono con una certa impazienza dalla chiesa, desiderosi di recuperare i digiuni e astinenze varie della Quaresima con un abbondante pranzo e del buon idromele speziato.
I pranzi di Pasqua erano in genere più fastosi di quelli di Natale, anche perché nessun prete squilibrato imponeva la mortificazione dello stomaco nel mese terribile di December. In quella festività venivano consumate ingenti quantità di carne bovina, considerata un lusso, rispetto a quella ordinaria del maiale. Il montone, invece, era da escludersi, almeno nelle tavole dei ricchi, considerandolo cibo adatto ai poveri, come il pesce del resto. Ma la vera delicatessen era il pollame, riservato spesso come cura per i malanni, come ad esempio il brodo di pollo.
E oltre al pollo, venivano serviti a Pasqua anatre, oche, piccioni, fagiani e ogni sorta di pennuto commestibile. Ad accompagnare le portate, fiumi d’idromele e di sidro di mele; poco vino, giacché l’Anglesland non era adatta alla coltivazione delle viti a causa del suo clima capriccioso e tanta, tanta, tanta birra fresca, più sicura dell’acqua stessa, onde evitare intossicazioni in caso di pozzi avvelenati.
Si mangiava con le mani o con l’ausilio di un lungo coltello, cercando di essere cortesi abbastanza di non sporcare l’abito del vicino, girandosi quando la fantesca portava il bacile con dell’acqua profumata per levarsi l’appiccicaticcio dalle mani. Vietatissimo era poi pulirsi i denti con il suddetto coltello e masticare a bocca piena. Le signore venivano servite per prime e non era educato scegliersi la parte migliore della portata.
Enormi pagnotte fungevano da piatti e i calici erano pochi a tavola: uno, infatti, veniva utilizzato almeno da quattro persone. Di conseguenza, un uomo di mondo l’avrebbe ripulito, prima di passarlo al vicino.
A fungere da intrattenimento, c’era musica a volontà e a un certo punto, tra una portata e l’altra, s’interrompeva il pranzo per ascoltare qualche ballata recitata da un bardo dalla bella voce.
E tra la confusione festaiola, non mancavano mai conversazioni di ogni genere e argomento, prima che le menti cedessero ai fumi dell’alcool. Allora, le donne si erano già ritirate, aspettando che i mariti, figli e fratelli si fossero abbastanza sfogati per poi recuperarli e riportarli nei loro letti.
Questa era dunque una tipica Pasqua festeggiata nel castello di un signore sassone e quello di Gryffindor non fu da meno: arrosti, carne alla brace, bolliti e ogni ben di Dio veniva trangugiato con piglio molto canino da parte degli ospiti, reduci dal digiuno.
“Stavo pensando”, dichiarò Godric, pulendo la coppa per passarla a Salazar “che dovremmo arruolare un po’ di giovani maghi per controllare il tragitto degli studenti a Hogwarts e soprattutto … per convincerli a venire!”
Slytherin deglutì in fretta la sorsata d’idromele. Godric riprese: “Sono stufo di farmi rincorrere da genitori bigotti e armati di forcone!”
Salazar sghignazzò e i suoi occhi grigi brillavano come solo quelli di un uomo alticcio potevano farlo. “Ben ti sta! Così impari a imbrigliarti con quei Mezzosangue! Non sai quanto vorrei unirmi alla caccia!”
Gryffindor spalancò gli occhi, fingendosi offeso. “Sbaglio o eri insieme a me, quando salvammo Briog dalla folla inferocita che lo inseguiva, chiamandolo “figlio del demonio”? E se non erro, il ragazzo è un Mezzosangue …”
“Sei ubriaco, Gryffindor, e parli a vanvera!”, lo rimbeccò Salazar, nascondendo, però, il volto dietro alla coppa, onde evitare che il qualcuno notasse il rossore delle sue guance, spia che, invece, Godric aveva detto il vero.
“In verità”, continuò Gryffindor serio all’improvviso “il motivo per il quale vorrei avere dei maghi fidati sul posto è per avere la certezza che Hogwarts sia al sicuro durante la nostra assenza.”
“Il Senato richiede la nostra presenza?”
“Sì. A quanto pare ci sono state delle tensioni alla frontiera tra i maghi del Cymru (Galles ndr) e i nostri, i quali hanno lamentato delle incursioni dei Wahla [1] nel loro territorio, compiendo razzie degne dei pirati e ora il Senato vuole chiarire una volta per tutte la questione con i Wahla e giungere ad un compromesso, onde evitare …”
“… una guerra. Capisco. Del resto, loro discendono dai Britanni, l’antica popolazione che abitava queste terre prima del nostro arrivo e hanno una conoscenza superiore della magia rispetto a noi, visto che l’attingono da quella antica dei loro avi. Anche se sono in numero inferiore, sarebbe una follia affrontarli e i bastardi lo sanno, per questo fanno tanto i gradassi!”, commentò Salazar, riempiendo la coppa d’idromele. La pulì e la cedette a Meurig Ravenclaw.
“Questo quando?”, domandò poi.
“Fra tre – quattro mesi. Spero sinceramente che il vecchio Wolnoth abbia abbastanza polso da non concedere ulteriori villaggi a quei dannati: ogni anno diventano sempre più avidi e insistenti! In parte li capisco, era la loro terra, ma noi, contrariamente ai Muggles, non abbiamo mai avuto motivi per … non sarà che siamo noi la causa …?” e guardò apprensivamente Salazar, il quale abbassò gli occhi.
Con quel “noi”, Godric non intendeva tutti i maghi del Senato e dell’Anglesland, bensì proprio loro quattro, i fondatori di Hogwarts. In effetti, ripensandoci meglio, gli attacchi erano incominciati poco tempo dopo che i lavori per costruire la scuola erano incominciati.
Ma forse si sbagliavano, era solo il violento desiderio di riconquistare la loro amata e perduta terra a spingerli a premere sulle frontiere.
“E perché no, Godric? Loro non si sono convertiti al cristianesimo (contrariamente ai Muggles del Cymru) e per i maghi wahla, religione e magia sono una cosa unica e inscindibile e più complessa della nostra. E il progetto che abbiamo portato avanti per dodici anni ai loro occhi è sacrilegio: nessun mago, a loro giudizio, dovrebbe mai scrivere le leggi della magia, rendendole disponibili anche agli indegni.”
“Credi che ci vogliano punire per questo?”
“Non lo so”, rispose cupo Slytherin, rigirando pensoso il medaglione, un tempo appartenuto a sua madre “Ma dobbiamo agire con circospezione: i Britanni hanno degli appigli in Armorica, dove molti di loro si rifugiarono ai tempi della nostra occupazione. Non oso pensare che potrebbe accadere se dovessero richiamare i maghi armoricani …”
Lo immaginavano, invece.
Guerra.
Una guerra spietata e sanguinaria, nella quale uno dei due contendenti sarebbe stato spazzato via per sempre dalle pagine della storia.
“Guai ai vinti” era l’antica e unica morale dei conflitti tra maghi in quei tempi bui e lontani.
Note finali:
[1] Wahla = non – germanico, straniero dal sassone, cui seguirà l’inglese Wales. Cymru è invece la parola usata dai gallesi per nominare il Galles.
Spero che vi sia piaciuto il capitolo e mi aspetto qualche recensione, visto che è stata una vera faticaccia scriverlo!
Prossimamente …
Capitolo 3: Lo Schiavo Armoricano
“La schiavitù non era una realtà sconosciuta […] i Britanni l’avevano praticata, i Romani pure e i Sassoni non erano da meno […] Perfino i monasteri avevano una piccola legione di schiavi provenienti dal continente, strappati via dal loro villaggio dai brutali vichinghi […] Il Kaiser Carlo Magno proibì tale barbara ingiustizia, ma essa sopravvisse comunque […] Un conto era risparmiare i cristiani, ma i pagani? […] In realtà, dei sventurati con i quali Elouen divideva l’angusto spazio nella pancia della nave, solo qualcuno era davvero pagano […] Come potevi dichiararti cristiano, se non conoscevi la lingua dei tuoi futuri padroni?”
Lo Schiavo Armoricano di Hoel
Note dell'autore:
Se avessimo sentito parlare un inglese nell'anno 1000, credo che l'avremmo scambiato per un tedesco. Il moderno inglese, invece, è composto anche dal francese, portato dai Normanni nel 1066 con Guglielmo il Conquistatore. Stranamente, però, neppure una parola dell'antica lingua dei Britanni è sopravvissuta.
Mah.
Buona lettura e recensioni!
P.S. Ringrazio poi di tutto cuore Data per avermi nominata e votata per la classifica delle storie in evidenza! Mi ha fatto molto piacere, sai?
Anglesland
Anno Domini 993
Aprilis
Abbazia dei Santissimi Michele Arcangelo e Giorgio, tra Oxford e Canterbury
“Confiteor Deo Omnipotenti, beatae Mariae semper Virgini, beato Michaeli Archangelo, beato Ioanni Baptistae, sanctis Apostolis Petro et Paulo, omnibus Sanctis et vobis, fratres, quia peccavi nimis cogitatione, verbo et opere, mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa.
Ideo precor beatam Mariam semper Virginem, beatum Michaelem Archangelum, beatum Ioannem Baptistam, sanctos Apostolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos et vos, fratres, orare pro me ad Dominum Deum nostrum.
Misereatur tui Omnipotens Deus et, dimissis peccatis tuis, perducat te ad vitam aeternam.
Amen.”
Le solenni e contrite parole riecheggiavano nella chiesa, domandando pubblicamente perdono a Dio e agli uomini dei peccati commessi. Eppure, né la voce forte e sicura dei monaci, né le spesse mura del convento potevano celare il suono delle catene dei nuovi schiavi, comprati a Londinium.
Seduto dietro ad una colonna, Liliwin abbassò il libro delle preghiere e si girò in direzione del rumore, il quale diveniva via via più nitido, finché cessò all’improvviso, segno che gli sventurati erano giunti a destinazione.
La schiavitù non era una realtà sconosciuta tra i Sassoni e, infatti, il ragazzo non si era scomposto più di tanto; tuttavia non poteva reprimere un moto di compassione nei confronti di quegli uomini strappati via dai loro villaggi dai barbari vichinghi. Nonostante Liliwin fosse poco avvezzo al mondo fuori dalle mura dell’abbazia o di Hogwarts, egli aveva una dote eccezionale nell’ascoltare e osservare ciò che lo circondava: non era, in effetti, cosa rara che ogni tanto dei chierici o dei pellegrini si fermassero al monastero, raccontando i fatti straordinari, alterandoli un poco, che avvenivano là fuori. Da essi, il giovane aveva appreso che la schiavitù era stata bandita già ai tempi del Kaiser Carlo Magno, specie nei confronti dei cristiani.
Liliwin non aveva potuto trattenere un sorrisetto all’udire ciò: se davvero la tratta degli schiavi era stata proibita, come mai il monastero, dentro il quale suo fratello lo aveva costretto a crescere, possedeva un suo piccolo esercito di servi? E non solo lì, ma in tutta l’Anglesland (e anche oltremanica, a sentire i forestieri) non c’era convento o maniero o casa di un uomo abbastanza ricco, ove non lavorasse duramente un povero essere umano senza più patria, né libertà?
Un giorno Liliwin confessò le sue perplessità a Fratello Bennigan, un monaco erborista e l’unico che non lo guardava di traverso, e quest’ultimo gli rivelò che i monasteri acquistavano soprattutto gente pagana, la quale era ancora prigioniera del peccato d’idolatria.
“Ma padre”, replicò allora il giovane, ancora più confuso “Se queste persone non provengono dall’Anglesland e parlano di conseguenza una lingua differente dalla nostra, come potranno mai dirsi cristiane, in caso lo siano?”
Come risposta, l’uomo lo apostrofò severamente di non arrovellarsi la mente con domande inutili e di aiutarlo piuttosto nell’orto.
E ora riecco che il rituale si ripeteva: verso il Vespro una piccola colonna di schiavi veniva fatta entrare nel cortile davanti all’ingresso dell’abbazia, dove il monaco portinario li conduceva nei rispettivi “alloggi”, ovvero stanzoni spogli nei quali dormivano circa una ventina di persone addossate l’una sopra l’altra su dei semplici giacigli di lurida paglia.
In totale, il monastero possedeva all’incirca cento schiavi, i quali aiutavano, per così dire, i monaci nei campi, arandoli e mietendo quando la stagione lo permetteva. Inoltre, dovevano badare agli animali, pulire l’edificio, fare lavori di manutenzione e tante altre faccende pesanti e non, che comunque nessun uomo libero avrebbe mai compiuto volentieri. Non era una vita, in fin dei conti, impossibile: sempre meglio servire nei conventi che in casa di un laico, il quale sapeva essere molto meno indulgente dei monaci. Eppoi, il lavoro degli schiavi era in parte condiviso dai monaci stessi, secondo la regola di San Benedetto “Ora et labora”, la quale valeva, ovviamente, per coloro di bassa estrazione sociale.
Divenire schiavo era molto facile nell’Anglesland: non bisognava per forza essere stati rapiti dai pirati vichinghi per poi essere venduti nelle piazze del mercato di città come Londinium, Worcester, ma soprattutto della vichinga Jorvik (York ndr); semplicemente, bastavano una carestia, epidemia o razzia per costringere un uomo libero a “mettere la testa nelle mani del signore”, in altre parole sottomettersi a un Lord, servendolo gratuitamente in cambio di cibo e riparo. Oppure le famiglie vendevano i figli stessi pur di ottenere i soldi necessari per sopravvivere.
E, infatti, Liliwin notò che tra i nuovi servi, ve n’erano alcuni che potevano essere benissimo scambiati per suoi compaesani; di conseguenza, secondo il ragazzo, sarebbero stati trattati meglio in quanto cristiani, rispetto agli “idolatri” e chissà, magari un giorno, alla morte dell’Abate, sarebbero pure stati liberati.
Ma l’attenzione del giovane fu quel giorno attirata dall’enorme fagotto, portato in braccio da uno degli uomini incaricati di sorvegliare gli schiavi durante il tragitto. E non era Liliwin il solo a esserne interessato: i monaci stessi si avvicinarono incuriositi all’uomo e il maestro dei novizi ebbe inoltre il suo daffare per allontanare i ragazzi dall’oggetto che tanto li aveva colpiti.
“Padre”, disse l’uomo con deferenza al Priore “chiedo umilmente il vostro permesso di portare questo schiavo in infermeria, affinché gli vengano prestate le giuste cure.”
“È così grave?”, domandò serio il Priore, osservando attentamente l’involto: se, infatti, l’infermiere doveva essere disturbato per curare uno schiavo, allora le condizioni di salute di quest’ultimo dovevano essere davvero critiche.
“A momenti ci restava secco verso metà strada. Strano, perché quando lo abbiamo comprato sembrava il ritratto della salute!”, spiegò l’uomo al Priore, mentre si dirigevano verso l’infermeria.
Liliwin non riuscì a trattenere uno sprezzante sorrisetto: lo schiavo era stato acquistato a Londinium, ma Iddio solo sapeva che giro era stato costretto a sopportare, senza aggiungere il terribile soggiorno forzato nelle fetide stive delle navi vichinghe, dove ai prigionieri veniva dato da mangiare e da bere quando i pirati se ne ricordavano. Ovvio, quindi, che il poveretto fosse sfinito, specie se non era di fibra robusta.
“Hai per caso il mal di pancia, Liliwin?”, lo rimproverò il maestro dei novizi, notando il sogghigno derisorio del giovane, il quale lo fissò con l’espressione più innocente di questo mondo, dissimulando perfettamente, quasi l’uomo se lo fosse immaginato. “O forse provi compiacimento dinanzi alle disgrazie altrui?”
Invece di ottenere uno sguardo basso e contrito e parole mormorate di scuse, il monaco rimase scandalizzato nel vedere che aveva aumentato l’ilarità del giovane. “No”, rispose Liliwin, gli occhi umidi dalle lacrime causate dal riso “Trovo semplicemente il tutto assurdo … e divertente!” Viva l’ipocrisia! Sentire parlare in questo modo di uno destinato a prendere una cascata di legnate dalla mattina alla sera era troppo incredibile! Eppoi, Liliwin giudicava buffo il fatto che ora i monaci erano tutti gentili e compassionevoli verso lo sventurato, ma aspetta che si rimettesse in sesto e allora! Ha! Che bel cambio d’atteggiamento avrebbe ricevuto nei suoi confronti!
“Ma insomma! Non c’è proprio grazia in te, piccolo demonio?” e il ragazzo rise ancora più forte, rientrando dentro all’edificio.
“Lascialo perdere, fratello”, gli appoggiò Fratello Bennigan una mano sulla spalla per calmarlo “è fatto così, ha una testolina assai particolare, che corre dietro a ragionamenti contorti e astrusi. Non vale la pena scaldarsi, ve l’assicuro.”
“Pfui! La verità è che l’avrei sculacciato per bene quella serpe (altro che carattere peculiare!) se solo non ci fosse quell’altro demonio che ha per fratello a complicare le cose …”
Fratello Benningan annuì. Il motivo per il quale Liliwin godeva di una libertà nel monastero, che neppure il figlio del re dell’Anglesland sarebbe mai riuscito ad ottenere, era da una parte dovuta agli strani incidenti che capitavano a chiunque contrariasse il ragazzo, dall’altra a quell’inquietante moro che si presentava a loro come suo fratello, rendendo, quindici anni prima, il convento teatro di un singolare episodio.
***
Anglesland
Quindici anni prima, Anno Domini 978
Augustus
Abbazia dei Santissimi Michele Arcangelo e Giorgio, tra Oxford e Canterbury
Mai, negli ultimi vent’anni, si era visto un temporale così violento: pareva essere arrivata infine la tanto temuta Apocalisse, il giorno in cui tutti gli uomini sarebbero stati giudicati. Un vento impetuoso ruggiva, scuotendo con rabbia le chiome degli alberi e il suo sibilo raggiungeva perfino le solide pareti del monastero, trasformandosi in un sinistro sussurro, che poteva benissimo scambiato per il fischio con il quale il diavolo annunciava la sua venuta sulla terra per deviare le anime, portandole alla perdizione.
I monaci erano riuniti a pregare, era l’ora di compieta, la preghiera serale che segnava la fine della giornata, quando il portinario, avvicinandosi timoroso all’Abate, gli sussurrò che un misterioso forestiero era appena giunto, domandando di conferire urgentemente con lui.
“La nostra casa è sempre aperta per viandanti e pellegrini ed egli sarà il benvenuto, se vorrà passare la notte qui da noi. Ma per quanto riguarda il colloquio, comunicategli che, certamente, domani mattina ascolterò volentieri tutto ciò che egli vorrà dirmi!”
Il monaco portiere, allora, ribadì, la voce che gli tremava leggermente: “Il viandante ha detto che sapeva che voi avreste risposto così. Egli mi ha intimato di riferirvi che, nel caso vi foste ostinato nella vostra decisione di non riceverlo, lui non esiterà ad irrompere, casa di Dio o no!”
Il volto dell’Abate s’indurì. Ma certo! Il forestiero doveva essere un altro di quei nobili arroganti, i quali, giacché possedevano molti beni su questa terra, credevano d’imporsi e di comandare a piacere tutti coloro che non ne avevano, considerandoli pari ai vermi che strisciavano sotto ai loro calzari.
“Che aspetti!”, ribadì severo l’uomo “Poiché anch’egli è uomo e non deve essere trattato differentemente da tutti gli altri!”
Umettandosi le labbra nervosamente, il portinario annuì, recandosi frettoloso a riferire il messaggio all’insistente viandante. Ma il suo cuore rischiò di fermarsi quando i suoi occhi videro due figure incappucciate a cavallo di possenti stalloni, aspettarlo ai piedi degli scalini del sagrato. Istintivamente, l’uomo si segnò tre volte, invocando Iddio e la Vergine di proteggerlo: nonostante l’ora tarda e il tempo inclemente, il portinario era sicurissimo di aver lasciato il viandante e il suo scudiero fuori dal portone delle mura che circondavano l’abbazia. Come avevano fatto a entrare? Era impossibile! Il portone era composto di un legno massiccio e resistente ed era stato chiuso con pesanti catenacci! E non potevano di certo aver scavalcato le mura, anche perché montavano su due cavalli. Quindi, come ci erano riusciti con le loro forze umane, almeno? Altrimenti, c’era l’operato del maligno dietro, non esisteva altra spiegazione! Quale forza sovrannaturale aveva varcato il cancello del monastero?
Fu il forestiero il primo a parlare, rompendo il silenzio. “Ebbene, l’Abate mi riceverà sì o no? Il tempo è avaro nei miei confronti e non posso indugiare oltre!”
“L’Abate non desidera che l’ora di compieta venga disturbata da nessuno! È inutile che insistiate ancora: non riceverebbe neppure il re dell’Anglesland!”
Una risata sinistra e gutturale sfuggì dal volto nascosto dal cappuccio. “In fede mia, padre” e pronunciò l’ultima parola con un velenoso sarcasmo “L’Abate riceverà me!” e scese dal cavallo, salendo i gradini con passo sicuro e, fronteggiando il monaco portinario, il quale continuava tremando a farsi il segno della croce, sibilò minaccioso: “Invece di scomodare il Padre Eterno, sollecitate l’Abate a incontrarmi!”
Il pover’uomo boccheggiò qualcosa d’incomprensibile, per voi scivolare via veloce.
E dovette essere stato anche molto eloquente, visto che alla fine, il misterioso viandante fu fatto entrare nella foresteria per incontrarsi, finalmente, con l’Abate, il quale rimase sorpreso e allo stesso tempo turbato quando vi si trovò di fronte: si era, infatti, aspettato una sorta di energumeno grande, grosso, arrogante, attaccabrighe e manesco. Invece, il forestiero di tutte quelle caratteristiche immaginate dall’Abate corrispondeva solo a una certa alterigia, visibile nei suoi occhi grigi come l’argento. Per il resto, costui era un giovane sui quattordici anni dai capelli neri come l’inchiostro e la pelle, come notò preoccupato l’uomo, olivastra come quella dei saraceni. Ma aveva preso la corporatura sassone, visto che, nonostante la sua giovanissimo età, svettava forte e flessuoso come un giunco.
“Che cosa posso fare per voi, figliolo? Come mai vi siete recato in questo luogo di preghiera, sfidando la furia della tempesta?”, esordì l’Abate, porgendogli la mano con l’anello, che lo contraddistingueva come la massima autorità del monastero. Ma le sue vecchie e scarne guance s’imporporarono di sdegno al rifiuto dell’adolescente di baciare il gioiello. Il giovinetto, infatti, aveva alzato interrogativo il sopracciglio nero, storcendo leggermente la bocca, confermando la sua natura orgogliosa intuita dall’Abate.
“Molto, a dire il vero, padre” e sputò il nome come si fa con una bevanda amara “Chiedo che il mio fratellastro venga ammesso nel vostro monastero”, dichiarò senza tanti giri di parole.
“Come oblato immagino?”, chiese conferma l’uomo lentamente.
“No, padre. Come ospite!”, pose l’accento il ragazzo, facendo perdere definitivamente le staffe all’Abate, il quale esclamò indignato: “Vergogna, birbo malnato e blasfemo! Considerare la casa di Dio alla stregua di una locanda!”
Ma il forestiero non si scompose, anzi, ribatté dignitoso: “Non sto elemosinando la vostra carità! Sono disposto a pagare la permanenza del bambino fino al suo quindicesimo compleanno. Chiedo soltanto che possa essere cresciuto nel timore di Dio e degli uomini.”
“Virtù della quale voi mancate”, l’accusò l’Abate, ma il giovane scrollò indifferente le spalle, continuando imperturbabile “Inoltre, è mio desiderio che mio fratello venga istruito con la stessa educazione riservata ai chierici. Questo significa che, come minimo, gli dovrà essere insegnato a leggere e scrivere in inglese, latino e greco, senza dimenticare la lettura dei classici, oltre che a quelle dei Padri della Chiesa. E per mostrarvi la mia buona fede, ecco un anticipo” e appoggiò sul tavolo un pesante sacco, che si rivelò essere pieno di monete d’oro. “Sono trecento libre d’oro, duecento ne riceverete alla fine del mese. In seguito, ogni fine mese, ve ne darò cinquecento per i prossimi quindici anni.”
L’Abate guardò pensieroso la sacca di denaro, incerto se infrangere o meno la regola di S Benedetto e fare un’eccezione. A sua discolpa, andava sottolineato che in quel momento i tempi erano duri: i tumulti e i saccheggi causati dalla carestia, che aveva sconvolto l’Anglesland tre anni prima, ancora riempivano gli incubi dell’uomo, che all’epoca era stato costretto a fronteggiare personalmente orde di gente affamata, la quale, armata di torce e falci, si stava apprestando ad assaltare i magazzini del monastero. A complicare ulteriormente le cose, il giovane re dell’Anglesland, Edoardo, era morto da cinque mesi, lasciando il trono al decenne fratellastro Elteredo e a quella vipera di sua madre, la regina vedova Elfrida. Con Edoardo se ne andava così l’unico vero sostenitore della Chiesa, in un paese cristiano per convenienza o superstizione, ma ancora pagano di fatto.
No, la situazione era drammatica per i bilanci dell’abbazia e una rendita mensile di cinquecento libre d’oro non era un’offerta da lasciare indifferenti. In fin dei conti, poi, cosa chiedeva quel giovane presuntuoso? Che un marmocchio venisse nutrito, vestito ed educato, cose alle quali i monaci non erano estranei.
Inoltre, sotto quella maschera di cinismo e arroganza, l’Abate aveva intuito una sincera vena di preoccupazione per le sorti del bambino e di conseguenza, l’uomo giudicò il ragazzo degno di fiducia, nonostante l’aurea inquietante e misteriosa che lo circondava.
Quindi, con un cenno d’assenso del capo, l’Abate esternò la sua intenzione di prendere il pargolo sotto la protezione del monastero.
Il giovane ricambiò il gesto soddisfatto, sciogliendosi in un fugace sorris; subito dopo, tuttavia, la sua espressione ridivenne dura e minacciosa.“Badate, però, che i patti sono fatti sul bambino: se dovesse essere maltrattato, reso infelice o se gli dovesse accadere una disgrazia, e credetemi che lo saprò, non solo il pagamento verrà interrotto, ma verrò a reclamare personalmente la vostra testa. E vi consiglio di non dubitare neppure per un istante delle mie parole!”, avvertì l’Abate, trafiggendolo con i suoi occhi grigi, i quali, per un folle momento, l’uomo credette essere divenuti rossi.
“Sta bene, avete la mia parola.”
“Non basta: prendete i Vangeli e giurate su di essi!”, comandò il ragazzo, indicando con il capo corvino il libro rilegato d’argento che giaceva sul tavolo. L’Abate trasalì: era sicuro di averlo lasciato in chiesa.
E mentre stendeva la mano su di esso, l’uomo non si accorse né della bacchetta puntata da sotto il tavolo, né dei movimenti impercettibili della bocca del giovane, il quale, a sua insaputa, stava assicurando la validità del patto mediante la forma più arcana dell’Unbreakable Vow. In un’epoca nella quale Dio era l’unico giudice veramente temuto, anche per i maghi, si stipulava un patto giurando sui Vangeli e i maghi lo rendevano ancora più vincolante attraverso la magia. Violandolo, in questo modo non solo moriva il corpo, ma anche l’anima.
“Quando mi consegnerete il bambino?”, domandò infine l’Abate, dopo aver terminato il giuramento.
“Ora”, rispose prontamente il forestiero, aprendo solo in quel momento il mantello, che aveva fino allora stretto a sé con fare quasi protettivo, rivelando un fagottino di stoffa anche piuttosto pregiata, a giudicare da come i riflessi delle fiamme del fuoco vi scivolassero via, donandole una calda luce.
Lentamente, il ragazzo cedette il suo fratellino al più anziano abbraccio dell’Abate, mormorando al bimbo una parola che l’uomo non capì, ma che assomigliava tuttavia a uno strano sibilo, simile a quello di un serpente.
“Con che nome è stato battezzato il piccino?”
Il giovane alzò gli occhi grigi, terminando la contemplazione del visetto amato, dal quale stava presto per separarsi. “Liliwin, poiché egli è il mio piccolo amico e Adlard, in quanto è di nobili natali [1].”
“E potrei sapere il vostro nome, se mi è concesso?”
“No, non vi è concesso affatto. Il mio nome non deve avere importanza per voi, badate piuttosto al bene del bimbo. Questo però non significa un addio, reverendo padre, poiché avrete mie nuove molto presto e quanto meno ve l’aspetterete: Vigilate itaque quia nescitis diem neque horam”, citò sinistramente il viandante dal Vangelo secondo Matteo, sparendo nella notte tempestosa con la stessa rattezza con la quale era giunto al monastero. [2]
Da allora, ormai quasi quindici anni erano passati e più il tempo passava, più Liliwin assomigliava al fratellastro maggiore e se non fosse stato per il castano scuro dei suoi capelli e gli occhi nocciola screziati di verde, il ragazzo sarebbe stato la sua goccia d’acqua. E sempre parlando del maggiore, egli mantenne le sue promesse su ogni fronte: regolarmente, un suo messo veniva a consegnare le cinquecento libre d’oro a ogni fine del mese; inoltre, come lui stesso aveva dichiarato, il monaco portinario, di tanto in tanto, annunciava all’Abate l’arrivo de “il Forestiero che desidera conferire con voi e con il vostro pupillo”.
Il viandante si tratteneva con Liliwin per due o tre ore, durante le quali passeggiavano chiacchierando nell’orto oppure discutevano delle ultime lezioni apprese dal fanciullo, il quale si era rivelato di un’intelligenza precoce e padrone di un carattere tutt’altro che mite. Al compimento del suo ottavo anno d’età, strani e inquietanti eventi accaddero nel monastero, tutti collegabili, in un modo o nell’altro, al piccolo Liliwin: oggetti che sparivano inspiegabilmente nel giro di pochi istanti, barbe che ricrescevano dopo averle appena tagliate, animali quadrupedi che camminavano a due zampe, come negli spettacoli dei saltimbanchi, piccoli incendi che scoppiavano all’improvviso e così via, tutti senza una logica spiegazione.
E stranamente, il moro straniero sembrava essere molto interessato a questi avvenimenti e le sue visite si moltiplicarono, finché, al decimo compleanno di Liliwin, non se lo portò via con sé, salvo riportarlo per le feste di Natale, Pasqua e Pentecoste e per il periodo estivo.
Da quel momento in poi, l’aurea di timore e sospetto che aleggiava sui due fratelli aumentò, tanto che nessuno dei coetanei di Liliwin pareva molto incline anche solo ad avvicinarsi a lui, figurarsi stringere una qualche forma di amicizia e tuttavia all’interessato stesso la cosa gli era totalmente indifferente. L’unico che pareva aver fatto breccia negli affetti del giovinetto era il monaco erborista Bennigan, con il quale Liliwin trascorreva la maggior parte del suo tempo, piantando e raccogliendo erbe varie e preparando infusi e impacchi per i malati.
Insomma, volendo riassumere con le stesse parole di Fratello Benningan il carattere di Liliwin, costui era “un giovine sveglio, con una gran sete di conoscenza e un amore più per Aristotele che per la Bibbia.”
Eh sì, con l’arrivo del giovane Adlard, il monastero dei Santissimi Michele Arcangelo e Giorgio era stato sul serio teatro di avvenimenti fuori della norma, scombussolando la vita dei monaci.
***
Uno dei tanti vantaggi di lavorare nel laboratorio di Fratello Benningan era quello di poter incontrare gente nuova e interessante, poiché ogni viaggiatore o monaco, per un motivo o l’altro, vi si recava per assumere decotti o infusi, ma soprattutto per un bel bicchiere di vino caldo o una birra fresca e per poi cicalare per qualche oretta con Fratello Benningan, in barba alla regola del silenzio di San Benedetto.
Per Liliwin quei momenti rappresentavano un angolo di Paradiso, specie se a narrare erano dei chierici, i quali godevano di una libertà maggiore rispetto a quella dei monaci e i loro racconti pieni d’avventure riempivano d’invidia il giovane, che avrebbe dato la mano destra, pur di vivere solo un quarto di esse. Proprio prima di Pasqua, un ricco pellegrino, venuto dall’oltremanica per adorare le reliquie di San Dustan, si era fermato per qualche giorno nel monastero, portando notizie fresche e ghiotte su un argomento che stava scuotendo tutta il continente: la lotta per le investiture tra il Sacro Romano Impero Germanico e la Chiesa. Negli ultimi trentun anni, ben due Kaiser avevano sfidato il potere temporale del Papa e solo il primo, Ottone I il Grande di Sassonia, era riuscito ad imporre la sua volontà sulla nomina dei vescovi e dell’elezione del Papa stesso con il Privilegio Ottoniano, un vero schiaffo politico e morale per la Chiesa.
Il successore di Ottone I, Ottone II, era morto prematuramente per un attacco di malaria dieci anni fa e ora il continente aspettava ansioso il compimento, fra due anni, della maggiore età del giovanissimo Kaiser Ottone III per assistere all’operato che avrebbe compiuto sotto il suo regno. “Non accadrà nulla di buono, date retta a me, padre: con Adelaide di Borgogna come reggente, quel fanciullo è stato cresciuto con l’odio dentro verso il Papa!”, concluse il racconto il pellegrino e Fratello Benningan annuì gravemente: la donna era infatti la consorte del defunto Kaiser Ottone I.
Quanto al resto del continente, da sei anni Ugo Capeto se ne stava tranquillo sul trono dell’Ile de France, fondando la dinastia dei Capetingi; Venezia, Pisa, Amalfi e Genova continuavano ad infastidirsi le une con le altre per il monopolio delle rotte del Mediterraneo, scontrandosi qualche volta con i pirati saraceni, anche se più pirati dei veneziani non si riusciva a trovarli; la città del Doge, infatti, arrotondava i guadagni derivanti dai commerci con qualche rapida razzia di navi nemiche. Inoltre, con la scusa che gli Ottoni di Sassonia volevano rifondare l’Impero Romano, il Basileus macedone Basilio II di Bisanzio si era visto costretto a stipulare l’anno precedente un patto proprio con Venezia, concedendole dei favori commerciali sul mare Adriatico, in cambio del trasporto delle truppe bizantine dalla Grecia alla geograficamente nominata Italia e la città di San Marco, tanto per non smentire la sua fama, ne approfittò subito per imporre sempre più privilegi, fino, nell’arco di neppure un anno, a legare in parte a sé politicamente e commercialmente Bisanzio.
Lentamente, dopo secoli di paralisi, l’Occidente si stava risvegliando, preannunciando tutta la sua intenzione di sovrastare la supremazia, fin allora vigente, dell’Oriente.
Liliwin ascoltava trasognato queste notizie, immaginando ardentemente i loro protagonisti e i luoghi, desiderando con tutto il cuore di poter un giorno lasciare la noia del monastero per viaggiare in quei posti così lontani dalla sua patria, la quale stava anch’essa vivendo con ansia le vicende del suo tempo, incarnate dalle incursioni sempre più audaci dei vichinghi, che, due anni or sono, pretesero e ottennero dal re ben 10.000 kili d’oro (un vero salasso per l’Anglesland) affinché cessassero le scorrerie, le quali, com’era ovvio aspettarsi, riprendevano puntualmente.
Ma dopo le concitate ed entusiasmanti discussioni con il ricco pellegrino, che ripartì il giorno successivo, la noia si era rimpossessata del giovane Adlard, il quale era stanco morto di sentire vecchie beghine lamentare malanni immaginari e paesani noiosi che non facevano altro che parlare di bestiame, raccolti e provviste. Oltre a ciò, suo fratello non veniva più a trovarlo da un bel po’ di tempo (a causa di un recente lutto) e Liliwin fu costretto così a rinunciare anche alle loro conversazioni.
Era dunque naturale che la sua insaziabile curiosità fosse stata solleticata dall’arrivo di quello schiavo febbricitante; gli avrebbe fornito una scusa per poterlo conoscere, specialmente perché, dai frammenti dei discorsi uditi tra il monaco- cerusico e Fratello Benningan, il nuovo servo pareva essere, senza alcun’ombra di dubbio, un vero, e non presunto, pagano. Da cosa lo avessero intuito, Liliwin non lo sapeva e non vedeva l’ora di scoprirlo da sé.
Ma, alas, il problema risiedeva tutto in Fratello Osfrid, il monaco che operava nell’infermeria, il quale non avrebbe concesso al ragazzo il permesso di entrare neppure se glielo avesse mostrato una dispensa papale. Il motivo? Lo sguardo insistente di quegli occhiacci nocciola screziati verde lo metteva a disagio, mentre elargiva ai malati le sue cure. Tuttavia, oltre che a essere curioso, Liliwin sapeva essere anche molto testardo e, nei tre giorni che seguirono, tormentò come la furia Aletto sia il povero Fratello Benningan che Fratello Osfrid.
“Come sta lo schiavo?”
“Sempre febbricitante.”
“Posso andare a trovarlo?”
“No.”
“Perché no?”
“Perché di no.”
“Chi lo dice?”
“Io lo dico.”
“E io lo nego. Allora posso?”
“Santissimi Gesù, Giuseppe e Maria!”
“Amen! Posso, dai?”
“NOOOOOOO!!!” e tutti i monaci si giravano indispettiti dal rumore, rimproverando tacitamente con lo sguardo Fratello Benningan, il quale si domandava per quale peccato Dio lo stesse punendo, inviandogli quel tafano d’un ragazzo.
Siccome non otteneva nulla con le buone, infine Liliwin si risolse ad agire a modo suo: avrebbe infranto molte regole, ma ne sarebbe valsa la pena. Avrebbe aspettato che calasse la sera per studiarsi con tutta calma il nuovo arrivato senza correre eccessivi rischi: se c’era una cosa che aveva imparato in quindici anni vivendo in quel monastero, era che le trombe di Gerico potevano suonare finché volevano, ma Fratello Osfrid non si sarebbe mai svegliato dal suo sonno pesante come il macigno di Sisifo. [3]
E così, quando il sole cedette il suo trono nel cielo alla luna, Liliwin, come un ladro, s’intrufolò nell’infermeria, sogghignando compiaciuto tra sé e sé per la riuscita del piano e fremente per le aspettative di nuove scoperte promesse dallo straniero.
Grazie alla fioca luce delle braci, l’adolescente riuscì a muoversi nell’ampio ambiente senza sbattere sui duri letti di legno, svegliando di conseguenza i malati immersi nel sonno e a trovare, relegato in un buio angolo, l’oggetto dei suoi desideri, il quale giaceva anch’egli addormentato in posizione fetale, le coperte alzate fino a lasciare qualche ciuffo scoperto. Novello Psiche, Liliwin avvicinò la lucerna al letto, facendosi luce e, onde meglio studiare la fisonomia dello schiavo, pian pianino scostò la coperta di lana dal suo corpo, partendo dai piedi, i quali erano stati fasciati con bende che all’inizio dovevano essere state candide, ma che in quel momento si erano macchiate di rosso e giallo, segno che lo straniero doveva aver camminato fino a massacrarsi i piedi dalle vesciche, peggiorate tanto da divenire vere e proprie piaghe.
Le gambe forti e nervose, tipiche dei giovani uomini, erano nude e piene di ematomi e tagli, creando un netto contrasto con il candore della pelle, la quale poteva competere con quello della lunga camicia, unico indumento che copriva il ragazzo. La vera sorpresa arrivò, infine, quando il curioso quindicenne scoprì il torso: nonostante la grezza lana celasse la carne sottostante, Liliwin intravide strane linee blu, le quali s’intrecciavano in complicati nodi, formando bizzarre figure geometriche, soprattutto nelle braccia, tanto da sembrare uno di quei gioielli indossati dalle fanciulle nei giorni di festa. Il petto, invece, era diviso a metà da un’unica linea, blu anch’essa, la quale iniziava con un cerchio alla base della gola, terminando a qualche pollice dall’inguine. Dal cerchio, poi, partivano due linee sinuose, che percorrevano le spalle, congiungendo sia i disegni sui bicipiti che quelli sul dorso. Anche le mani erano tatuate e le dita non erano da meno, ma, con sommo dispiacere di Liliwin, i disegni s’interrompevano nelle fasciature ai polsi, i quali dovevano di sicuro essere rossi e irritati, a causa della ruvida corda che li aveva tenuti forzatamente legati.
Storcendo indispettito la bocca, il ragazzo riprese lo studio, domandandosi come fosse possibile che esistesse ancora una persona così tatuata nell’Anglesland. Gli unici erano i maghi britanni, i Wahla, ma mai un Muggle era riuscito ad avvicinarsi solamente a uno di loro, figurarsi catturarlo! E con questi pensieri, messi un poco in secondo piano per via della crescente eccitazione, Liliwin arrivò al viso del giovane schiavo, desideroso di verificare se era tatuato anch’esso e per accertare il suo sospetto, si apprestò con delicatezza a spostare le ciocche corvine che coprivano le guance ancora imberbi.
All’improvviso, la mano del ragazzo corse con velocità al polso di Liliwin, stringendolo con forza, e dalla sua bocca fuoriuscirono parole dure e sconosciute alle orecchie del giovane sassone: “Gráin agam ort, Morvanna! Gráin agam ort, Morvanna! GRÁIN AGAM ORT, MORVANNA!”, saliva via via il tono della voce, facendosi gutturale e minaccioso, pieno del veleno dell’odio. Ma ecco che il ringhio scemava in un pigolio indifeso, simile a quello di un bambino spaventato dal buio e dalle spaventose creature da esso celate.
“Suim Reitjia cabhrú, le cuidiú linn!”, ripeteva disperato il giovinetto come in un mantra, la presa ancora ben salda sul polso di Liliwin, la cui prima reazione, dinanzi a quell’inaspettato gesto, fu quella di scapparsene via a gambe levate senza guardare indietro; subito dopo, però, osservando gli occhi chiusi dello schiavo, il ragazzo aveva capito che non gli sarebbe capitato nulla di male e che anzi, il vero a soffrire era proprio quello strano fanciullo: la febbre doveva essere salita fino a portarlo a vaneggiare. Oppure poteva trattarsi di un incubo particolarmente orribile e vivido.
Preso da un inconsueto istinto caritatevole, Liliwin appoggiò il palmo fresco della sua mano sulla fronte bollente dell’ammalato, cercando, non senza difficoltà, di calmare il preoccupante stato d’agitazione che scuoteva quel giovane corpo, evitando di svegliarlo. Al piacevolmente freddo tocco, accompagnato da un’amorevole carezza sulla testa nera e ricciuta, lo schiavo sussultò un poco, ma non si destò, lasciandosi guidare da Liliwin al tepore del giaciglio abbandonato.
“Chissà che cosa avrà detto …”, mormorò il Sassone tra sé e sé, quando fu riportato bruscamente alla realtà da un’implacabile e dolorosissima presa per il coppino, come se il ragazzo fosse stato un gatto sorpreso a mangiare l’arrosto di nascosto.
“Liliwin, figlio di Dio-sa-chi, che villania ti porta qui, nell’infermeria, dove tu sai che ti è negato l’accesso?”, lo rimproverava aspramente Fratello Osfrid, mentre trascinava via un recalcitrante Liliwin, riportandolo nei suoi alloggi. “Canaglia! Briccone! Birbante! È il demonio che ti sussurra alle orecchie tutte queste birbonate? Per stanotte ritornerai nel tuo letto, ma sappi che domani, appena finite le Lodi, ti porto dall’Abate e spero, quant’è vero che Cristo Signore ha tramutato a Cana di Galilea l’acqua in vino, che ti si affibbino come minimo cinque scudisciate sul tuo deretano!”
Non furono proprio cinque, ma comunque tre feroci scudisciate calarono sicure sul posteriore di Liliwin, accompagnate dall’assoluzione dell’Abate.
“Dominus noster Jesus Christus te absolvat; et ego auctoritate ipsius te absolvo ab omni vinculo excommunicationis (pausa d’effetto, in realtà per prendere tempo e preparare la canna per le punizioni lievi) et interdicti in quantum possum et tu indiges. (l’Abate si fece il segno della croce e levò in alto la canna) Deinde, ego te absolvo a peccatis tuis in nomine Patris (una scudisciata), et Filii (seconda scudisciata), et Spiritus Sancti (terza e ultima scudisciata). Amen.”
Dopodiché Liliwin fu costretto a mettersi in ginocchio, per assistere all’ultima parte della sua penitenza.
"Passio Domini nostri Jesu Christi, merita Beatae Mariae Virginis et omnium sanctorum, quidquid boni feceris vel mali sustinueris sint tibi in remissionem peccatorum, augmentum gratiae et praemium vitae aeternae. Amen."
“Amen”, ripeté il ragazzo, segnandosi. Quando infine l’Abate lo licenziò, Liliwin si rimise in piedi a fatica, zoppicandosene via in fretta, mentre mentalmente augurava all’uomo e a Fratello Osfrid una morte lenta, dolorosa e possibilmente per diarrea.
***
Lo sfortunato incidente costò al giovane Adlard l’impossibilità di rivedere lo schiavo, almeno fino alla fine della sua convalescenza, che avvenne all’incirca quattro giorni dopo la punizione di Liliwin.
Era un assolato mattino di Aprilis e il ragazzo si trovava nel laboratorio di Fratello Benningan ad aiutarlo nell’essicazione delle erbe medicinali, ascoltando con mezzo orecchio l’infinito sermone del monaco circa la sua mancanza di obbedienza: e ti abbiamo dato un tetto sotto cui stare; e ti abbiamo nutrito, vestito ed educato; e questo; e quello … Uffa!
“La tua naturale inclinazione a farti un baffo delle regole non ti porterà a nulla di buono! Come la tua dannata curiosità, ragazzo! In fede mia, mai ho visto un moccioso più curioso di te!”, brontolò l’uomo per l’ennesima volta.
“Volevo solo vedere lo schiavo! Ero in pensiero per la sua salute!”, si difese Liliwin, mentendo spudoratamente, “Non è segno di cristiana carità? Nostro Signore non ci ha comandato di visitare gli ammalati?”
“Lascia Gesù Cristo fuori dalle tue marachelle, birbante; pensa piuttosto a calmarti e a mettere la testa a posto: quest’estate compirai quindici anni e tuo fratello ti porterà via definitivamente da qui. E quando avverrà, entrerai in un mondo più crudele e incerto di questo, dove anche lì ci saranno delle regole da rispettare, contro le quali non te la caverai con una manciata di scudisciate, se dovessi infrangerle. Quindi, armati delle virtù conferiteti dallo Spirito Santo e …”
Il sermone di Fratello Benningan fu interrotto dall’arrivo di Fratello Sigebald, il maestro dei novizi.
“Ti ho portato un aiutante”, gli comunicò con quel suo immancabile tono lezioso, che faceva roteare gli occhi dei suoi pupilli “Anche se ammetto di non sapere come questo pagano vi possa essere in qualche modo d’aiuto: è incredibilmente stupido, visto che non capisce niente di quello che gli ordiniamo!”
“Provate a parlargli nella sua lingua, padre”, s’intromise Liliwin, i cui occhi luccicarono contenti nell’appurare che il nuovo aiutante era proprio il ragazzo tatuato “E forse lui prenderà in considerazione, se ubbidirvi o meno!”
“Liliwin, rispetto per un uomo più anziano di te!”, lo rimbeccò prontamente Fratello Benningan, conoscendo quanto fosse permaloso il maestro dei novizi e non desiderando inoltre che il suo apprendista fosse punito di nuovo. “È il Fratello Priore che me lo manda? E che cosa ha fatto all’occhio destro?”, indicò stupito la benda che copriva quasi interamente il lato destro del volto del ragazzo. E non era la sola: anche le mani erano fasciate e i lacci della camicia erano ben stretti al collo, fatto strano, dato il calore della giornata, che invitava, al contrario a lasciarlo nudo.
“Abbiamo cercato di lavare via i segni dell’idolatria da questo giovane, ma a quanto pare essi sono ben scavati nella sua carne; speriamo, però, di essere capaci di sradicarli dalla sua anima. Bene, non mi trattengo oltre, il vostro lavoro vi attende e anche il mio. Fratello Benningan, giovane Adlard” e se ne andò, non senza aver dato, di proposito, una lieve spallata al ragazzo, il quale sibilò tra i denti: “Amadán d'aois!” e qualsiasi cosa significasse, secondo Liliwin il maestro dei novizi se la meritava.
Un silenzio imbarazzante calò nel laboratorio subito dopo: non conoscendo lo schiavo la lingua dell’Anglesland, sia il monaco che Liliwin non sapevano come avviare una conversazione con lui. Schiarendosi la gola, Fratello Benningan comunicò al più giovane sassone di accompagnarlo, assieme al nuovo arrivato, in giardino, per raccogliere le erbe necessarie.
Liliwin, notando che lo schiavo se ne stava immobile dove Fratello Sigebald l’aveva lasciato, gli fece cenno di seguirlo con la mano. “Vieni! Su, muoviti! Non capisci? Andiamo nell’orto! Dai, bestia!” e l’afferrò giocosamente per la mano, trascinandolo fuori nell’orto, dove il ragazzo si guardò intorno spaesato, fissando in modo interrogativo il quindicenne sassone.
Solo quando Liliwin gli porse, non senza esitazione, la falce per tagliare le piante, lo schiavo sembrò risvegliarsi dalla trance nella quale era caduto, ma non accennò comunque a muoversi. Supponendo che il giovane non sapesse cosa fare, Adlard s’inginocchiò per terra, recidendo con la falce un’erba medicinale, girandosi poi in direzione del servo per accertarsi che avesse inteso quale fosse il suo compito.
Con somma sorpresa di Liliwin, il ragazzo rideva, scuotendo scettico la zazzera corvina; in questo modo, causò un violento rossore sulle guance del sassone, il quale replicò metà piccato, metà divertito: “Ah sì? Credi di fare di meglio? Allora, coraggio, prova tu!” e lo invitò ad imitarlo con un ampio e nervoso gesto del braccio.
Più rapido di un fulmine e con gesto fluido ed elegante, lo schiavo recise due piante vicino a quella tagliata in precedenza da Liliwin e gliele porse gentilmente, mentre un guizzo furbesco illuminava i suoi occhi grigio-violetti. La bocca del ragazzo sassone si aprì in una stupita O, quando notò che le erbe erano state tagliate con un’incredibile precisione, tanto da essere lunghe uguali.
No, di sicuro quello straniero non era un principiante nel giardinaggio.
“Amadán d'aois!”, ripeté borbottando Liliwin, piccato di aver perso contro quel tipetto strano.
“Tú ró!”, ribatté ridendo il ragazzo, per nulla toccato dal malumore dell’altro, anzi quasi divertito da esso.
Liliwin sbuffò: quello schiavo o era uno scemo o un gran furbo.
Ma intanto, se lo doveva sorbire per le due settimane che gli rimanevano, prima di tornare ad Hogwarts.
***
“Almeno mi hanno assegnato a un lavoro che so fare!”, pensava sollevato Elouen, mentre falciava in ginocchio le piante dell’orto del monastero. “E sia ringraziata Reitjia che questa strana gente mi ha curato!”
Già, il giovane apprendista druido aveva molto di cui essere grato ai monaci: i giorni di navigazione in quell’infernale nave e la marcia spossante da Jorvik fino a Londinium e da Londinium fino all’Abbazia gli erano quasi costati un ultimo viaggio di sola andata nell’oltretomba.
Rabbrividendo, Elouen ripensò all’orribile esperienza, ricordando quanto il caldo all’interno della stiva, misto al puzzo di sudore, urina, feci e del cadavere di qualche disgraziato che aveva tirato le cuoia anzitempo, non solo avesse reso l’aria malsana e irrespirabile, ma quanto avesse aiutato lo stomaco degli sventurati lì richiusi ad attorcigliarsi dolorosamente, causando un fortissimo desiderio di liberarsi vomitando. Il che avveniva tra il malcontento generale delle persone, giacché, non potendo quasi mai muoversi, si vedevano ricoperte di vomito ed esprimevano con gomitate e calci il loro disappunto contro il poveraccio che si era sentito male.
Fosse stato, però, solo il calore a rendere atroce quel viaggio! Erano state la fame e soprattutto la sete a spossare i prigionieri nelle stive delle navi vichinghe, costringendoli a strisciare come bestie all’arrivo di quel poco cibo sufficiente a farli resistere per il pasto successivo.
Di conseguenza, ogni briciola di pane e ogni goccia d’acqua erano considerate più preziose della vita stessa e bisognava avere mille occhi, affinché all’affamato vicino non balzasse in mente la bizzarra idea di rubare il pasto. E sulle giovani e magre gambe di Elouen, ancora erano visibili i segni della sua strenua lotta per non farsi rubare il pane.
Infine, non bisognava dimenticare le legnate che i pirati elargivano generosamente ai prigionieri per intimorirli, onde evitare che si coalizzassero contro di loro. Ma grazie alla generosità di Reitjia, Elouen era sopravvissuto a quell’inferno in terra.
E ora, eccolo là a servire gli Eile, lui che nella vita non era stato servo di nessuno, se non degli dei.
Tutta per colpa di quella sgualdrina di Morvanna!
Il ragazzo accanto ad Elouen gli chiese se stesse bene, doveva, infatti, aver notato il suo sguardo d’un tratto cupo. Esibendo l’espressione più ebete che possedeva, il giovane apprendista druido finse di non capire ciò che, al contrario, aveva intuito benissimo: dopo il tradimento di Morvanna, il ragazzo cercava di essere il più possibile diffidente verso il prossimo, aspettando un po’ di tempo prima di entrare in confidenza con chicchessia. Essendo, infatti, in una terra straniera, chi gli assicurava che l’avrebbero risparmiato, nel caso avessero scoperto la sua vera identità? Inoltre, a parte la loro lingua, non conosceva bene questi Saoz, o Sassoni, e neppure la loro religione, quindi Elouen non sapeva come comportarsi con loro e doveva essere cauto, se voleva sopravvivere.
Ma quel giovane Saoz vicino a lui l’aveva incuriosito moltissimo: anche se delirante a causa della febbre, Elouen aveva percepito il tocco di un suo simile, ovvero, di qualcuno che poteva controllare la magia. All’inizio credeva di essersi sbagliato, ma quel ragazzo aveva un odore strano, differente dagli altri Eile; sin da piccolo, il maestro aveva insegnato a Elouen come riconoscere un mago senza costringerlo a rivelarsi mediante la magia: un vero mago, gli aveva detto, non aveva né tagli, né vesciche, né calli sui palmi delle mani, giacché essi li potevano curare con semplici incantesimi; un vero mago poteva anche girovagare senza armi, solo con la sua bacchetta, in caso fosse stato abile abbastanza da usarla prontamente; infine, un vero mago possedeva uno odore particolare, derivato dalle pozioni preparate con ingredienti oscuri agli Eile.
E, infatti, quel ragazzo, sotto la copertura d’incenso, erbe medicinali e pergamena, odorava, ad esempio, di sangue di drago, di pelle di girilacco, di gillyweed etc … L’odore era flebile, eppure, più Elouen stava a contatto con lui, più esso si faceva sentire, denunciando forte e chiaro la vera natura del Saoz, il quale, accorgendosi che Elouen lo stava fissando con una certa insistenza, lo rimproverò di farsi gli affaracci suoi e di continuare a lavorare.
Il giovane druido fece spallucce, grattandosi l’occhio coperto con la benda, sbuffando per il disagio che gli causava: oltre a limitargli la vista, gli riscaldava la pelle, facendola sudare di più rispetto a quella esposta all’aria fresca di Aprilis.
Ora era l’altro ragazzo che scrutava di sottecchi Elouen: i suoi occhi nocciola screziati di verde riflettevano una birbante curiosità e di fatti il giovane, dopo essersi accertato che il vecchio non fosse nei dintorni, si strinse all’apprendista druido, sfiorandogli con la punta delle dita la fasciatura.
“Ti dà fastidio, eh?”, fu la sua domanda retorica: a meno che Elouen fosse un guercio – e di sicuro non lo era- doveva essere assai improbabile che il giovinetto fosse entusiasta di avere quell’affare sul viso e subito sospirò di sollievo, non appena sentì libera la pelle, nonostante fu costretto a sbattere più volte l’occhio destro, il quale da qualche giorno era stato relegato forzatamente al buio.
“Sei un Wahla, per caso? Come ti chiami?”, gli chiese il ragazzo, mentre percorreva con gli occhi il tatuaggio sulla parte destra del volto di Elouen, il quale rimase interdetto, incerto se rispondere o no: fosse stato un Eile, allora non si sarebbe preoccupato di rispondergli, l’avrebbe semplicemente ignorato. Ma costui era un mago, un suo simile, chissà forse l’avrebbe aiutato a spezzare il Sigillo oppure l’avrebbe condotto da un altro mago più potente …
Doveva correre il rischio, visto che non era sua intenzione marcire come schiavo dentro a quel posto. Aveva una vendetta da compiere.
“Eppoi, mal che mi vada lo sgozzo con la falce: anche se non so perché, questo Saoz non ha con sé la sua bacchetta magica e potrei sfruttare a mio favore questo suo svantaggio …”, pensò Elouen, tracciando con la punta della falce sul terreno precedentemente reso liscio con la mano: “È importante il nome di uno schiavo?”, facendo restare a bocca aperta il ragazzo, che balbettò:
“Tu … tu sai il greco? E dove l’hai imparato? Un momento … linguam latinam scis?”
Ma le campane dell’Angelus, seguite dai passi dell’anziano monaco, impedirono ad Elouen di rispondere; veloce, il giovane Saoz rimise la benda al suo posto, con sommo disappunto dell’apprendista druido.
“Liliwin” ah! Allora quello doveva essere il suo nome!, pensò l’armoricano “Rimetti la falce a posto, che dobbiamo recarci in chiesa per la preghiera dell’Angelus!”
“E lui?”, indicò il ragazzo Elouen. Il monaco lo fissò con attenzione. “Lo porto con me?”
“Sì, meglio che comprenda da subito che la sua testa entro la fine dell’anno o finirà sulla fonte battesimale o sul ceppo del boia!”, sospirò il vecchio, scuotendo il capo: metodo barbaro, peggio dei vichinghi!
“Non mi vorranno mica sacrificare al loro dio?”, aveva invece capito Elouen, il quale aveva in passato assistito a dei sacrifici umani mediante decapitazione. Che anche questi cristiani facessero lo stesso? In ogni modo, recarsi nel loro luogo sacro non andava molto a genio all’armoricano: primo, perché non sopportava l’odore acre e forte dell’incenso misto a quello di fiori in fase di lenta decomposizione; secondo, perché a Elouen ispirava pena e timore allo stesso tempo la statua di legno di un pover’uomo inchiodato –perché poi?- a una pesante e lugubre croce.
***
“Dannato! Conosce il greco! E il latino? Ma certo che lo sa! Non si può sapere uno senza l’altro! Argh! Come vorrei parlargli ora, metterlo alla prova! L’avevo capito, io, oh sissignore, che quello era più furbo che santo!”, si tormentava Liliwin, mentre assisteva svogliato alla Messa domenicale, cercando, invece, con lo sguardo lo schiavo.
Due giorni erano passati dalla frase rivelatrice e Liliwin si era aspettato subito dopo l’Angelus qualche chiarimento. Tuttavia, le sue aspettative furono deluse dallo sguardo ottuso che quell’impudente gli rifilò dopo la preghiera. Peggio! Per due stramaledettissimi giorni, lo schiavo fu l’esempio perfetto dello gnorri, come se quella frase in greco non fosse mai stata scritta.
E nel frattempo, Liliwin moriva dalla curiosità.
Come un’amante capricciosa, il giovane servo tenne appeso all’amo Adlard, negandogli ogni genere di confidenza, per un giorno ancora.
Fu solo durante la notte che seguì, che il mistero venne svelato. Liliwin dormiva pacifico nel suo letto, quando le sue orecchie captarono un lievissimo rumore di passi e un altrettanto leggero tocco sulla spalla fecero scattare seduto il ragazzo, che afferrò rapido da sotto il cuscino la sua bacchetta magica, puntandola contro la gola del suo assalitore.
Stranamente, lo schiavo del giardino rimase impassibile alla minaccia di Liliwin, anzi, pareva quasi compiaciuto del gesto del Sassone, come se si fosse aspettato una simile reazione.
“Che ci fai tu qui? Lo sai che succede se ti dovessero trovare fuori dai tuoi alloggi? Ti scuoiano dalle frustate come San Bartolomeo!”, gli disse Liliwin, frustrato dall’ineffabilità del giovane davanti a lui.
Ad un tratto, però, sogghignando maligno, il ragazzo prese il volto di Liliwin tra le mani e lo avvicinò al suo, sussurrandogli dolcemente all’orecchio: “Ita, magus. Nemo nomen meus est. Tunc beatus es?”
“Tutti hanno un nome, perfino tu, Nobody! E non sono un mago!”, replicò un seccato Liliwin, scrollandosi bruscamente lo schiavo di dosso e approfittandone della piccola confusione creata per nascondere la bacchetta. “E ora sparisci dalla mia camera, o ti farò frustare! Via!”
Sempre ghignando, lo schiavo se ne andò più silenzioso della morte.
Sfacciato! Come si era permesso di entrare di soppiatto nella sua camera? E di rispondergli così, maledizione!
Sì, mago. Nessuno è il mio nome. Sei soddisfatto, ora?
Nessuno. Dove l’aveva già sentita, quella frase?
Ma dopo che il Ciclope ebbe finito di bere,
Io gli parlai con dolci parole:
“Ciclope, domandi il mio glorioso nome?
Io lo dirò e tu mi darai il dono ospitale che mi hai promesso.
Il mio nome è Nessuno.
Nessuno mi chiamano mio padre,
mia madre e tutti i miei compagni.”[4]
Un sorriso furbesco s’increspò sulle labbra di Liliwin: e bravo il nostro servo! Allora era vero, che conosceva sia il greco che il latino!
Bene, voleva giocare a fare il misterioso? Liliwin non aspettava altro! Sarebbero stati dieci dodici giorni interessanti!
“Vedremo chi si stancherà prima, caro il mio Nessuno. Anzi no, mi hai già suggerito un nome con il quale chiamarti, fintanto che non scoprirò il tuo: Ulisse!”
Ulisse, il consigliere fraudolento, l’uomo dai mille inganni e dalla mente agile.
Un vero serpente ingannatore.
E al fratello di Salazar Slytherin i serpenti erano sempre piaciuti.
Note finali:
[1] Lili = piccolo; win = amico, dal sassone.
[2] “Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno, né l’ora”, Matteo 25, 1- 13
[3] Sisifo era un astuto ladro e un ingannatore formidabile, il quale, con chiacchiere e moine riuscì a far ubriacare Tanatos, la Morte, incatenandola. Ma Ares, dio della guerra, la liberò (immaginate un po’: come fa ad essere il signore della carneficina se nessuno muore? Eh, la convenienza …) Ade, incavolato nero per l’affronto di Sisifo, lo punì, costringendolo a spingere un masso fino in cima di un monte, ma una volta lì, il masso rotola giù. Il tutto all’infinito per l’eternità. Della serie: con Ade non si scherza.
Ah, una chicca: indovinate come si chiamava la moglie di Sisifo? Vi arrendete? Merope!
[4] Odissea, Canto IX
Prossimamente:
Capitolo 4°: Amici o Nemici?
“Nessuno dei due voleva cedere all’altro alcun’informazione di sé […] Come in un duello: quando uno attaccava, l’altro prontamente parava il fendente; così quando Liliwin insisteva sul passato di Elouen, lui si ritirava in un sicuro mutismo; quando Elouen voleva capire che tipo di mago Liliwin fosse, egli scrollava le spalle, voltandosi dall’altra parte […] Ma il brutto dei giochi è che durano poco e gli avvenimenti di una notte d’Aprilis lo confermarono …”
L'Uroboro si è mosso di Hoel
Note dell'autore:
Hoel si confessa: nel precedente capitolo avevo annunciato un titolo diverso. Tuttavia, mentre scrivevo le vicende qui narrate, mi dispiaceva non dedicare ai “cattivi” un vero capitolo, insomma, il casino generale l’hanno incominciato loro! Diamoli il giusto peso! Eh!
N.B. I cattivi (per così dire, nelle mie ff nessuno è davvero … bianco!) sono i druidi. Quindi, il loro sermo mi pareva dover essere più aulico rispetto agli altri personaggi, per via della loro figura quasi mistica.
Allora … 2 recensioni stavolta! O Hoel, creatura molto sensibile, si deprimerà e non troverà più la forza per continuare a scrivere …
Buona lettura!
Cymru (Galles)
Anno 993
Bealtaine (Maius)
Nel cuore della foresta; una grotta
La prima sacerdotessa Khannaïg osservava crucciata l’enorme involucro di cristallo che avvolgeva, simile al bozzolo di una nascente farfalla, una figura umana resa appena distinguibile dalle irregolarità della dura superficie, la quale rifulgeva di inquietanti bagliori causati dalla fiacca luce della fiamma prodotta dalla donna.
"Sono dodici anni ormai che strappiamo il foison da maghi e streghe per rompere il cristallo, eppure i risultati sono così insoddisfacenti! Il loro foison, l’energia vitale magica stessa che sostiene il mago e che da sola potrebbe distruggere una montagna, non ha neppure scalfito la sua solida massa! Com’è possibile che un solo stregone sia stato capace di scagliare tale inaudita maledizione, che opera perfettamente, nonostante siano trascorsi più di trecento anni? E perché non riusciamo a trovare il modo per farvi breccia? Che i foison raccolti siano insufficienti per una sì sofisticata magia? Una soluzione dev’essere trovata il prima possibile, non v’è tempo per indugiare oltre! Il Grande Cane mi ha sorriso beffardo in cielo, segno che il suo figlio mortale ha raggiunto l’età per militare come uno di noi, un druido! Spero solo che il sommo Flamm di Mor-Bihan abbia compiuto ciò che il traditore Kadvan non ebbe il coraggio di portare a termine."
Khannaïg sospirò, sfiorando con la punta delle dita la liscia superficie, chiedendo aiuto agli dei del cielo di sostenerla in quell’ardua prova: mai in vita sua si era trovata innanzi sì fieri e tenaci avversari, sacrileghi certo, ma addestrati da un potente druido, anche se come tali loro non si consideravano, giacché cristiani.
Kadvan era stato un grande druido, degno di ammirazione per la sua bontà nei confronti dei bisognosi e temuto per l’intransigenza con la quale puniva i traditori. Giusto e severo, quello era il suo motto e Khannaïg era stata orgogliosa di aver prima appreso da lui come allieva, poi di averlo affiancato come prima apprendista. Mai, sotto la sua guida, la possibilità di riprendere la perduta Britannia fu così tangibile, dopo secoli d’esilio e disperazione.
Ma il destino è un dio capriccioso e irriverente e di fatti colui che si credeva essere la loro guida, si rivelò nient’altro che un traditore codardo, incapace d’adempire alla somma volontà divina. Quel che era peggio, fu che egli non si ritirò nell’angolo più remoto della terra,né s’offerse come vittima sacrificale per purificarsi nel sacro fuoco, onde espiare le sue colpe. No,Kadvan raggiunse Aodren il Rinnegato e si mescolò tra gli immondi Saoz, istruendo i loro cuccioli bastardi alla raffinata arte della magia! Com’era giusto, sia lui che Aodren pagarono con la vita il loro affronto; i druidi celarono poi la punizione per farla sembrare un semplice linciaggio.
Si sperò che quella follia fosse morta con gli empi. Invano: quattro discepoli di Aodren, altrettanto blasfemi e dall’animo corrotto, in suo nome costruirono una scuola appositamente per insegnare la magia, mettendo per iscritto su fallace pergamena i suoi segreti più reconditi e immortali.
E tutto, perché Kadvan non aveva trovato la forza necessaria per uccidere il mortifero figlio del Gran Cane!
“Fermo!”, gridò imperiosa la donna, puntando il dito contro un messaggero, il quale cadde a terra, immobilizzato da un incantesimo simile al Pietrificus Totalus. “Non passo oltre, poiché il tuo foison è troppo impuro, per poter anche solo sfiorare la terra di questa grotta benedetta. Avanza, e il tuo spirito vagherà piangendo amare lacrime nell’Aldilà!”
“Somma Khannaïg, il druido armoricano, il sommo Flamm, e la sua prima apprendista domandano umilmente di conferire con voi!”, annunciò a fatica l’uomo, il corpo rigido come un cadavere.
“Sta bene, li riceverò!”, dichiarò con voce solenne la druidessa dalla lunga chioma rosso sangue. Agli dei piacendo, finalmente le mie orecchie potranno deliziarsi di una qualche buona notizia, pensava, uscendo dalla grotta e rabbrividendo lievemente, non appena la sua pelle venne a contatto con la frizzante aria notturna.
Con passo sicuro e altero, raggiunse l’altare maggiore del santuario, sulla cui cima troneggiava un immenso scudo dorato, il quale avrebbe un giorno richiamato tutti i maghi ancora fedeli all’antica religione per lavare col sangue l’onta subita da marmaglia come i quattro apprendisti di Aodren il Rinnegato.
Ad attendere la prima sacerdotessa, v’erano due figure incappucciate biancovestite, dalle cui cinture pendevano lucenti falcette d’oro. Il primo viandante si rivelò essere un uomo sulla cinquantina d’anni e dalla lunga e fitta barba bianca: doveva trattarsi, senza dubbio, del druido Flamm di Mor-Bihan. Accanto a lui, stava rispettosamente a qualche passo di distanza la sua prima apprendista, Morvanna Du.
E quando Khannaïg fece il suo ingresso, solo Flamm poté alzarsi e rivolgerle lo sguardo, sempre, però, con la massima deferenza per colei che era considerata da tutti i maghi celti come la nuova Boudicca.
“Sommo Flamm di Mor-Bihan, che OIW possa sempre rischiararvi il cammino periglioso della vita, preservandovi da ogni male. Perdonerete se non vi accolgo con i dovuti onori spettanti ad un druido della vostra importanza, ma, alas, i tempi sono oscuri per noi che non rinnegammo per convenienza l’antica religione! La scuola scellerata reclama sempre più adepti e anche tra le nostre file ci sono stati dei vili sacrileghi che vi si sono recati per apprendere la magia!”
“Il vostro turbamento è comprensibile, somma Khannaïg. Tuttavia, mettete il cuore in pace: tutti i maghi della fedele Armorica sono pronti a levare il braccio contro i Saoz e non solo loro! Con successo guidai un’ambasciata ai clan dei maghi scandinavi e quest’ultimi hanno giurato sulla sacra lancia di Wotan che saranno i primi a far rosseggiare di sangue le mura della scuola esecranda!”, affermò deciso Flamm, mentre la prima sacerdotessa ascoltava sollevata tale notizia consolatoria, rilassando il volto d’alabastro.
“Ciò mi rallegra e infonde un barlume di speranza nell’oscurità del mio cuore. Ma ditemi, sommo Flamm, il figlio della sventura, vive egli ancora?”
“Somma Khannaïg, voi sapete quante volte la mia mano si sia macchiata di sangue per compiacere gli dei e che mai, seppur il dolore del rimorso dilaniasse il mio animo, mi sono sottratto al sacro dovere. Ebbene, il ragazzo non vive più.”
“Fosti tu a porre fine alla sua esistenza?”, s’informò attenta la prima sacerdotessa.
“No, poiché ero in missione presso i maghi danesi. Fu Morvanna, la mia prima apprendista ad occuparsi di lui.”
Khannaïg guardò severamente la donna, chiedendole poi con tono austero e che non ammetteva menzogne. “Il tuo maestro afferma il vero, prima apprendista Morvanna?”
“Nient’altro che verità fuoriesce dalla monda bocca del sommo Flamm. Sì, oh grande Khannaïg, io stessa levai la mano contro colui che il destino crudele mi costrinse ad appellare fratello! Con un inganno lo condussi alla spiaggia e tinsi di rosso la bella sabbia con il suo giovane sangue: ecco la sua bacchetta spezzata, prova che sto dicendo il vero!” e posò velocemente il resti della bacchetta ai piedi della druidessa, che li sfiorò appena con la punta della sua lunga e acuminata falce d’oro, il viso una maschera indecifrabile.
Poi, levando lo sguardo al cielo stellato, inquisì feroce: “E allora, come mai l’occhio del Gran Cane continua a farsi beffe di me? Come mai la sua risata canzonatoria ancora turba le mie orecchie? Siete sicura che il suo protetto sia davvero morto?”
Deglutendo, Morvanna rispose con voce incolore: “È nella natura del Gran Cane confondere con vili inganni la mente delle persone, facendo credere realtà le paure più oscure del loro animo. Stolto è l’uomo che si fida ciecamente di lui: da mansueto e sottomesso, egli può arrivare a dilaniare le carni del suo padrone, pascendosi su di esse soddisfatto.”
A lungo, lo sguardo impenetrabile Khannaïg fissò la donna, quasi stesse frugando nei lati più reconditi della sua mente, onde accertarsi della veridicità di esse. Poi, ad un tratto, la donna posò la mano sul capo dell’apprendista, socchiudendo gli occhi, mentre la sua bocca pronunciava sommessamente un’antica litania.“Mi fiderò”, decretò infine, levando la mano “Sappiate, tuttavia, che la più orribile e atroce delle punizioni sarà a voi inflitta nel caso mi abbiate mentito.”
“Così sia, somma Khannaïg”, mormorò Morvanna, inchinandosi profondamente. La sacerdotessa reclinò lieve il capo, segno che poteva rialzarsi. Poi, Khannaïg, alzando il cappuccio bianchissimo, si congedò da loro, ritornando nella grotta, nella quale ultimamente trascorreva la maggior parte del suo tempo.
Avvicinò, una volta accertatasi che non vi fosse nessuno, il suo volto ad un gruppo di cristalli raccolti su una roccia che fungeva da colonna naturale.
Le parole dell’apprendista erano sincere e non v’era inganno nella sua mente. E ora che scruto i cristalli, non percepisco più il foison di Luce Splendente, così terribile che sembrava una fiamma inestinguibile. Per davvero il rogo della sua anima è stato spento? Devo accertarmene! Per quattordici anni la sua vera natura è stata abilmente celata, rendendosi uguale a quella di un comune mago e sua madre, pietosa, mentì sul reale giorno, o meglio notte, della sua nascita; neppure il mio maestro osò prendergli la vita, lui che sconfisse maghi tre volte più potenti! Sembra quasi che il destino voglia con tutte le sue forze la nostra fine …
“No!”,dichiarò all’improvviso ad alta voce con veemenza. “Non non sarà la nostra fine, ma la loro! Raccoglieremo abbastanza foison da rompere il cristallo che sigillò il sommo Jezekaël, il quale, una volta svegliatosi, punirà i quattro empi fondatori. Quanto al ragazzo … Houarvian!”, chiamò imperiosa e un alto mago biondo si materializzò immediatamente.
“Somma Khannaïg?”, domandò, abbassando riverente il capo.
“Ho deciso di portare una piccola modifica al vostro incarico: lasciate a Gouenou la ricerca di nuovo foison; invece, voi dovrete scegliere tre dei vostri migliori uomini e percorrere tutta la Britannia alla ricerca di Luce Splendente. Nonostante non senta più il suo foison e in molti mi confermino la sua morte, il tarlo del dubbio ancora rode l’animo mio. Solo quando ai miei occhi verrà presentato il suo cadavere, allora mi convincerò del suo sonno eterno!”
“Ma somma Khannaïg, in tre? È impossibile setacciare tutta la Britannia in breve tempo con sì esiguo numero!”, protestò l’uomo, messo subito a tacere da un’irata prima sacerdotessa.
“Sciocco! Lo cercherai tra i villaggi dei maghi! I cristiani, anche se predicano amore e fratellanza, sono spietati verso quelli come noi! Dove pensi che si nasconda, di conseguenza, uno mago possessore di poteri che neppure lui sa controllare?”
“Come desiderate, somma Khannaïg”, e Houarvian s’inchinò di nuovo, prima di smaterializzarsi, mentre le parole della veggente, pronunciate quasi vent’anni fa, risuonavano sinistre nella mente della donna:
“Ormai, il Serpente Nero della Morte ha azzannatola coda del Serpente Bianco della Vita: l’Uroboro si è mosso, dopo secoli di sonno profondo.
"La fine del nostro mondo s’avvicina inesorabile; la Fenice della Magia Antica sta morendo lentamente, per risorgere a nuove fattezze tramite due simili e due opposti, segnando l’inizio di una nuova era, nella quale noi rischiamo di non essere compresi.
Rischiamo, perché la nuova Fenice sarà potente sì, alimentata dalle fiamme del tradimento, del sacrilegio e dello spergiuro, ma non arderà mai a sufficienza per distruggerci!
Ma se un druido nero, nato nella notte in cui il Gran Cane mostra per la prima volta il suo occhio foriero di sventure, dovesse venir da lei sottomesso, le sue fauci impietose ci inghiottiranno e noi finiremo nell’oblio! Giacché nessun mago né strega potrà mai uccidere un druido: solo la mano di un nostro simile, sarà capace di macchiare di sangue il candore delle nostri vesti, strappando ai nostri occhi la dolce luce del sole.
Questa è la mia predizione.”
Da allora, per sei anni i druidi avevano ucciso tutti i figli dei maghi nati la notte del 25 Aibreán (Aprilis), ma il piccolo dannato era loro sfuggito.
Per il momento …
***
Liir stava ungendo di grasso il suo arco davanti al fuoco nella parte comune della capanna, dove alloggiavano i maghi- soldati, i Machlud, quando vide irrompere il suo superiore Houarvian a gran passi, chiamando due suoi compagni, Privel e Derog, i quali condividevano, a parere di Liir,la stessa qualità: essere allo stesso tempo incredibilmente letali in combattimento quanto stupidi.
Tuttavia, l’espressione seria sul volto dell’omaccione incuriosì parecchio il ragazzo, che, sistemate le frecce incantate nel loro feretro, si diresse verso il trio confabulante.
“Ho chiesto ad ogni Machlud del villaggio di unirsi all’impresa e voi due siete gli ultimi rimasti: so che può apparire una missione ardua, ma è stata la somma Khannaïg in persona a comandarla. Verrete?”
E siccome ai due non pareva vero di menare un poco le mani, accettarono entusiasti. Il problema restava che mancava un terzo e ultimo uomo (dovevano partire in quattro) e Liir pensò d’inserirsi ora nella conversazione, anche perché vedeva l’impresa come una ghiotta occasione per riscattare il disonore da poco gettato sul suo clan.
“Se cercate un terzo Machlud”, disse flemmatico, facendo però sobbalzare dalla sorpresa i tre “son io l’uomo che cercate!”
Houarvian lo squadrò scettico. “Fatevi da parte, Liir ap Nott: questa missione è altamente rischiosa e richiede, oltre cha abilità magica, una fiducia assoluta. Come pretendete che io m’affianchi con un rinnegato?”
Le guance imberbi di Liir si imporporarono di sdegno. “Oserei ricordarvi che fu mia sorella Nolwenn a rinnegare la religione dei nostri avi, abbandonando Cymru per Hogwarts, non io, né la mia famiglia! La mia alleanza nei confronti della somma Khannaïg è salda come la roccia!”, poi avvicinandosi all’uomo, affermò con tono più mesto: “Vi prego, Houarvian, concedetemi la possibilità di mondare l’onta lasciata da mia sorella! Mettetemi alla prova!”
L’uomo chiuse gli occhi, ponderando la richiesta del ragazzo. Infine, riaprendoli, sentenziò: “Sta bene, giovane Nott, verrete con noi. Ma al primo passo falso, siete morto, intesi?”
Liir annuì, docile. “Posso domandare, se mi è permesso, la natura della nostra impresa?”
“Alas, essa è ardua: dovremmo scovare, se ancora in vita, un mago che porta il nome di Luce Splendente e ucciderlo.”
“Luce Splendente? L’Occhio del Gran Cane? Ma com’è possibile? Per vent’anni è stata impedita la sua infausta nascita!”, esclamò stupefatto Liir.
“Vero, ma un cucciolo sopravvisse per colpa di Kadvan il Traditore. La prima sacerdotessa non percepisce più il suo foison, eppure teme che sia ancora in vita. Nostro compito è fugare questo suo dubbio” e avvicinandosi al ragazzo, gli consigliò: “Andate a dormire, partiremo domani all’alba!”
"Luce Splendente, aveva detto?", pensava Liir, fissando per un istante la volta stellata, mentre preparava l’ippogrifo per la partenza imminente.
"Uhm, conoscendo la superstizione popolare, dubito che il nostro uomo si chiami Séirios, come l’Occhio del Gran Cane. Piuttosto, i suoi genitori avranno cercato una traduzione più letterale, onde evitare che fosse subito riconosciuto dai druidi: Elouen."
E sogghignò al cielo, ricambiato dal ghigno birbante del Gran Cane.
Note finali:
Allora …
1.La Fenice, oltre che ad essere un animale mitologico, è anche il simbolo alchemico dei quattro elementi: fuoco, aria, terra e acqua. I quali si alimentano e si distruggono allo stesso tempo. Opposti e simili. Come il sesso dei fondatori: due maschi e due femmine, ma tutti e quattro essere umani. Giusto?
2.Ora ad Elouen. Giuro sulla testa della Row che non mi sono inventata niente! “Elouen” significa DAVVERO Luce Splendente, dal bretone.
Bien, mi scuso ancora per il capitolo imprevisto, il prossimo è quello annunciato in quello precedente!
Ciao!
Disclaimer: Harry Potter e tutti i personaggi e le ambientazioni della saga appartengono a JKRowling, alla Warner Bros e alle case editrici nazionali che ne detengono i diritti. Trama e personaggi originali appartengono all'autore della storia. Questa storia non è scritta a scopo di lucro, ma per puro divertimento, e non è inteso nessun infrangimento di copyright.